Ogni insieme di diritti nasce da un conflitto che si crea quando qualcuno compie o vuole compiere qualcosa che ha delle conseguenze su altre persone, con il favore di alcune di queste e l’opposizione di altre. Con o senza una lotta, si giunge ad un accordo o a un compromesso con il quale si definiscono i rispettivi diritti. Quello che voglio evidenziare in modo particolare è che la soluzione è essenzialmente la trasformazione del conflitto da un problema politico a una transazione economica. Una transazione economica è un problema politico risolto. L’economia ha conquistato il titolo di regina delle scienze sociali scegliendo come suo dominio quello dei problemi politici risolti. (Abba P. Lerner, 1972, The Economics and Politics of Consumer Sovereignty)

Nel lungo periodo, se non saremo davvero tutti morti, saremo ancora nel breve periodo. (Abba P. Lerner, 1962, Own Rates and the Liquidity Trap)

Affinché il sistema capitalista funzioni efficacemente i prezzi devono sostenere i profitti. (Hyman P. Minsky, 1986, Stabilizing an Unstable Economy)

Res tantum valet quantum vendi potest. (cfr. Karl Pribram, 1983, A History of Economic Reasoning)

L'unico rimedio per la disoccupazione è avere una banca centrale sotto il controllo pubblico. (cfr. John Maynard Keynes, 1936, The General Theory of Employment, Interest and Money)

We have this endearing tendency in economics to reinvent the wheel. (Anthony P. Thirlwall, 2013, Economic Growth in an Open Developing Economy, p.33)

Amicus Plato, sed magis amica veritas.


N.B. Nel blog i link sono indicati in rosso: questo è un link.

giovedì 17 gennaio 2013

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Fattori che regolano lo sviluppo della produttività del lavoro



Petrus J. Verdoorn

Fattori che regolano la produttività del lavoro

L’industria, Numero 1, 1949, pp.45-53.


Fattori che regolano la produttività del lavoro

[ A cura di Giorgio D.M. * ]


L’autore di questo articolo, nato in Olanda nel 1911, ha studiato economia all’Università di Amsterdam e ha preso il titolo dottorale alla Scuola di Economia di Rotterdam. Egli fa parte stabilmente dell’Ufficio Centrale di pianificazione dell’Olanda diretto dal prof. Tinbergen. [...]

1.
Una delle difficoltà nell’elaborare i piani a lungo termine è la stima del futuro livello della produttività del lavoro. Finché non si conosce l’ordine di grandezza di questo livello, non si conosce la relazione che esiste tra le stime della produzione e quelle dell’occupazione.
Poiché quando si cerca di superare questa manchevolezza non si può contare pienamente né sull’assunzione di un tasso annuale costante di accrescimento della produttività, né sull’uso della funzione della produzione, si suggerisce di adottare un terzo metodo di indagine.

2.
I materiali statistici che sono disponibili per i periodi antecedenti alle guerre (1870-1914 e 1914-1930) per i vari paesi, mettono in luce l’esistenza di una relazione di lungo periodo abbastanza costante tra gli incrementi della produttività del lavoro e il volume della produzione industriale.
Dall’analisi delle serie storiche per l’industria nel suo complesso (Tabella I) e per i singoli settori industriali, esaminando in ciascun caso due anni differenti, si è avuto come risultato che il valore medio della elasticità della produttività in relazione al prodotto è circa di 0,45 (i limiti estremi trovati in concreto sono 0,41 e 0,57).
Ciò significa che in lungo periodo un cambiamento nel volume della produzione - diciamo del 10% - tende ad essere accompagnato da un aumento medio della produttività del 4,5%.



3.
Infatti anche a priori ci si sarebbe potuti aspettare di trovare una certa correlazione fra produttività del lavoro e produzione, dato che una maggiore suddivisione del lavoro avviene solo con l’aumento del volume della produzione; perciò l’espansione della produzione crea la possibilità di una ulteriore razionalizzazione con gli stessi effetti della meccanizzazione.
In sostanza, questa interdipendenza di carattere puramente teorico non implica di per sé che l’elasticità debba essere costante, essendo il valore di essa in realtà anche influenzato da vari fattori economici; sennonché si può dimostrare (vedi Appendice) che, sotto le ipotesi adoperate abitualmente nell’analisi strumentale di lungo periodo, l’elasticità assume una forma matematica che tende a renderla - entro limiti ragionevoli - piuttosto indipendente dalle variazioni di tali fattori economici.
D’altra parte si riscontra che, quando si tiene conto delle condizioni economiche dei vari paesi e dei diversi periodi di tempo, i valori dell’elasticità calcolati teoricamente risultano dello stesso ordine di grandezza di quelli trovati empiricamente.

4.
L’ipotesi della costanza dell’elasticità, pur non costituendo in realtà uno strumento adatto per stabilire previsioni, può tuttavia servire bene come uno dei criteri per dare un giudizio, in base alla esperienza del passato, della realizzabilità dei piani a lungo termine.
   a) Se in un piano si hanno a disposizione i dati sui fabbisogni di mano d’opera e i dati sulla produzione, e il valore dell’elasticità risulta compreso fra i limiti che si sono trovati empiricamente, allora si può affermare che il piano in esame, visto soltanto sotto l’aspetto della produttività, è tecnicamente eseguibile, ed economicamente plausibile.
   b) Se invece si hanno a disposizione soltanto i dati sulla produzione, si possono prevedere i fabbisogni di mano d’opera in base ai valori storici dell’elasticità, e la fondatezza del piano può essere giudicata sulla base della disponibilità di mano d’opera.
   c) D’altro canto, nei casi nei quali non esista un piano, il valore dell’elasticità della produttività dà una sommaria idea della misura dell’incremento della produzione industriale da conseguire per assorbire una data disponibilità di mano d’opera industriale.

5.
Infine questo metodo permette di eseguire calcoli separati per singoli settori industriali. Se le elasticità storiche si calcolano per settori anziché per il complesso dell’industria, si tiene conto automaticamente delle differenze di possibilità tecniche e di condizioni economiche (come ad esempio le differenze nella forma della curva di produzione, nel valore della elasticità della offerta di lavoro), eventualmente esistenti fra industria e industria.

6.
Fino ad ora [agosto 1948] solo il piano Monnet e il piano Saraceno hanno fornito insieme i dati relativi al lavoro e quelli relativi alla produzione. Nella Tabella II si offre un confronto tra i valori dell’elasticità calcolati sulla base di questi due piani, ed alcuni valori storici.
In tale tabella è evidente che in linea di massima esiste una corrispondenza piuttosto stretta tra le tre serie di valori; considerevoli divergenze, tuttavia, si trovano nel caso dei tessili e della metallurgia, ma qui una più minuta suddivisione dei dati dei piani sarebbe necessaria in conseguenza della eterogeneità dei sistemi tecnici di produzione impiegati nelle stesse principali branche dei due settori industriali (rayon in confronto al cotone, altiforni in confronto ai laminatoi).
La mancanza di dati precisi sugli investimenti non permette d’altronde di stabilire in quale misura, oltre a questo, la differenza nella politica degli investimenti possa avere influito sulle divergenze riscontrate in detti due settori come pure altre più piccole divergenze.



7.
Come linea generale di condotta da seguirsi se in futuro saranno disponibili altri piani, va suggerito di prendere come punto di partenza per la loro analisi l’anno 1938 o il 1937 piuttosto che il 1947 o il 1948. Questi ultimi sono ancora influenzati molto dalle conseguenze della guerra. Quanto al periodo finale, nel caso che il 1952/53 o il 1960 siano gli anni terminali del piano, si può considerare che le caratteristiche salienti del periodo della ricostruzione saranno a quella data scomparse.
Nel confrontare il 1938 con il 1952/53 si può contare di essere di fronte a condizioni strutturali normali tenendo però conto dei mutamenti di carattere duraturo dovuti al periodo di guerra.
Se in tal modo si troverà che esista una stretta corrispondenza in ogni singola industria nei tre paesi tra l’espansione della produzione e i fabbisogni di capitale e di lavoro, sarà possibile ottenere un insieme di valori normali per le differenti industrie.
Nel caso che le divergenze siano molto rilevanti, si suggerisce una trattazione di carattere più generale. Tenendo conto di altre variabili (sviluppo delle tecniche di produzione, margine di capacità produttiva nel 1938, relazione fra fabbisogno totale di mano d’opera e di capitale, etc.) si può tentare di trovare dei legami meno rigidi tra i fabbisogni di capitale e quelli di mano d’opera delle industrie in esame; a questo scopo in Appendice si espone un metodo che, quantunque non direttamente applicabile per usi pratici, serve a stabilire dei punti di partenza per una ricerca secondo questo indirizzo.
Dipenderà dalla qualità e quantità del materiale statistico disponibile la scelta del metodo concreto più efficace e più pratico. Tuttavia senza riguardo al metodo che potrà essere prescelto, sembra chiaro che procedendo in tal modo, si possono ottenere criteri concreti e quantitativi per giudicare la compatibilità del settore lavoro rispetto agli altri aspetti del piano.


Appendice
1.
Condizioni per uno stabile rapporto fra la produttività del lavoro e il volume della produzione.
Se indichiamo:









la elasticità della produttività del lavoro rispetto al volume della produzione può indicarsi:








Assumendo una funzione della produzione del tipo di Cobb Douglas 1 :



(b = capitale) e differenziando rispetto al tempo:




si ottiene:




da cui:





Se α e β vengono assunti come costanti, la costanza di K dipende evidentemente dalla costanza dell’elasticità del capitale rispetto al lavoro, cioè dalla costanza del rapporto:

 

2.
La costanza dell’elasticità del capitale rispetto al lavoro può essere provata usando un sistema di equazioni simili a quello sviluppato da Tinbergen 2.
Per i nostri scopi saranno sufficienti le seguenti equazioni:

3.I
Sistema di equazioni









Ipotesi e definizioni
Nella (2) Domanda di lavoro: Il salario medio v eguaglia la produttività marginale del lavoro.
Nella (3) Offerta di lavoro: questa equazione può anche essere scritta così:




nella quale:
a è il numero di addetti all’industria;
p è la popolazione attiva complessiva;
l è il salario medio nella produzione non industriale;
ρ è l’elasticità dell’offerta. In questa formula è essenzialmente una elasticità di concorrenza: infatti la percentuale dell’offerta di lavoro nell’industria è determinata dal rapporto tra i salari medi nell’industria e quella degli altri rami della produzione. Nella (3) si è supposto che quest’ultimo salario medio crescesse con un incremento annuale costante: eλ. D’altronde, anche secondo Tinbergen, nella (3) il fattore eλt può essere considerato come indicante le crescenti richieste dei sindacati cioè l’incremento normale dei salari. 
Se per il valore iniziale (t=0) di a, b e p, si assume il numero 1, la costante nella (3) dovrebbe essere α .
Nella (4) γ è la propensione media all’investimento.
Nella (5) come incremento annuale si è assunto eπ.

3.II - a’/a
Dalla (3) e dalla (5) si ha:






Dalla (6), dalla (2) e dalla (1) si ha:

Differenziando la (7) rispetto al tempo si ha:








Questa equazione (II) ci dà già un rapporto




Essa tuttavia considera soltanto le equazioni (1), (2) e (3) del sistema 3-I, e trascura perciò la dipendenza di b dalle altre variabili del sistema, come dato dalla (4).

3.III - b’/b
Dalla (4) discende:





Siccome noi possiamo scegliere liberamente l’istante per il quale è t=0, noi prendiamo t=0 per l’anno per il quale deve essere calcolata l’elasticità. In tal caso tuttavia, noi siamo vincolati dai valori iniziali per le grandezze considerate, come assunte nel paragrafo 3.I; così ad esempio:



Discende perciò dalla (1) che:




e dalla (8) che:




Dividendo la (II) per b’0/b0 troviamo che:

 





3.IV - K
Sostituendo la (III) nella (I) noi troviamo:















In definitiva è perciò:






La natura stabilizzatrice della (IV) può facilmente individuarsi, se con una coppia di grafici si indicano i valori di K come dipendente da l per differenti combinazioni di π e λ (essendo presi come dati α, β e γ). Appare allora che modificazioni piuttosto notevoli sono necessarie perché K possa superare certi valori limite, ad esempio ±0,15 se viene preso come punto iniziale 0,45. Ad analoghe conclusioni si giungerebbe se si studiassero variazioni per α, β e γ per valori fissi di π e λ.

Note:
1 La funzione di Cobb Douglas è stata scelta per rappresentare la relazione fra produzione e lavoro e capitale perché essa è usata da molto tempo come strumento teoretico. Tuttavia può essere provato che anche basandosi su postulati più generali circa la natura della funzione della produzione, si ottengono formule identiche a quelle sopra descritte.
2 “Weltwirtschaftliches Archiv”, Maggio 1942, pag. 530.


[FINE]

 
* Ho rivisto l’Appendice correggendo diversi errori di stampa ed aggiungendo i passaggi mancanti nei calcoli. In particolare ho modificato la definizione della variabile a nel primo paragrafo (1.) che non può essere la produttività del lavoro ma deve essere il numero degli addetti dell’industria, come è poi nella funzione di Cobb Douglas e nel paragrafo 3.I. Altrimenti x/a non sarebbe la produttività del lavoro ma il numero degli addetti e K non sarebbe l’elasticità della produttività rispetto al volume della produzione ma l’elasticità del numero degli addetti rispetto al volume della produzione.  


domenica 13 gennaio 2013

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Le crisi come strumento della politica interna e internazionale




Jacob Funk Kirkegaard

Why Europeans and Americans Are Addicted to Budget Brinkmanship

9 gennaio 2013
Pubblicazione disponibile qui .



Sull’orlo della catastrofe.                                                                  Le crisi come strumento della politica interna e internazionale

[ Traduzione di Giorgio D.M. * ]



Il ritornello comune che echeggia nella politica americana, specialmente tra i repubblicani, è che gli Stati Uniti devono evitare, a qualsiasi costo, di diventare un’altra Europa.
Che ironia, allora, che proprio grazie ai repubblicani, i politici americani ed europei siano giunti al punto di fare affidamento sullo stesso tipo di politica del “rischio calcolato” [brinkmanship, politica che consiste nel perseguire un corso di azioni azzardate fino ad arrivare sull’orlo di una catastrofe al fine di conseguire un vantaggio sugli avversari] nell’affrontare le questioni riguardanti il bilancio pubblico, l’indebitamento pubblico e la politica fiscale.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il sistema è così paralizzato che le decisioni politiche fondamentali - come l’approvazione di un bilancio del governo che rifletta le preferenze della maggioranza che governa - non possono essere compiute senza scadenze artificiali e “baratri”.
Il cosiddetto baratro fiscale [fiscal cliff] del 31 dicembre 2012 - la combinazione di incrementi dell’imposizione fiscale stabiliti per legge e di tagli alla spesa pubblica automatici che nelle intenzioni avrebbe dovuto imporre un accordo - ha prodotto un misero compromesso sul bilancio che semplicemente ha creato nuovi baratri con il limite massimo al debito pubblico [debt ceiling] e le decisioni da prendere sul bilancio pubblico che si riproporranno nei prossimi mesi, garantendo il fatto che ancora una volta gli avversari nel Congresso dovranno correre contro il tempo per evitare un risultato che assicura la distruzione reciproca.

Come è stato evidenziato qui molte volte, tuttavia, i processi politici (e la bismarckiana produzione di salsicce) nella zona euro e negli Stati Uniti sono sorprendentemente simili. Entrambi sembrano incapaci di giungere a un accordo senza il timore di un disastro imminente.
L’Economist ha perfino ammonito che i leader politici statunitensi stanno “costruendo una Brussels sul Potomac”. Come al solito però anche in questo paragone “la sirena di St. James Street” è troppo severa nel suo giudizio sulla zona euro mentre non riesce a biasimare adeguatamente la incompetenza politica dei suoi confratelli anglosassoni.

Le differenze fondamentali esistenti tra i problemi che la zona euro e gli Stati Uniti devono affrontare richiedono strategie politiche differenti, ovviamente.
La zona euro ha un problema di definizione della sua struttura istituzionale che richiede una cessione di sovranità nazionale senza precedenti da parte dei paesi membri. Dopo la pace di Vestfalia, gli Stati, anche in Europa, non vogliono rinunciare alla loro sovranità.
Così non è una sorpresa il fatto che la forte pressione dei mercati e la minaccia di un imminente disastro economico (sotto la forma di un collasso dell’euro e/o del settore finanziario) sono stati lo strumento utilizzato per forzare molti degli accordi presi a notte avanzata nella zona euro sin dall’inizio del 2010.
Ridefinire la sovranità degli Stati nella zona euro (ormai privi del controllo sul sistema bancario nazionale e incapaci di assumere decisioni sovrane di politica fiscale) non è mai stata una cosa facile.

Al contrario, negli Stati Uniti, l’emergenza fiscale nel medio periodo (in antitesi al contenimento nel lungo periodo dei costi della sanità e delle pensioni) consiste nel ritornare a una economia non di guerra con una imposizione fiscale riportata indicativamente ai suoi livelli storici.
I problemi dell’Europa sono molto più grandi di quelli degli Stati Uniti.
Mentre l’Europa deve spogliare i suoi paesi membri di parti critiche delle loro sovranità nazionali, il Congresso deve solamente approvare bilanci credibili.
Il fatto che una strategia politica del “rischio calcolato” che comprende la creazione di baratri artificiali sia necessaria a Washington per raggiungere risultati di governo così basilari è la attestazione delle disfunzioni politiche della capitale americana.
La volatilità dei mercati e le crisi possono essere necessarie per guidare l’unificazione di un continente partendo dal basso come avviene in Europa.
Ma non è possibile governare con successo una nazione se la terapia d’urto [shock therapy] è necessaria per portare a termine compiti di governo così fondamentali.
Tuttavia le recenti esperienze europee di politica condotta sull’orlo di un disastro possono almeno fornire alcuni indizi su come gli eventi si svolgeranno a Washington nei prossimi mesi.

Per comprendere l’essenza della politica del “rischio calcolato” - una strategia politica che consiste nello spingere deliberatamente una situazione pericolosa sino sull’orlo di una catastrofe al fine di ottenere con la forza delle concessioni - il punto di partenza migliore è la strategia della deterrenza nucleare e in particolare il classico “Arms and Influence” del premio Nobel Thomas Schelling, pubblicato nel 1966.
In questo libro Schelling descrive la politica del “rischio calcolato” come “la manipolazione del rischio condiviso di una guerra... che sfrutta il pericolo che qualcuno possa inavvertitamente superare il limite, trascinando l’altro con lui.”
Nella zona euro sin dal 2010, la catastrofe si è profilata sotto la forma di un collasso dell’euro e/o del sistema finanziario della zona euro.
Il rischio a Washington nei prossimi mesi ovviamente non è una guerra. Piuttosto è la minaccia di una recessione nel 2013 (se il baratro fiscale non fosse stato evitato), un default sovrano degli Stati Uniti (se il limite massimo al debito pubblico non viene elevato), o un blocco della spesa del governo federale statunitense.

Schelling descrive la necessità di una crisi per indirizzare i politici con queste parole:
“L’essenza delle crisi è la loro imprevedibilità. Una “crisi” che si ritiene fiduciosamente che non comporti il pericolo che le cose sfuggano di mano non è una crisi; non importa quanto frenetica sia l’attività, finché si ritiene di essere al sicuro non c’è una crisi. E una “crisi” che si sa che avrà come risultato un disastro o grandi perdite, o enormi cambiamenti di un qualche tipo che sono però ampiamente prevedibili, anche questa non è una crisi; finisce non appena incomincia, non c’è ansia. L’essenza di una crisi è che le persone coinvolte non abbiano il pieno controllo degli eventi.”

Nei termini del rischio definito dall’economista Frank Knight, l’essenza della politica del “rischio calcolato” è l’incertezza, che diversamente dal “rischio” quantificabile non ha una distribuzione di probabilità. Il timore di qualcosa di terribile costringe i politici ad assicurarsi contro un risultato di questo tipo.

Nella zona euro, una forte pressione dei mercati ha instillato nei politici europei l’urgenza delle decisioni.
Non è avvenuto così negli Stati Uniti, dove - ad eccezione del devastante crollo del mercato azionario avvenuto dopo che il Congresso inizialmente respinse il TARP (Temporary Asset Relief Program) nell’ottobre del 2008 (che compì il miracolo dal momento che il Congresso approvò il TARP quattro giorni dopo) - i mercati finanziari hanno generalmente ignorato la paralisi politica di Washington.
Invece i mercati hanno generosamente e fiduciosamente premiato le istituzioni politiche di Washington, ritenute di gran lunga superiori, e le generali prospettive di crescita con tassi di interesse sui titoli del debito pubblico così bassi come non lo erano mai stati in passato.
Per soddisfare gli investitori, le attività degli Stati Uniti devono semplicemente sembrare migliori delle attività alternative disponibili nella zona euro e in Giappone.
In assenza di sorveglianti dei titoli del debito pubblico [bond vigilantes], i legislatori del Congresso sono stati costretti a caricare le loro stesse armi e a creare le loro stesse crisi artificiali.

Ho espresso il mio rincrescimento a proposito della necessità di usare i mercati per costringere i leader politici della zona euro ad arrendersi e a cedere sovranità politica.
Ma sono ottimista sul fatto che una simile strategia possa avere successo a Washington.

Tuttavia la politica del “rischio calcolato” presenta a Washington rischi che non sono presenti nella zona euro. I leader europei, ad esempio, sono generalmente d’accordo nel ritenere che un collasso del sistema debba essere evitato a qualsiasi costo. Non c’è un consenso simile a Washington.
Solo perché l’assicurazione della mutua distruzione, garantita dagli arsenali nucleari, ha trattenuto l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti da un conflitto nucleare durante la guerra fredda, non c’è alcuna ragione per supporre che la stessa strategia funzionerebbe con un Iran dotato di armi nucleari, messianico, il cui zelo per la guerra santa può essere paragonato alle tendenze irrazionali di alcune componenti del partito repubblicano.

In secondo luogo, i risultati cooperativi del “gioco del pollo” [chicken game] giocato nella zona euro sono stati facilitati dall’impatto asimmetrico dell’escalation man mano che i paesi che hanno adottato la moneta unica si muovevano verso l’orlo del disastro.
La Germania ritiene di non andare incontro ad alcuna sofferenza economica finché la zona euro non si rompe davvero (e a quel punto i costi sarebbero elevati). Ma le nazioni della periferia della zona euro sono andate incontro a sofferenze molto prima di una rottura, e soffrirebbero anche di più dopo.
Di conseguenza, il cancelliere Angela Merkel è stata in grado di imporre un ritmo lento alla soluzione della crisi della zona euro, confidando nel fatto che la Grecia e gli altri paesi che le si opponevano avrebbero sofferto molto di più e molto prima, e quindi avrebbero probabilmente ceduto prima.
I costi di una crisi negli Stati Uniti non possono essere addebitati in modo simile a un solo partito, e quindi si riducono le possibilità di un risultato positivo per una delle due parti.

Poiché i baratri negli Stati Uniti sono artifici politici, essi possono essere smontati rinviando le decisioni, specialmente in assenza di una pressione da parte dei mercati. Perversamente, questo può negare i vantaggi derivanti per gli Stati Uniti da una struttura di governo federale unitaria, da un sistema di controlli e contrappesi [checks and balances] cioè molto meno macchinoso del sistema decisionale della zona euro che comprende 17 diversi governi.

Che cosa dunque può dirci l’esperienza della zona euro su chi potrebbe avere la meglio nei prossimi mesi a Washington?

Dal momento che i mercati finanziari sembrano disposti a concedere agli Stati Uniti il beneficio del dubbio, almeno per ora, sarà il popolo americano a decidere chi biasimare per il prossimo burrone al quale ci avvicineremo.
Di conseguenza, il presidente Obama ha inviato un messaggio vincente a cavallo della fine dell’anno quando ha affermato che i repubblicani erano disposti a rischiare tutto per proteggere le aliquote di imposta che si applicavano ai milionari. I repubblicani della Camera hanno ceduto e hanno accettato un incremento di più di 600 miliardi di dollari delle imposte senza ricevere in cambio niente più di un simbolico incremento dei tagli alla spesa.

I leader dei repubblicani del Congresso ora sono convinti di aver evitato ulteriori incrementi delle imposte. Sulla base di questo presupposto, ritengono che il prossimo giro di negoziati debba essere sui tagli alla spesa. Ma è dubbio che il partito repubblicano abbia realmente incrementato il suo potere contrattuale nei confronti del presidente Obama con questo risultato.

Per un semplice motivo, perché il potere contrattuale nei confronti di un presidente che non si deve ripresentare appare discutibile.
Il presidente Obama potrebbe, ad esempio, mettere al sicuro il suo lascito politico agendo unilateralmente per evitare il limite massimo al debito pubblico - coniando quella moneta da un trilione di dollari o semplicemente ignorando del tutto quel limite e rischiando la messa in stato di accusa [impeachment] e un verdetto favorevole da parte della maggioranza democratica del Senato, piuttosto che cedere alle richieste dei repubblicani di soli tagli alla spesa.

Il “gioco dello scaricabarile” [“blame game”] fatto ex ante nella politica degli Stati Uniti è sempre incostante e miope.
E’ difficile che la vittoria dei democratici nel confronto sul baratro fiscale sia ricordata dal pubblico americano quando le negoziazioni sul limite massimo al debito diverranno concitate e il disastro si profilerà.
In verità, proprio perché il baratro dovuto al limite massimo al debito pubblico è molto più grave del baratro fiscale (un default degli Stati Uniti sul debito avrebbe quegli effetti istantanei sui mercati che la minaccia di una recessione nel 2013 non ha mai avuto), i repubblicani probabilmente avranno un potere contrattuale minore di quello che hanno avuto a cavallo del nuovo anno.
Con la piena affidabilità e il credito degli Stati Uniti in gioco, quale potere contrattuale potranno davvero avere il presidente della Camera John Boehner e il leader dei repubblicani al Senato Mitch McConnell?

Il presidente Obama avrà l’opzione di esercitare unilateralmente il potere esecutivo. Anche se decidesse di non ricorrere ad esso e di evitare un default bloccando i pagamenti della previdenza sociale, dei rimborsi delle imposte, o dei contratti della difesa, che cosa potranno guadagnare i repubblicani?
Esattamente come le ritorsioni commerciali giustificate dall’Organizzazione Mondiale del Commercio possono essere regolate per infliggere il massimo danno politico alla nazione che viola le regole, il Tesoro degli Stati Unti può determinare le priorità nei pagamenti in modo tale da infliggere il massimo danno al partito repubblicano nei confronti dell’opinione pubblica.
Il cosiddetto Ryan Budget e la proposta privatizzazione dell’assistenza sanitaria non furono, alla fine, decisivi nelle recenti elezioni presidenziali, eccetto forse che in Florida, dove i pensionati votarono in massa. Ma non c’è dubbio che le richieste dei repubblicani per drastici tagli al sistema pensionistico e alla assistenza sanitaria sono impopolari. Obama ha vinto in Florida dopotutto.
Boehner e McConnell davvero pensano che agitare lo spettro dei mercati finanziari o minacciare di paralizzare l’attività del Governo federale per sostenere queste richieste si dimostrerà una scelta vincente in termini di voti? Forse dovrebbero consultare l’ex leader della maggioranza del Senato Bob Dole, che criticò le manovre dell’allora presidente della Camera Newt Gingrich dirette a provocare la paralisi dell’attività del governo nel 1995, perché danneggiarono la sua campagna contro il presidente Bill Clinton nel 1996.

In conclusione, un default sovrano degli Stati Uniti rimane una preoccupazione oziosa per quanto riguarda i prossimi mesi. La compiacenza dei mercati finanziari appare giustificata. L’idea del partito repubblicano di un suo maggiore potere contrattuale nei prossimi round dei giochi del baratro è un mito. Sia nel caso in cui la battaglia sul limite massimo al debito pubblico si concluda con un accordo tra i due partiti sia nel caso in cui si concluda con un decreto del potere esecutivo, la mia previsione è che ciò avverrà ampiamente secondo le condizioni poste dal presidente Obama.

I repubblicani - così timorosi del fatto che gli Stati Uniti possano tramutarsi nella Grecia - dovrebbero ricordare che il primo passo che qualsiasi paese compie lungo quella strada è quello di rinunciare a un modo di governare basato sui fatti, credibile e responsabile.

[FINE]

* Ho aggiunto dei link a Wikipedia per la politica del “rischio calcolato” o brinkmanship e per il gioco del pollo o chicken game, e al blog di Paul Krugman per la proposta di coniare una moneta di platino da un trilione di dollari come espediente legale per aggirare il limite massimo al debito pubblico o debt ceiling.


giovedì 3 gennaio 2013

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L’Agenda Monti - Una politica davvero perversa




Rudiger Dornbusch e Stanley Fischer

La grande depressione: i problemi e le idee - La sintesi

Rudiger Dornbusch e Stanley Fisher, Macroeconomia -  IV edizione, Il Mulino, Bologna 1988, p.418.



L’Agenda Monti - Una politica davvero perversa




Sia la spiegazione keynesiana che quella monetarista si adattano bene ai fatti fornendo entrambe una risposta al perché si sia verificata la grande depressione e suggerendo al tempo stesso come evitare che si verifichi nuovamente.
La grande depressione diventò tale a causa di inopportune politiche fiscali e monetarie. *
Se queste politiche fossero state tempestive, vigorose ed espansive l’economia avrebbe sì sofferto di una recessione, ma non così traumatica come si dimostrò.
Sì è d’accordo nel ritenere che una depressione di quelle dimensioni non potrà verificarsi nuovamente tranne nel caso di politiche davvero perverse, eventualità davvero poco probabile dal momento che la storia aiuta ad evitare la ripetizione degli errori.
Oggi non si aumenterebbero le imposte nel bel mezzo di una depressione, né si tenterebbe di condurre in pareggio il bilancio.
La banca centrale cercherebbe attivamente di sostenere l’offerta di moneta ed inoltre il settore pubblico ha un ruolo nell’economia assai più ampio di quello che aveva allora.
Il più alto livello della spesa pubblica, la sua relativa lentezza a modificarsi, gli stabilizzatori automatici, inclusa la tassazione sui redditi, i sussidi alla disoccupazione, la previdenza sociale, rendono i sistemi economici più stabili di quanto non fossero negli anni ’30.
Non c’è un conflitto sostanziale tra le spiegazioni keynesiana e monetarista della grande depressione.
Il modello IS-LM, arricchito dell’analisi dal lato dell’offerta dell’aggiustamento dei salari e dei prezzi [...] è in grado di cogliere entrambe le spiegazioni.
Perché allora c’è stata questa controversia sulle cause della grande depressione?
La ragione è che gli anni ’30 sono considerati come il periodo in cui si preparò lo scenario per un massiccio intervento statale nell’economia.
Coloro che si oppongono ad un ruolo attivo dello Stato devono giustificare il crollo dell’economia negli anni ’30. Se la depressione si verificò a causa, e non nonostante l’intervento statale, le possibilità per una funzione attiva del settore pubblico nella stabilizzazione economica vengono indebolite.
Inoltre durante gli anni ’30 l’economia presentò situazioni talmente estreme che le diverse teorie debbono essere sottoposte all’esame sulla loro capacità di spiegare quel periodo.
Queste sono le principali ragioni che fanno continuare la disputa sulle cause della grande depressione dopo oltre 50 anni dal suo verificarsi.


[FINE]

* Il grassetto è mio.

mercoledì 2 gennaio 2013

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Il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia - Ciampi




Carlo Azeglio Ciampi

Considerazioni finali - 1981

Banca d’Italia, Considerazioni finali - 1960-1981, pp. 891-897.
Pubblicazione disponibile qui .


Il colpo di Stato riuscito.                                                                       Il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia nelle parole dei congiurati - Ciampi



PER UNA MONETA STABILE
Il ricupero del bilancio pubblico come strumento di politica economica sta al vertice principale del triangolo che figuratamente racchiude gli elementi necessari a riconquistare una buona moneta, agli altri due trovandosi la coerenza dei comportamenti che regolano la dinamica dei redditi e l’autonomia della creazione di moneta dai centri di spesa.
Negli anni settanta l’aumento delle uscite della pubblica amministrazione è stato rapido e tumultuoso. Nel 1981, in rapporto al prodotto interno lordo, esse hanno per la prima volta superato quelle dei principali paesi europei, mentre le entrate sono rimaste sensibilmente inferiori.
Si sostiene, giustamente, che nel valutare la pressione fiscale non si può non tener conto del più basso livello del reddito pro capite dell’Italia. Ma lo stesso ragionamento dovrebbe in prima istanza essere addotto per contenere le spese, fin quando quel livello non si sarà sufficientemente elevato.
Se i disavanzi avessero per origine uno sforzo di accumulazione volto ad ampliare e a rafforzare la struttura produttiva, e quindi a generare reddito nell’avvenire, si potrebbe ritenere che siano destinati a chiudersi nel tempo. Ma essi per oltre la metà sono rappresentati dal divario tra incassi e pagamenti correnti; gli altri grandi paesi industriali hanno chiuso il 1981 con un avanzo corrente.
Gli stretti legami tra la politica monetaria, il fabbisogno pubblico e le sue forme di copertura, che di recente la dottrina ha riesaminato e approfondito, sono in fondo riconducibili a un principio elementare: per nessuna unità economica le spese correnti possono a lungo eccedere le entrate.
Il vincolo del bilancio impone l’aggiustamento all’individuo e all’impresa; alla pubblica amministrazione la capacità primaria di credito consente di rinviarlo, non di eluderlo indefinitamente.
Il tentativo di eluderlo non può che inasprire l’imposta perversa dell’inflazione.
Occorre dunque tornare al rispetto di principi che pongano limiti diretti e invalicabili al sistematico assorbimento di risparmio da parte del settore pubblico.
Il vincolo del pareggio del bilancio corrente attiverebbe meccanismi di controllo della qualità e della quantità delle spese, costringendo a operare un diretto raffronto tra i benefici e i costi delle prestazioni richieste alla pubblica amministrazione.
Si eviterebbe, altresì, il rinvio di vere soluzioni ai problemi di fondo dell’economia, che spesso è favorito dal poterne far ricadere gli oneri sul settore pubblico.

Per dare inizio al cammino verso il pareggio è necessario realizzare un più stretto collegamento tra il bilancio annuale e quello pluriennale; quest’ultimo dovrà essere il frutto di una valutazione delle entrate e delle spese attenta e coerente con l’evoluzione prevista dell’economia.
La prima norma da introdurre, nello spirito dell’articolo 81 della Costituzione, è l’obbligo di un’integrale copertura tributaria, sia per l’esercizio in corso sia per quelli successivi, di ogni spesa corrente decisa in aggiunta a quelle già considerate nel bilancio pluriennale.
Non va certo affidato al gioco automatico dell’inflazione e del drenaggio fiscale il compito di accrescere la pressione tributaria, ma non si può pensare di neutralizzare la progressività delle imposte e di trascurare al tempo stesso le dimensioni globali del problema. Non si tratta solo di intensificare risolutamente la lotta all’evasione, ma di restituire all’area impositiva settori che hanno finito con l’esserle sottratti.

Squilibri gravi si annidano nel sistema previdenziale e in quello sanitario.
In assenza di decisi interventi essi determineranno nel volgere di pochi anni una pressione insostenibile sulle risorse, soprattutto per l’invecchiamento della popolazione e il pieno dispiegarsi degli automatismi introdotti anche di recente.
Nel settore sanitario, con l’attuazione del decentramento si sta perdendo il controllo dei flussi di spesa; non vi è chiarezza nella determinazione dei limiti posti agli organi locali; gli sconfinamenti finanziari che si accumulano finiscono con il riversarsi al centro, dove le possibilità di intervento sono ridotte.

Non si conseguiranno risultati significativi se non si abbandonerà la pretesa secondo cui lo Stato debba e possa farsi carico di ogni bisogno del cittadino.
Sono indispensabili riforme che non si limitino alla correzione delle attuali incongruenze.
Esse dovranno avere per fondamento la distinzione tra prestazioni essenziali, a carico della collettività, e forme integrative, a carattere assicurativo e volontario, i cui oneri vanno coperti con risparmio privato, come avviene in quasi tutti i paesi della CEE.
Nonostante l’entità delle spese, l’Italia continua a soffrire di servizi pubblici insoddisfacenti o addirittura carenti. La soluzione non sta nell’espandere senza limite il numero degli addetti, ma nella ricerca di efficienza e nella riqualificazione dei servizi.
Senza erigere a vincolo assoluto la copertura con le tariffe delle spese d’esercizio delle imprese di pubblica utilità, il vaglio dei casi in cui è nell’interesse generale consentire l’uso di determinati servizi a prezzi inferiori ai costi dovrà essere severo; le sovvenzioni, da iscrivere tra le spese correnti, dovranno essere chiaramente individuate, definite negli importi, collegate alle prestazioni fornite e non risultare dalla semplice copertura a posteriori di qualsiasi disavanzo.
I finanziamenti concessi alle imprese a partecipazione statale, attualmente compresi nel conto capitale, solo in parte si riferiscono a veri investimenti: in parte ripianano perdite della gestione corrente.
Anche qui occorrerà fare chiarezza nei conti.

La voce della spesa pubblica che ha mostrato negli ultimi anni la dinamica più accentuata è costituita dagli interessi sul debito.
Nel 1981 essi sono ammontati a 30.000 miliardi, triplicandosi in quattro anni. L’espansione è dipesa sia dalla lievitazione dei tassi sia dalla crescita del debito, che alla fine dell’anno ascendeva a 275.000 miliardi.
V’è chi sostiene che l’aggiustamento dovrebbe cominciare proprio con interventi volti a ridurre i pagamenti per interessi, proponendo alcuni di allentare la restrizione monetaria, altri di introdurre forme di indicizzazione reale dell’indebitamento pubblico che concentrerebbero l’onere del servizio alla data di scadenza dei titoli.
Alla prima proposta rispondono le considerazioni appena svolte sulla congiuntura interna e internazionale e sui motivi che costringono a mantenere un orientamento di rigore monetario. Non si deve confondere tra cause primarie e secondarie del disavanzo e dell’inflazione, o addirittura tra cause ed effetti.

I tassi d’interesse reali positivi frenano la domanda interna e favoriscono l’accumulazione di attività finanziarie.
Certo sono essi stessi elementi di costo e il loro aumento ha conseguenze indesiderate sull’inflazione; ma questi effetti sono di gran lunga inferiori a quelli di segno opposto derivanti dal controllo della domanda e dal sostegno del cambio.
Né si può ignorare che tassi reali negativi sono un sussidio al debitore e una spoliazione del creditore.

Rimaniamo anche contrari all’indicizzazione del debito pubblico ai prezzi, pur condividendone l’obiettivo di equità verso i risparmiatori.
Ma l’equità deve essere garantita ponendo fine alla distruzione di risparmio, non promettendo frutti che mai matureranno sulla pianta secca di un cronico disavanzo corrente.
Gli obiettivi di ridurre l’incertezza non solo del creditore ma dello stesso debitore e di favorire il finanziamento con scadenza medio-lunga possono essere perseguiti senza ampliare l’area delle indicizzazioni.
I finanziamenti a tasso variabile, che la Banca ha promosso e gli operatori perfezionato con tecniche innovative, hanno consentito di mantenere aperti i canali di raccolta oltre il breve termine del Tesoro e dell’economia anche nella recente difficile congiuntura.

Al di là degli oneri per interessi, destinati a ridursi al progredire del riequilibrio nell’economia, altri ben individuati fattori, operanti soprattutto nel sistema previdenziale e in quello sanitario, stanno sgretolando la struttura del bilancio.
È urgente disattivare questi meccanismi dirompenti.
Ne trarrà decisivo sostegno la lotta all’inflazione sia direttamente sia per l’impatto che l’avvio di un risanamento credibile delle finanze pubbliche avrà di per sé sulle aspettative e sugli stessi tassi d’interesse.
Sono misure che si impongono anche per contrastare gli effetti di ampliamento del disavanzo dovuti ai tempi diversi di reazione delle spese e delle entrate al recedere dell’inflazione.
Sarebbe grave errore muovere verso l’indicizzazione del debito pubblico ai prezzi senza aver eliminato gli scompensi di fondo del bilancio.
Si aggraverebbero per le generazioni future i costi dell’uso presente di risorse e si attenuerebbero gli stimoli al riequilibrio acuendo le difficoltà complessive.

Sappiamo bene che un’economia già largamente indicizzata, e nella quale l’inflazione a due cifre imperversa da un decennio, vive in uno stato di contraddizione, e che introdurre nuove clausole del genere può apparire come un atto di razionalità.
Ma ci rifiutiamo all’idea che ancora una volta, per cercare di uscire dalla contraddizione, venga data al sistema una spinta verso quel vero abbandono della moneta che è l’indicizzazione generalizzata, anziché porre mano a una seria riforma delle pubbliche finanze e procedere alla riduzione delle indicizzazioni esistenti.
In questa direzione stanno procedendo altri paesi europei, nei quali operano meccanismi di adeguamento automatico dei salari, al fine di riportare la contrattazione collettiva a essere strumento di governo dell’evoluzione dei redditi.
È questo il secondo vertice del triangolo che conduce al ricupero dell’equilibrio monetario.
V’è crescente coscienza del fatto che una dinamica del costo del lavoro superiore a quella della produttività non può che portare alla coesistenza del ristagno con l’inflazione.
Le parti sociali devono darsi carico di una nuova politica delle contrattazioni collettive e di una revisione di meccanismi resi obsoleti da mutate condizioni obiettive.
Il presidio del salario reale va ricercato nel rispetto delle regole che conducono a una buona moneta, e non in comportamenti che determinano una spirale tra prezzi e salari.
L’operare dei meccanismi di scala mobile finisce col nuocere a tutti: a chi preme sul mercato del lavoro, che subisce l’incapacità del sistema di favorire gli investimenti di ampliamento del potenziale produttivo; a chi è occupato, che paga il tentativo di difesa del reddito reale con crescenti incertezze sul mantenimento del posto di lavoro; alle organizzazioni dei lavoratori, schiacciate nelle loro rivendicazioni dalla parte automatica degli aumenti e sotto il contraccolpo di scelte che allontanano la prospettiva di maggiore occupazione.

Il triangolo in cui si iscrive il ritorno alla stabilità monetaria si chiude restituendo alla banca centrale piena autonomia nella creazione di moneta.
V’è chi crede che l’esercizio di questa autonomia in senso inflessibilmente restrittivo sia condizione sufficiente per assicurare l’equilibrio e per contenere gli stessi disavanzi pubblici.
La tesi, se poteva esser vera in presenza di mercati atomistici e di un’amministrazione pubblica con peso e funzioni assai più limitati di quelli attuali, non è vera oggi.
Non c’è una mano invisibile che operi un rapido e duraturo riequilibrio della dinamica salariale e del disavanzo pubblico in risposta al controllo della moneta.

Una rigorosa politica del credito fa emergere le contraddizioni tra domanda monetaria e crescita reale e tra fabbisogno pubblico e capacità di risparmio.
È dunque di fondamentale importanza, in particolare allorché i disavanzi pubblici sono ampi e crescenti, che la banca centrale possa esercitare una piena responsabilità nel governo dei flussi monetari e finanziari.
Un importante progresso è stato compiuto con l’abbandono della pratica secondo la quale l’istituto di emissione fungeva da acquirente residuale dei BOT offerti alle aste.
Pur non risolvendo di per sé i problemi di fondo, il cosiddetto divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia, che sarà perfezionato con l’introduzione delle aste competitive, meglio consente il rispetto del principio di rilevanza costituzionale che pone precisi limiti al diretto finanziamento monetario del disavanzo pubblico.
L’autonomia delle decisioni riguardanti il controllo monetario da quelle attinenti alla gestione del debito pubblico non deve essere intesa come rigida separazione nello svolgimento delle rispettive funzioni. La composizione per scadenze e per caratteristiche di rendimento delle attività finanziarie influenza il comportamento degli operatori agendo sulla spesa e sui movimenti dei capitali con l’estero.
Il riscontro reciproco della politica monetaria e della gestione del debito è necessario al perseguimento della combinazione migliore tra finalità del governo della moneta, da un lato, e minimizzazione del costo e allungamento della scadenza del debito pubblico, dall’altro.
A questi criteri, nella distinzione dei compiti, Tesoro e Banca d’Italia hanno continuato a improntare la loro azione anche dopo che è cessato l’impegno da parte di quest’ultima di assorbire alle aste i BOT non collocati sul mercato.
Nondimeno, quando le spinte destabilizzanti del disavanzo pubblico si manifestino con particolare forza, nelle scelte della banca centrale l’obiettivo del controllo monetario non può non prevalere su quello della composizione del debito pubblico secondo la scadenza.
Esso è elemento prioritario per contenere l’inflazione; d’altra parte, solo arrestando il degrado monetario si può ottenere un durevole ritorno dei privati sui titoli a lunga e ottemperare al dettato della tutela del risparmio.


[FINE]