Ogni insieme di diritti nasce da un conflitto che si crea quando qualcuno compie o vuole compiere qualcosa che ha delle conseguenze su altre persone, con il favore di alcune di queste e l’opposizione di altre. Con o senza una lotta, si giunge ad un accordo o a un compromesso con il quale si definiscono i rispettivi diritti. Quello che voglio evidenziare in modo particolare è che la soluzione è essenzialmente la trasformazione del conflitto da un problema politico a una transazione economica. Una transazione economica è un problema politico risolto. L’economia ha conquistato il titolo di regina delle scienze sociali scegliendo come suo dominio quello dei problemi politici risolti. (Abba P. Lerner, 1972, The Economics and Politics of Consumer Sovereignty)

Nel lungo periodo, se non saremo davvero tutti morti, saremo ancora nel breve periodo. (Abba P. Lerner, 1962, Own Rates and the Liquidity Trap)

Affinché il sistema capitalista funzioni efficacemente i prezzi devono sostenere i profitti. (Hyman P. Minsky, 1986, Stabilizing an Unstable Economy)

Res tantum valet quantum vendi potest. (cfr. Karl Pribram, 1983, A History of Economic Reasoning)


N.B. Nel blog i link sono indicati in rosso: questo è un link.

venerdì 25 luglio 2014

Riforma e stabilizzazione del capitalismo. Ultraimperialismo e conformismo




Michał Kalecki e Tadeusz Kowalik

Osservazioni sulla “riforma cruciale”

Politica ed economia, n. 2-3, Giugno 1971. pp.189-196.



Riforma e stabilizzazione del capitalismo.                Ultraimperialismo e conformismo

[ A cura di Giorgio D.M. * ]



1.
[Riforma e stabilizzazione del sistema capitalistico]

Nella letteratura socialista il problema delle riforme nel capitalismo è posto di solito nei seguenti termini: come conciliare la lotta per le riforme con la lotta rivoluzionaria, ossia con la lotta per il cambiamento dell’intero sistema sociale, come condurre la lotta per il conseguimento di obiettivi prossimi e parziali in modo che questa, anziché indebolire, venga a rafforzare il potenziale rivoluzionario dei movimenti di massa.

Vogliamo esaminare qui l’aspetto estremo di tale problema che, a quanto ci sembra, non è stato finora sufficientemente analizzato.
Supponiamo che una forte pressione delle masse conduca, a dispetto della classe governante, ad una riforma così radicale del sistema, che pur senza abbattere gli esistenti rapporti di produzione venga ad aprire nuove prospettive per un ulteriore sviluppo delle forze produttive.
Si viene allora a creare una situazione paradossale: la “riforma cruciale” imposta alla classe governante può portare ad una stabilizzazione, almeno temporanea, del sistema.
Come dimostreremo più sotto, tale situazione si verifica appunto nel capitalismo contemporaneo.

2.
[Errori economici cardinali del riformismo di Eduard Bernstein]

Occorre rilevare fin d’ora che il problema preso qui in esame non ha niente a che fare con il riformismo di Eduard Bernstein.
L’autore delle Premesse del socialismo [1] dimostrava, mediante un’interpretazione unilaterale di alcuni nuovi fenomeni economici e sociali, che lo sviluppo economico spontaneo nonché le graduali riforme sociali conducono alla trasformazione delle società capitalistiche mature in società socialiste.
Il partito doveva avere il coraggio di riconoscere apertamente di essere il partito delle riforme e non un partito rivoluzionario.

Dal punto di vista economico Bernstein ha commesso due errori cardinali.
In primo luogo egli non scorgeva l’importanza capitale della contraddizione fra produzione e sbocchi nel sistema capitalistico, riducendo la questione delle crisi provocate dalla sovrapproduzione ad una sproporzione nello sviluppo dei singoli settori della produzione.
Egli riteneva pertanto che i cartelli e i trust nonché le organizzazioni finanziarie e creditizie potessero liquidare l’anarchia della produzione su scala sociale.
In secondo luogo Bernstein traeva delle conclusioni eccessive dal fenomeno dell’influenza limitatrice esercitata dai sindacati e dalle cooperative di consumo sui profitti dei capitalisti.
Non solo egli negava la teoria, riportata frequentemente dalla letteratura socialista di allora, della “miseria crescente” (e in questo aveva indubbiamente ragione), ma cercava inoltre di dimostrare che, per effetto della pressione delle organizzazioni sopraccitate, i profitti venivano gradualmente a trasformarsi in retribuzioni dei “managers”.
Ciò sta a testimoniare che Bernstein non prendeva in considerazione due problemi fondamentali dell’economia capitalistica:
a)       La riduzione del profitto ad un semplice “salario di direzione” sotto la pressione delle paghe nominali degli operai è cosa assolutamente inverosimile (se si tiene conto degli effetti che ha sui prezzi l’aumento delle paghe);
b)       La scomparsa dei profitti “netti” condurrebbe ad un ristagno economico, dato che i profitti non distribuiti delle imprese costituiscono uno dei principali incentivi per le decisioni di investimento.

3. 
[Il cartello generale di Rudolf Hilferding]

In opposizione alla concezione di Bernstein meritano un’attenzione particolare dal punto di vista del problema da noi posto le vedute di alcuni suoi avversari, soprattutto quelle di Rudolf Hilferding e di Rosa Luxemburg.

Potrebbe sembrare che le vedute di Hilferding non si discostino molto dalla concezione di Bernstein.
Anche Hilferding, infatti, attribuiva le crisi ad una sproporzione nello sviluppo dei singoli settori della produzione e ammetteva la possibilità di liquidare le crisi attraverso “un’organizzazione” del capitalismo.

Tuttavia le divergenze sono ben più importanti delle affinità.
In particolare, la critica che Hilferding muove a Bernstein ha un’importanza fondamentale.
L’autore del Capitale finanziario dimostrava che
“la produzione regolata e la produzione anarchica non erano delle contraddizioni quantitative, cosicché, introducendo una sempre maggiore regolazione, si sarebbe potuto passare dall’anarchia all’organizzazione cosciente […].
Chi ritiene che i cartelli possano liquidare le crisi, dimostra unicamente di non capire affatto le cause delle crisi e il loro rapporto con il sistema capitalistico. [2]

L’anarchia e le crisi economiche potrebbero essere liquidate soltanto da un “cartello generale”, in cui la produzione fosse consapevolmente regolata da un’istituzione centrale ed i prezzi fossero solo uno strumento di distribuzione del prodotto globale.
Per di più Hilferding riteneva che il passaggio dai cartelli e dai trust sparpagliati a un cartello generale sarebbe un sovvertimento che potrebbe avvenire “soltanto in modo violento mediante la subordinazione di tutta la produzione a un controllo cosciente”.
In questa concezione, non elaborata del resto con maggiore precisione, compare, forse per la prima volta nella storia delle dottrine, un elemento affine alla tesi sulla ”riforma cruciale”, benché non sia chiaro se Hilferding attribuisse alla pressione delle masse un certo ruolo, almeno indiretto.

Sviluppando la visione del “cartello generale”, Hilferding sottolineava di non credere nella stabilità di un regime rispondente a tale visione.
Egli riteneva, è vero, che il “cartello generale” avrebbe potuto risolvere le fondamentali contraddizioni economiche del capitalismo ma esprimeva la convinzione che tale regime avrebbe dovuto fallire per ragioni politico-sociali, vale a dire perché “spingerebbe i contrasti degli interessi ai limiti estremi”. [3]
Purtroppo anche questa convinzione è stata espressa da Hilferding in termini molto generali ed è perciò difficile discuterla in modo preciso.
Interessante, invece, è la sua analisi delle contraddizioni internazionali che si verificano fra le potenza imperialistiche, nonché delle tendenze che conducono a conflitti bellici fra i “cartelli generali” nazionali.
In tali conflitti internazionali, accompagnati da forti contrasti di classe nell’ambito di detti cartelli, Hilferding vedeva la prospettiva di una rivoluzione socialista.

[Il feudalesimo industriale di Ludwik Krzywicki]

Una certa anticipazione alla visione che Hilferding aveva del cartello generale, la troviamo assai prima nei lavori di un sociologo polacco, Ludwik Krzywicki.
Questi vedeva delinearsi forti tendenza verso un “feudalesimo industriale”, ossia verso la visione di un “paese-latifondo”, caratterizzato da una struttura gerarchica e governato da una esigua oligarchia finanziaria.
Krzywicki associava tale visione a un simultaneo processo di conformismo generalizzato delle classi sociali e quindi anche della classe operaia, che, secondo lui, avrebbe potuto trarre da detto “latifondo” dei vantaggi materiali.
Egli attribuiva pertanto al regime del feudalesimo industriale una notevole stabilità, anzi vedeva in esso, a quanto pare, la minaccia di una definitiva alternativa al socialismo. [4]

4.
[I mercati esterni al capitalismo di Rosa Luxemburg]

Le vedute di Rosa Luxemburg differiscono sostanzialmente dalla concezione di Hilferding, se non altro per il fatto che, secondo la Luxemburg, la contraddizione fondamentale del capitalismo non consisteva nella sproporzione e nello sviluppo dei singoli settori, ma nella divergenza tra produzione e sbocchi.

Problema centrale nell’analisi della contraddizione fra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione era, sempre secondo la Luxemburg, la questione concernente la realizzazione sul mercato delle produzioni in espansione. [5]
Assumendo una posizione estremista, ella riteneva che condizione necessaria di tale realizzazione era l’esistenza di sbocchi esterni al sistema capitalistico considerato nel suo complesso; doveva essere questo un fattore, il quale, finché non si fosse esaurito, con l’estensione al mondo intero della produzione capitalistica, avrebbe permesso un ulteriore processo di sviluppo economico nel quadro del capitalismo.
E’ vero che tale punto di vista è esagerato; ma l’aver messo in evidenza il ruolo dei mercati esterni nello sviluppo del capitalismo ha un’importanza effettiva, anche nel contesto del problema da noi esaminato.
Conseguenza logica di tale concezione delle contraddizioni del capitalismo era la giusta convinzione di Rosa Luxemburg che lo sviluppo delle nuove forme organizzative del capitalismo (cartelli e trust) non solo non viene ad attenuare le contraddizioni fra produzione e smercio ma può anche aggravarle. [6]

Fino a qui non vediamo alcuna convergenza di tali vedute con la concezione di Hilferding.
Tuttavia esiste nella teoria economica di Rosa Luxemburg un indirizzo, non rilevato da lei in particolar modo, che, come vedremo, è in certo qual senso parallelo alla teoria di Hilferding.
Per “mercati esterni al capitalismo” Rosa Luxemburg intendeva, fra gli altri, quello costituito dagli acquisti statali, e in particolare dalle commesse per gli armamenti. [7]
Oggi sappiamo bene che gli armamenti, nella misura nella quale sono finanziati con mezzi che non riducono il consumo degli operai o le imposte di cui sono gravati i capitalisti, contribuiscono alla realizzazione dei profitti.
(Nel caso dei prestiti la realizzazione dei profitti avviene in seguito alla vendita delle eccedenze di merci, eccedenze vendute dai capitalisti grazie all’indebitamento verso di essi dello Stato. Nel secondo caso i profitti “supplementari”, così ottenuti, vengono riscossi mediante le imposte.)

E’ proprio in questo punto che possiamo scorgere, malgrado le profonde differenze fra le vedute di Hilferding e quelle di Rosa Luxemburg, un certo parallelismo delle loro concezioni.
Infatti, gli acquisti statali in questione, se effettuati su scala sufficiente, possono almeno in via di principio superare la contraddizione fra produzione e sbocchi.
L’adozione sistematica di tale mezzo porterebbe alla formazione di un conglomerato di gruppi e di trust, in cui si manterrebbe un alto grado di sfruttamento dell’apparato produttivo e di impiego della manodopera.
Il sistema dell’interventismo statale verrebbe a sostituire in questo modo l’istituzione della pianificazione centrale implicita nel “cartello generale”.

Similmente a Hilferding, Rosa Luxemburg collegava strettamente la rivoluzione socialista (e più precisamente le rivoluzioni socialiste) con la prevista serie di guerre imperialistiche.
In seguito alla concentrazione delle economie esterne al capitalismo si sarebbe acuita la rivalità per i mercati, su quali collocare merci rispondenti all’espansione della capacità produttiva; e ciò è sempre fonte di conflitti bellici.
Gli armamenti, che facilitano la realizzazione della crescente produzione, favoriscono pure lo scoppio delle guerre.
Queste, a loro volta, portano al rovesciamento rivoluzionario del sistema capitalistico.

Occorre rilevare che l’associare la rivoluzione socialista alle guerre imperialistiche è pure la quintessenza della strategia e della teoria rivoluzionaria di Lenin.

5.
[La riforma “cruciale” del capitalismo]

Le concezioni sopra esposte concernenti l’evoluzione del sistema capitalistico, nonché le prospettive di un suo eventuale collasso, sorsero prima dell’anno 1914, allorché, come spiritosamente è stato detto, terminò definitivamente il secolo diciannovesimo.
Il mezzo secolo che ci divide dallo scoppio della prima guerra mondiale non ha confermato in tutta la sua estensione nessuna delle previsioni ed ipotesi presentate ai punti 3 e 4.
Tuttavia nella teoria sociale ed economica di quest’epoca troviamo molti fenomeni e tendenze che costituiscono la conferma parziale di ciascuna di esse.

All’origine della prima guerra mondiale vi era la lotta per gli sbocchi, per una nuova divisione del mondo.
L’economia nazionale che lavorava a scopi bellici fu sottoposta , soprattutto in Germania, a certi controlli statali.
Tuttavia, a parte il settore che lavorava direttamente per il fronte, non fu adottata su scala più vasta una pianificazione centrale della produzione.
L’intervento dell’apparato statale nell’economia si concretò soprattutto in un’estesa, minuta regolamentazione dei beni di prima necessità.

L’anno 1917 si aprì con una serie di moti rivoluzionari di massa.
Ne uscì vittoriosa soltanto la rivoluzione russa, che ebbe luogo in un paese arretrato, dalla questione agraria non risolta e dilaniato da profondi conflitti di liberazione nazionale.
I paesi industriali sviluppati conservarono invece immutata la struttura del capitalismo monopolistico.
Tranne la conquista da parte della classe operaia della giornata lavorativa di otto ore nonché, in molti paesi, di varie forme di previdenza sociale, il capitalismo degli anni venti, per quanto riguarda il suo funzionamento, non differiva sostanzialmente da quello prebellico.

Una svolta si ebbe con la crisi degli anni 1929-1933, crisi che scosse le basi strutturali del capitalismo.
Per contrasto, le deficienze di tale struttura erano messe in evidenza dall’economia dell’Unione Sovietica, che allora si sviluppava ad un saggio sostenuto.
Ebbe così inizio il periodo della riforma “cruciale” del capitalismo, specialmente nei due principali paesi capitalistici, maggiormente toccati dalla crisi: la Germania e gli Stati Uniti.
Avversato agli inizi dalla resistenza assai decisa dell’alta borghesia, lo Stato capitalistico si accinse a salvare le basi strutturali minacciate dalla disoccupazione.
Caratteristico, però, il fatto che tale programma di salvataggio dell’economia capitalistica consisteva non in un tentativo di regolarla attraverso una pianificazione, bensì nel sostenere la domanda attraverso l’intervento statale e nel promuovere un certo riassorbimento della disoccupazione.
Nella Germania nazista il sostegno della congiuntura assunse quasi subito un carattere militare.

E’ lecito affermare che, durante la seconda guerra mondiale, l’economia bellica dei paesi europei capitalistici si presentava in misura rilevante sotto forma di capitalismo a direzione centrale.
A tale fatto aveva contribuito anzitutto il carattere totalitario della guerra, dovuto principalmente alla tecnologia bellica contemporanea.
Tuttavia, nel dopoguerra, e dopo un breve periodo di riconversione, nei paesi capitalistici l’accentramento economico si è notevolmente indebolito.
Si è invece consolidato il sistema del capitalismo dei grandi gruppi industriali, che dispongono pure di sbocchi forniti dagli acquisti statali – principalmente dalle commesse belliche – i quali permettono la realizzazione dei profitti accumulati.
Il peso assoluto e relativo delle spese statali nella domanda complessiva di beni e servizi è aumentato molto notevolmente in confronto al periodo interbellico.
Inoltre, in alcuni paesi europei capitalistici lo Stato influisce sull’economia attraverso l’industria nazionalizzata.
In alcuni di questi paesi è aumentato pure l’intervento statale nella struttura settoriale e regionale della produzione attraverso sussidi di vario tipo, la differenziazione delle imposte e la politica di credito.

La seconda guerra mondiale ha affrettato il processo della riforma “cruciale”.
Per quanto riguarda la capacità di assorbimento dei mercati l’interventismo statale permette di ridurre la disoccupazione ad una percentuale molto bassa, e quindi di adottare in pratica un principio assai vicino alla parola d’ordine lanciata dalla rivoluzione del 1848: “il diritto al lavoro” (in alcuni principali paesi capitalistici ciò ha trovato espressione in documenti ufficiali).
Tale stato di cose – insieme con un notevole ampliamento della previdenza sociale – ha portato ad una certa metamorfosi della classe operaia, che nei riguardi del capitalismo segue generalmente la linea del “riformismo radicale”.
L’elevato grado di occupazione nei principali paesi capitalistici assicura in generale agli operai un discreto livello di entrare reali.
Dato l’alto e stabile – almeno per un lungo periodo – grado di occupazione, i salari reali degli operai sono aumentati di pari passo all’aumentare del rendimento del lavoro con una conseguente relativa stabilità della partecipazione dei lavoratori al reddito nazionale (sebbene in qualche paese in certi periodi tale partecipazione sia diminuita piuttosto che aumentata).

Questo stato di cose ha portato ad un notevole affievolimento dell’atmosfera ostile al capitalismo. [8]

Si arriva persino al punto che in alcuni paesi gli operai conformisti desistono dal lottare per la riduzione degli armamenti (alla qual cosa contribuisce del resto la consapevolezza che appunto da questi dipende l’alto grado di occupazione).
Invece, almeno dopo un certo periodo di funzionamento del “neocapitalismo”, gli operai si fanno estremamente sensibili all’osservanza delle sopraindicate “regole del gioco”  (compresa la questione concernente la partecipazione al reddito nazionale).
Allorché pertanto si verificano per varie ragioni scostamenti da tali regole, le reazioni talvolta si acuiscono fortemente, dando sfogo al latente odio di classe.

Il capitalismo contemporaneo viene spesso definito come “guidato”.
Talvolta si parla persino dello sviluppo della pianificazione centrale nel capitalismo.
Ciò non sembra esatto.
Il fatto che un paese sia governato da un conglomerato di gruppi e che tale stato di cose assicuri un livello relativamente alto di utilizzazione dell’apparato produttivo e della forza-lavoro non sta a significare – come risulta dalle nostre precedenti considerazioni -  che si tratta di una pianificazione centrale.
L’intervento statale può consistere e spesso consiste in manipolazioni del bilancio pubblico: acquisti statali, politica delle imposte.

Nel breve periodo, la politica di bilancio viene modificata per indebolire la forza contrattuale e politica della classe operaia accrescendo, di tanto in tanto, la disoccupazione, mentre l’indirizzo di fondo di tale politica dipende soprattutto dalla lotta fra i vari gruppi di capitalisti.
L’attività statale però, di regola, ha carattere integrativo, serve cioè a colmare le deficienze della domanda, a creare possibilità supplementari per la realizzazione dei profitti.
Invece, nel regime socialista fondato sulla pianificazione centrale, gli “sbocchi” sono, per così dire, automaticamente assicurati dal piano.
Dopo aver fissato nel piano la divisione del reddito nazionale in quote per gli investimenti e il consumo, fra i prezzi dei beni di consumo e i salari viene fissata una relaziona tale da creare una domanda per detti beni pari alla loro offerta pianificata.

Pertanto il funzionamento del cartello generale di Hilferding differirebbe in modo sostanziale dall’interventismo statale e, in particolare, dalla politica di bilancio.
Ma per quanto concerne lo sfruttamento delle risorse, in particolare, il grado di occupazione, i metodi rispondenti alla teoria dei mercati “esterni” o “supplementari” di Rosa Luxemburg danno risultati paralleli alla visione di Hilferding.
Occorre soprattutto rilevare che si sta delineando anche un fenomeno simile al “cartello generale”: negli Stati Uniti sta emergendo un gigantesco complesso militare-industriale che – unitamente alla recente conquista del cosmo – ha un ruolo di primo piano nell’insieme dei rapporti economici e politici.

6.
[L’economia mista nei paesi arretrati]

Dobbiamo sottolineare che dopo la seconda guerra mondiale è emerso anche un gruppo di paesi arretrati che, per avviare la loro industrializzazione, si avvalgono dell’esperienza dei paesi socialisti.
Questi paesi non possono in nessun caso essere considerati come socialisti, benché per tali intendano passare.
Si tratta delle vecchie colonie che in seguito alla guerra mondiale hanno ottenuto l’indipendenza e hanno basato il proprio sviluppo sulla cosiddetta economia mista, economia caratterizzata da una notevole partecipazione dello Stato nella grande industria, nei trasporti e nelle banche, e soprattutto negli investimenti produttivi.
Di solito le riforme agrarie che hanno avuto luogo in questi paesi erano più radicali nei progetti originari che non nella loro attuazione.
Si è formato in tali paesi un “regime intermedio”, il cui perno è il settore statale e la cui base sociale è costituita dalla piccola borghesia e dai contadini ricchi. [9]
Esistono inoltre in questi paesi strati antagonistici nei confronti di tale regime: da un lato, i resti del feudalesimo, del capitale straniero, nonché di un ragguardevole capitale nazionale privato; dall’altro lato, i piccoli agricoltori, gli operai delle piccole officine e numerosi gruppi di popolazione suburbana che non hanno un’occupazione fissa.
Benché i piani di sviluppo di tali paesi siano arditi la loro realizzazione è generalmente ben lontana dalle intenzioni.
In via di massima possiamo affermare che anche in questi paesi ha avuto luogo il processo della “riforma cruciale”, con la differenza che qui esso ha assunto altre forme e il grado di stabilizzazione è di regola assai inferiore che nei paesi del “neocapitalismo”.

7.
[La coesistenza pacifica e le guerre nei paesi del terzo mondo]

In seguito alla seconda guerra mondiale il regime socialista si è pure esteso notevolmente a molti altri paesi, ma anche questi, in genere, ad un livello piuttosto basso di industrializzazione.
Dal punto di vista della situazione internazionale il risultato più importante dell’ultima guerra è stato l’emergere di due superpotenze: una nel campo dei paesi del capitalismo sviluppato, l’altra nel campo socialista.
I paesi occidentali sono subordinati militarmente agli Stati Uniti.
I rapporti reciproci fra i paesi del “neocapitalismo” sono determinati in misura rilevante dall’antagonismo nei confronti del blocco dei paesi socialisti.
Tenendo conto sia di tale fatto che degli stretti collegamenti economici (gruppi industriali multinazionali, soprattutto di origine americana, Mercato Europeo Comune) dobbiamo ritenere poco probabili i conflitti armati in seno al capitalismo contemporaneo.
Essi presenterebbero per il sistema capitalistico un pericolo quasi eguale all’eventuale ripetersi della grande crisi economica.
Gli armamenti nei paesi “neocapitalistici” sono anzitutto orientati verso un conflitto con l’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti.
Data però la convinzione sempre più generale che la guerra “fra i due blocchi” porterebbe all’uso di armi non convenzionali e pertanto all’annientamento totale, gli armamenti in tale senso hanno più che altro il carattere di “una dimostrazione di forza”.
E lo stesso carattere hanno prevalentemente anche i voli cosmici: si tratta qui di una esibizione della destrezza tecnico-militare.

Tale stato di cose ha trovato la propria espressione teorica nella dottrina della coesistenza pacifica, formulata dal blocco socialista, dottrina che poggia su due pilastri:
a)       certe scosse sociali, cui vanno soggetti i paesi del “neocapitalismo” non mettono in pericolo né attualmente né in un prossimo avvenire l’esistenza stessa di tale sistema;
b)       la guerra termonucleare minaccerebbe un annientamento totale.

In effetti l’esperienza di molti anni ha dimostrato che le guerre attuali sono connesse con i problemi del cosiddetto “terzo mondo”.
La più tipica è la “spedizione punitiva” degli Stati Uniti nel Vietnam, il cui scopo era di acquisire una “sfera di influenza” nell’Estremo Oriente, ma più ancora di dare un esempio terrificante del modo di lottare contro le rivolte contadine (nel medesimo tempo era questa la risultante delle lotte di diversi gruppi capitalistici americani per l’indirizzo di fondo della politica congiunturale, di cui di è detto sopra).
Guerre di questo tipo non possono provocare nei paesi del neocapitalismo un rovesciamento rivoluzionario, perché non hanno un carattere totalitario.

[L’intesa ultraimperialistica di Kautsky]

Le considerazioni sopra esposte conducono alla conclusione che la teoria della rivoluzione socialista in seguito alle guerre imperialistiche ha oggi in misura rilevante, ad eccezione dei paesi del terzo mondo, un carattere storico.
In questo senso (e solo in questo senso) l’ipotesi di Karol Kautsky, cha apparve utopistica e pacifista quando fu formulata, di un’intesa ultraimperialistica dei paesi capitalistici [10] è oggi più vicina alla “vita” che non la concezione di Rudolf Hilferding e di Rosa Luxemburg, opposta a tale tesi.

[Stabilizzazione del capitalismo e conformismo]

Il presente articolo non mira a proporre previsioni di lungo periodo; è piuttosto l’espressione del desiderio di comprendere lo stato delle cose nel momento attuale e possibilmente le tendenza che si manifesteranno nel prossimo futuro.
La relativa stabilizzazione del capitalismo riformato presuppone un alto grado di conformismo della società.

E’ lecito esprimere, con cautela, l’opinione che i recenti movimenti nelle università sembrano preannunciare un decrescere dei successi finora riportati dall’apparato borghese del potere nel manipolare e condizionare le generazioni che entrano sulla scienza della storia.
La portata di tale fenomeno è maggiore in quanto, per effetto del rapido progresso della scienza e della tecnica, l’”intellighenzia” si avvia a svolgere un ruolo sempre più importante come gruppo sociale.
Per il momento i movimenti studenteschi contribuiscono in alcuni casi ad inasprire le reazioni della classe operaia contro coloro che non osservano le “regole del gioco” sopra citate, nonché a diffondere maggiormente le parole d’ordine che mobilitano le masse.

Varsavia, aprile 1970




Note:
[1]           Eduard Bernstein, Die Voraussetzungen des Sozialismus un die Aufgaben der Sozialdemokratie, Stuttgart 1899.
[2]           Rudolf Hilferding, Das Finanzkapital, Wien 1910, pag. 372.
[3]           Ibidem, pag. 372.
[4]           Ludwik Krzywicki, Idea a zycie - (raccolta di pubblicistica degli anni 1883-1892), Warszawa 1957.
[5]           Rosa Luxemburg, Die Akkumulation des Kapitals, Berlin 1913.
[6]           Rosa Luxemburg sviluppava questa tesi anche nell’opuscolo polemico contro E. Bernstein (Sozialreform oder Revolution, 1900).
[7]           Il capitolo 32 del libro Die Akkumulation des Kapitals porta il titolo “Il militarismo quale sfera di accumulazione del capitale”.
[8]           Michał Kalecki, “Political Aspects of Full Employment”, Political Quarterly, 1943. [Tradotto qui: http://gondrano.blogspot.it/2012/09/aspetti-politici-del-pieno-impiego.html ]
[9]           Michał Kalecki, “Observations on Social Aspects of “Intermediate Regimes””, Co-Existence, 1967.
[10]        Karol Kautsky, “Der Imperialismus”, Die Neue Zeit, 1914.




[FINE]


* Ho aggiunto dei titoli ai diversi paragrafi, indicati tra parentesi quadrate.