Ogni insieme di diritti nasce da un conflitto che si crea quando qualcuno compie o vuole compiere qualcosa che ha delle conseguenze su altre persone, con il favore di alcune di queste e l’opposizione di altre. Con o senza una lotta, si giunge ad un accordo o a un compromesso con il quale si definiscono i rispettivi diritti. Quello che voglio evidenziare in modo particolare è che la soluzione è essenzialmente la trasformazione del conflitto da un problema politico a una transazione economica. Una transazione economica è un problema politico risolto. L’economia ha conquistato il titolo di regina delle scienze sociali scegliendo come suo dominio quello dei problemi politici risolti. (Abba P. Lerner, 1972, The Economics and Politics of Consumer Sovereignty)

Nel lungo periodo, se non saremo davvero tutti morti, saremo ancora nel breve periodo. (Abba P. Lerner, 1962, Own Rates and the Liquidity Trap)

Affinché il sistema capitalista funzioni efficacemente i prezzi devono sostenere i profitti. (Hyman P. Minsky, 1986, Stabilizing an Unstable Economy)

Res tantum valet quantum vendi potest. (cfr. Karl Pribram, 1983, A History of Economic Reasoning)

L'unico rimedio per la disoccupazione è avere una banca centrale sotto il controllo pubblico. (cfr. John Maynard Keynes, 1936, The General Theory of Employment, Interest and Money)


N.B. Nel blog i link sono indicati in rosso: questo è un link.

sabato 25 ottobre 2014

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La guerra, il Partito Socialista e la Scienza




Raffaele Pirro

La guerra, il Partito Socialista e la Scienza

Libreria Editrice «Avanti!» - Cooperativa Tipografica degli Operai - Via Spartaco, 6 - Milano 1917.
(Estratto dalla Critica Sociale, 1916, N. 20-21-23-24)




La guerra, il Partito Socialista e la Scienza

[ A cura di Aida e Giorgio D.M. ]



Previsioni fallaci.

Corre ormai il terzo anno della guerra e, purtroppo, non ne siamo ancora alla fine, né vi è alcuno che per segni palesi o nascosti possa nemmeno dire di vederla o sentirla prossima.
Anzi, coloro che dirigono la politica degli Stati, sì dell’uno che dell’altro campo dei belligeranti, sicuri ormai del progressivo adattamento dei popoli al progressivo peggioramento delle loro condizioni dipendente dal prolungamento della guerra, si appellano allo spirito di sacrifizio di essi perché la resistenza duri sino alla immancabile vittoria finale, cui ognuno, in nome della giustizia, del progresso, della civiltà, dell’umanità, delle libertà di tutti i popoli, di tutte le nazionalità, crede di avere imprescindibile diritto, dichiarando che la lotta si presenta sempre più difficile, sempre più aspra.
Sicché, oggi, mentre ci incamminiamo nel terzo anno della terribile guerra che tiene in disagio non solo i popoli belligeranti, ma tutti i popoli del mondo, per le ripercussioni inevitabili di essa che si estendono dovunque, mentre nessuno può dallo svolgersi attuale degli avvenimenti trarre qualsiasi previsione, siamo indotti di nuovo a meditare sulla fallacia dei giudizi che venivano formulati quando si parlava della guerra come di un avvenimento sia pure possibile, ma al verificarsi del quale nessuno credeva o per lo meno pochissimi.
E specialmente dobbiamo constatare il completo fallimento della profezia, formulata da uomini noti per speciale competenza nei vari campi dell’attività del pensiero e in particolar modo nei campi tecnici, i quali avevano affermato che, data la potenzialità dei mezzi moderni di distruzione, una guerra, anche se fosse scoppiata, sarebbe stata, sì, micidialissima, ma di breve durata.

La profezia si è verificata soltanto nella prima parte.

Quali sono le cause di questo errore di previsione?
E’ del massimo interesse esaminarle, tenuto conto degli insegnamenti che l’esperienza della presente guerra fornisce e delle conseguenze che se ne possono dedurre guardando all’avvenire.
Le cause possono raggrupparsi in due ordini: uno politico e uno tecnico.
Nel primo vanno comprese quelle dipendenti dalla competizione capitalistica, esplicatasi nella concorrenza industriale e commerciale; quelle che hanno contribuito alla formazione dei due gruppi di belligeranti; quelle che hanno determinato il successivo intervento di altre nazioni.
Nel secondo la guerra di trincea, l’uso del sottomarino e il fatto assolutamente impreveduto che le flotte belligeranti svolgono un’azione essenzialmente potenziale, senza mai attuarla nell’urto decisivo.
E, se degli scontri navali sono avvenuti, essi hanno avuto luogo non già perché l’esito di essi assegnasse un vantaggio determinato al vincitore sul vinto, o risolvesse definitivamente un contrasto anche parziale fra i combattenti; ma perché in qualche momento l’azione potenziale reciproca dei contendenti è venuta a trovarsi in qualche modo ostacolata. Sicché lo scontro navale, per quanto accanito e violento, con perdite maggiori o minori per l’uno o per l’altro dei combattenti, ma disastrose per entrambi, come, ad esempio, quello del Mare del Nord, ha avuto molta rassomiglianza col temporale d’estate in pieno Oceano. Il cielo azzurro, purissimo, splendente di una festa di luce, si è velato in pochi istanti di nubi dense e nerissime. Le acque sconvolte segnano il ritmo della tempesta in ondate gigantesche. Le folgori, squarciando ad intervalli le tenebre, accentuano la rabbia degli elementi. E poco dopo, dissipate le nubi, torna la superficie del mare, spezzettata in una infinità di specchietti dalla increspatura delle acque, a diffondere in ogni senso un’orgia di luce abbagliante. Ogni traccia di furia è cancellata, la nave colpita è sparita nella pace profonda dell’abisso. Tutto è tornato nelle condizioni primiere. Così, finora, in questa guerra, dopo lo scontro, le flotte tornano alla loro funzione potenziale di mantenere sul mare una specie di soggezione rispettiva lasciando insoluto il problema della supremazia dell’uno o dell’altro degli avversarii.


L’azione del Partito Socialista contro la guerra.

Ma queste constatazioni non costituiscono le colonne d’Ercole dei nostri ragionamenti. Per naturale sviluppo logico del nostro argomentare, siamo subito indotti ad un’altra constatazione di un ordine più generale, di una importanza più grande, perché dal campo tecnico ci trasferiamo in pieno campo politico.
Alla stregua dei fatti risulta accertata anche la fallacia dell’opera del Partito Socialista rivolta a impedire la guerra.
Tanto più che, com’è noto, la questione era stata trattata, discussa largamente nei Congressi internazionali.
La guerra franco-prussiana del ’70 aveva lasciato traccie profonde di odio che, se si andavano attenuando, non meno per questo potevano essere da un momento all’altro rinfocolate e sfruttate dai governanti a trascinare i popoli in un conflitto determinato dall’antagonismo degli interessi delle classi dominanti.
Tanto più che in sostegno di tali interessi si andavano costituendo aggruppamenti ed alleanze, tanto più che questa politica di alleanze portava ad una gara d’armamenti che costituiva un deposito di polveri che poteva scoppiare da un momento all’altro e la quantità delle quali, crescendo continuamente, faceva prevedere sempre più violenta l’eventuale deflagrazione.
I congressi internazionali si sono varie volte preoccupati di tale importantissimo problema specialmente da quando sembrò che i proletariati dei vari paesi avessero acquisito un grado di consapevolezza tale da poter efficacemente influire sulla condotta di tutta quanta la nazione.
Jaurès, il vero, unico, immortale apostolo della pace fra i popoli, fu la più grande forza animatrice di queste riunioni, di queste discussioni.
Furono votati ordini del giorno, che consacravano l’impegno di cooperare al mantenimento della pace ad ogni costo specialmente da parte di quei proletariati, i governanti dei quali, secondo le previsioni, potevano avere maggiori interessi degli altri ad impugnare le armi.
E, quando la guerra libica dapprima e le guerre balcaniche dopo fecero presentire che l’incendio così suscitato avrebbe potuto divampare assumendo un’estensione immensamente più grande di quanto potessero immaginare gli stessi incendiarî, le ansie di Jaurès divennero più affannose e l’opera sua, esplicata con ardore incomparabile fino al momento del suo assassinio, divenne sempre più attiva.


L’Internazionale e la guerra.

Pareva che, in seguito a ciò, l’opera dell’Internazionale socialista avesse dovuto opporre un argine efficace ad un eventuale conflitto.
Ma anche questa fu una illusione.
Quando la guerra scoppiò i Partiti socialisti dei varî paesi, per cagioni diverse, furono travolti, l’Internazionale apparve infranta nella rottura dei patti che in essa i proletariati delle varie Nazioni avevano stretti, e gli interessati da ogni punto di vista poterono proclamarne la morte scambiando per fatto reale e definitivo ciò che era semplicemente un loro vivissimo desiderio, quasicchè le proteste socialiste elevatesi contro la guerra in tutti i Paesi, sia pure da parte di minoranze, le voci delle quali si ripercuotevano e continuavano a ripercuotersi attraverso le frontiere devastate dal cannone ed arrossate di sangue, non stiamo ad attestare che il fatto dolorosissimo è soltanto transitorio.

Ad ogni modo però, sia pure momentaneamente, l’Internazionale risultava anch’essa travolta e quindi spezzata dal conflitto.
Ora l’Internazionale, è sicuro, se ne hanno ormai le prove inoppugnabili, si ricostituirà, rivivrà.
Ma potrà essa in avvenire fronteggiare la eventualità di una nuova guerra? E, se non potesse, si dovrebbe da ciò concludere ad affermare definitivamente l’impotenza del Socialismo non solo ad impedire i conflitti fra i popoli, ma ad eliminarne addirittura le cause?

Per tentare di rispondere a queste domande, è necessario porre bene i termini della questione.
E innanzi tutto stabilire che in tanto essa può essere discussa, in quanto si suppone che il Socialismo rappresenti una minoranza delle varie Nazioni. Giacché è ovvio che il giorno in cui esso fosse dappertutto maggioranza, sarebbe attuato il regime socialista e questo, per la essenza sua medesima, non comporterebbe più qualsiasi possibilità di conflitto.
Si tratta dunque di vedere se si possono verificare circostanze, e quali, per cui, in rapporto all’eventualità della guerra, la minoranza socialista possa imporsi alla maggioranza borghese o, ciò che è lo stesso, possa diventare maggioranza.
E, siccome queste circostanze, come vedremo subito, sono intimamente legate alla vita dei popoli, in modo tale da modificarla, da trasformarla radicalmente, l’indagine assurge inaspettatamente a proporzioni più vaste, conduce cioè alla ricerca delle circostanze che consacreranno definitivamente l’attuazione del programma socialista.

Questa conclusione, implica, come ognuno vede, l’affermazione che il Partito Socialista, finché sarà minoranza, non potrà mai impedire la guerra. E infatti non lo potrebbe.


Teoria e pratica.

Ma, si potrebbe obbiettare, andiamo adagio con le affermazioni.
Il Partito socialista è minoranza, ma non è minoranza il Proletariato.
Quest’ultimo, appunto per il fatto che il Partito Socialista è minoranza, è sottoposto ai partiti borghesi, i quali sono la maggioranza, più che per il numero, perché dispongono delle leggi e dei mezzi di farle osservare.
Ma il Partito Socialista, a mezzo del Proletariato, dispone di un’arma per cui riesce qualche volta a paralizzare la potenza della borghesia, a sospendere l’impero della legge, ad imporre la propria volontà: lo sciopero.
Orbene lo sciopero generale in caso di mobilitazione non potrebbe costituire un efficace impedimento alla guerra?

In teoria sì, ma in pratica?
Troppo lungo sarebbe esporre ed analizzare le circostanze che rendono difficile una tale attuazione pratica.
Basterà tener conto del fatto che questa circostanza dovrebbe verificarsi simultaneamente nei Paesi che si dispongono ad entrare nel conflitto; diversamente il Paese nel quale fosse impedita la mobilitazione, si troverebbe subito in condizione di inferiorità di fronte all’altro dov’essa si svolgesse liberamente, il territorio ne sarebbe invaso e il popolo si troverebbe di fronte ad un fatto che per tante ragioni scuoterebbe la compagine delle masse, le dividerebbe, le trascinerebbe alla difesa, con l’aggravante di aver perduto, se non l’offensiva, per lo meno la difesa iniziale.
Sicché condizione imprescindibile del conseguimento dell’obbiettivo è la contemporaneità dello sciopero generale negli Stati belligeranti. Per la quale, oltre una grande quantità di difficoltà di ordine secondario, e cioè sicurezza e rapidità di comunicazioni da uno Stato all’altro, pronto sventamento di trucchi rivolti a render indecisa e tarda l’azione per profittare di ogni ritardo e di ogni incertezza e così via, sarebbe necessario ricorrere all’opera dell’Internazionale.
E su questa, appunto per tutte le ragioni che l’hanno resa impotente di fronte alla guerra attuale, non è possibile contare con sicurezza fino a tanto che non sarà completamente abolito il segreto dell’azione diplomatica, fino a tanto che nei dirigenti socialisti di ogni Paese non sarà completamente distrutta l’illusione di ricavare dei vantaggi per il Partito e per il proletariato da una qualsiasi collaborazione anche indiretta, anche passiva con le classi dominanti e col Governo, fino a tanto che non sarà penetrato nella generalità che è falso completamente il principio che una questione di diritto e di giustizia possa risolversi e decidersi a mezzo delle armi e dello spargimento di sangue.
E allora? Allora non è per questa via che si potrà giungere alla definitiva abolizione della guerra.


Le cause della guerra.

Facciamoci piuttosto a compiere un esame rapido e generale delle cause della guerra, poiché soltanto questo esame potrà guidarci in maniera più sicura a prevedere le circostanze che renderanno per l’avvenire impossibile ogni guerra.
Nell’intervallo fra la guerra franco-prussiana e quella che attualmente insanguina il mondo sorse tutta una ricchissima letteratura a dimostrare come il presente conflitto fosse generalmente preveduto.

E’ vero che avevano luogo le riunioni all’Aja per il mantenimento della Pace e che intorno a queste riunioni si alimentava l’esistenza di un partito che si nominava pacifista; ma è anche vero che dai risultati di quelle riunioni, più che trarre argomento di fiducia in una pace duratura, si deducevano segni evidenti delle intenzioni contrarie dei Governi stessi, che a quelle Conferenze si facevano rappresentare da delegati i quali pareva avessero due mandati: quello palese di dimostrare la buona volontà di tutti gli Stati, di arrivare a un accordo definitivo dal quale financo ogni più piccola probabilità di guerra risultasse per l’avvenire eliminata; l’altro nascosto di scrutare nelle discussioni quale fosse veramente il pensiero degli altri e di volgere a proprio vantaggio tutto ciò che potesse in qualche modo essere un segno rivelatore del giuoco politico degli altri.
Sicché si finiva col non attribuire la più piccola importanza all’azione dei pacifisti, sia perché essi, nel perseguire il loro intento, prescindevano da circostanze importantissime manifestatesi come cause determinanti dei più notevoli fenomeni sociali, sia perché, non avendo essi alcun contatto con gli altri partiti, almeno sul terreno della pratica della vita sociale, assumevano l’aspetto di un’accolta di teorici o di sognatori innocui che dedicassero tutto il loro tempo a coltivare utopie ineffettuabili.

E frattanto si esaminavano le condizioni dei vari popoli, condizioni derivanti dalle necessità determinate dal loro sviluppo, dalla loro attività, dai loro bisogni; si studiavano i rapporti reciproci esistenti fra questi popoli come conseguenza di quelle condizioni; si osservava che questi rapporti non potevano rimanere sempre nello stesso stato, che erano continuamente condotti a modificarsi, che da questa modificazione complessa e incessante risultava incessantemente il pericolo del conflitto.
E conseguentemente gli aggruppamenti delle Potenze, gli armamenti, le alleanze con trattati segreti o palesi, o in parte palesi e in parte segreti. E, quando parve che gli aggruppamenti politici e le alleanze fossero divenuti il fondamento di uno stato di cose stabile e da ogni parte si dichiarava che nessuno aveva in animo di rompere tale stato di cose e si sentì continuamente ripetere il paradosso che gli apparecchi di guerra quanto più erano formidabili tanto più efficacemente contribuivano a rendere stabile il regno della Pace, divenne completamente manifesta la fallacia di tali giudizi.
Perché infatti, a questo punto, date le intenzioni generali, almeno secondo le dichiarazioni che non si trascurava occasione di fare, non si procedeva al disarmo generale?

Anche questo argomento venne largamente discusso.
Si prospettò la necessità di assicurarsi i mercati lontani, di rendere stabile l’assetto delle colonie, di rendere permanente la libertà dei mari.
Contemporaneamente alcuni Stati misero in rilievo la necessità di correggere con la minaccia delle armi la difesa del Paese, creata deficiente dalla natura; altri fecero notare che gli armamenti a difesa potevano anche eventualmente essere convertiti in terribili mezzi di offesa e quindi mostrarono la necessità di esser pronti a parare l’attacco da qualsiasi parte potesse venire.

In brevi parole, la politica europea, come dice Norman Angell al principio del terzo capitolo della sua Grande Illusione, seguiva un indirizzo determinato dai seguenti principî accettati universalmente come assiomi e cioè che: la stabilità finanziaria e industriale di una nazione, la sua sicurezza in fatto di attività commerciale, in breve la sua prosperità come il suo benessere dipendono dalla capacità in cui essa si trova a difendere se stessa dalle aggressioni di altre Potenze e che queste a loro volta, se ne sono in grado, si sentono attratte a commetterne, perché, così facendo, accrescono il loro potere e di conseguenza il loro benessere, a spese del più debole, del vinto.

Tutta una letteratura esiste a comprovare l’esistenza di questa situazione fra gli Stati non solo dell’Europa, ma di tutto il mondo; letteratura fatta di articoli di giornale e di Riviste e di numerosi libri, letteratura alla quale il maggior contributo è stato apportato naturalmente dagli uomini delle nazioni che, come la Germania e l’Inghilterra, per la loro attività, per le loro condizioni geografiche, per la loro evoluzione storica, i loro bisogni, le speciali ricchezze naturali, di tale situazione sono i maggiori esponenti.

Ed è importantissimo mettere ancora in rilievo che, a tutte quante queste cause della speciale situazione di tensione fra gli Stati del mondo, bisogna aggiungere la necessità per ognuno di essi di provvedersi, alle migliori condizioni possibili e con la sicurezza che tale rifornimento non venga mai a mancare per qualsiasi ragione, delle materie prime non esistenti sul suolo nazionale e che occorrono a rendere più completa e più agguerrita nella concorrenza l’attività industriale.
Quindi le ragioni dell’imperialismo fondate non solo sul bisogno di procurarsi sbocchi sicuri e ampii alla produzione, ma anche fonti di rifornimento di materie prime copiose ed a buone condizioni.


L’ineguale distribuzione delle ricchezze sul suolo.

Queste le cause prime ed essenziali della guerra, di fronte alle quali le altre diventano di ordine assolutamente secondario ed occasionale.
Le quali ultime possono, è vero, presentarsi tali da non avere in apparenza nulla in comune con le ragioni economiche che sono la caratteristica delle prime.
Ma ciò è solamente un’apparenza, poiché, a ben riflettere, si finisce col convincersi nella maniera più completa: in primo luogo che esse non sarebbero di per se stesse ed isolatamente sufficienti a sostenere una guerra; in secondo luogo che, per quanto in maniera indiretta e tortuosa, finiscono sempre col rannodarsi alle ragioni economiche.
E queste cause di carattere economico possono sinteticamente esprimersi tenendo conto del fatto che tutte e nella maniera più generale dipendono dalla svariata e ineguale distribuzione delle ricchezze del suolo nelle varie regioni della terra, svariata distribuzione che determina le varie forme di produzione, l’incanalamento diverso di esse secondo la natura dei varî mercati; le necessità svariatamente complesse della stessa produzione; il movimento commerciale insomma in tutta quanta la sua estensione mondiale.

Ed è anche in questa ineguale distribuzione delle ricchezze del suolo che deve ricercarsi la spiegazione di un altro fenomeno.

Molti socialisti infatti, ed anche quelli fra i più noti, hanno potuto dimenticare i principi fondamentali del programma socialista, attratti dal miraggio che la guerra potesse, correggendo questa ineguale distribuzione di ricchezze a vantaggio del proletariato della propria nazione, renderne più intensa e più attiva e più forte l’azione al conseguimento delle sue rivendicazioni, miraggio che col suo bagliore nascondeva alla loro vista tutti i danni che la guerra porta all’azione del proletariato, sicché i pochi socialisti, i quali in piena buona fede hanno riposto infondate speranze di benefici per il proletariato nella guerra, hanno potuto illudersi dell’esistenza di una qualsiasi guerra rivoluzionaria.

Sicché, riassumendo, le cause della guerra sono tutte quante derivanti dalla diseguale distribuzione delle ricchezze del suolo nelle varie regioni della terra.
Infatti queste ricchezze, le quali sono costituite dalle varie condizioni di posizione topografica e geografica che espongono in varia maniera il suolo alle irradiazioni delle varie forme di energia solare; dalla varia composizione chimica dello strato superficiale che rende il suolo più o meno adatto ad assorbire tali forme di energia, più o meno permeabile alle acque, più o meno adatto ad incanalarle e lasciarle scorrere alla superficie o a varie profondità; dalla presenza negli strati profondi delle grandi quantità di carbone, di petrolio, di nafta, di ferro, di piombo, di rame, di argento, di oro, di platino, di stagno, di mercurio, di ogni sorta di metalli e di minerali più o meno necessarii all’attività umana, più o meno preziosi, queste ricchezze sono le cause determinanti della attitudine diversa per i Paesi alle varie forme di produzione industriale, creano le varie correnti dell’attività commerciale, suscitano l’antagonismo della concorrenza.
Su questi motivi la politica costruisce tutte le sue macchinazioni e i suoi raggiri: sono questi i motivi che hanno condotto lentamente alla situazione, che è poi – come già da molti anni si cominciava a prevedere – scoppiata nell’attuale conflitto armato.


L’illusione della pace duratura.

Ed è da notarsi che, assegnate in questi termini le cause della guerra, si può stabilire che, fino a tanto che esse permarranno, per le medesime ragioni per le quali il Partito Socialista non può opporsi allo scoppio della guerra, non sarà mai possibile stabilire una pace duratura.
Infatti, o anche dopo la guerra gli interessi di ciascuno Stato rimangono nelle condizioni in cui erano precedentemente al conflitto, ed è chiaro che presto o tardi un nuovo conflitto diventerà inevitabile; o i vincitori vorranno a loro vantaggio esercitare in qualsiasi modo speciali coercizioni sugli interessi dei vinti, e ognun vede che la situazione, invece di migliorare, ne risulterà notevolmente peggiorata; o, finalmente – ma ciò, per varie ragioni ovvie, costituisce una vera utopia e formuliamo l’ipotesi solo per opportunità di ragionamento – vincitori e vinti potrebbero giungere a un accordo soddisfacente per gli interessi di tutti e di ognuno, ed allora ciò – salvo naturalmente le complicazioni che potrebbero derivare da avvenimenti impreveduti – eliminerebbe le ragioni di conflitto fra i partecipanti all’accordo, ma ne creerebbe di nuovi o renderebbe più acuti quelli esistenti fra i partecipanti all’accordo e coloro che ne sono esclusi.

L’esperienza infatti ha già chiaramente dimostrato che, da quando la forza delle cose porta alla formazione dei varî aggruppamenti politici e dato il regime attuale della produzione industriale, i conflitti armati tendono sempre più ad allargarsi.
Dopo questa guerra, alla quale tante nazioni hanno partecipato, alla quale tanti popoli sono stati trascinati, non è difficile prevedere, a scadenza sia pure lunga quanto si voglia, una nuova guerra, nella quale interverranno, oltre le Nazioni dell’Europa e dell’Asia, anche quelle dell’America, orientate in diversi aggruppamenti.

La guerra dunque non sarà mai impedita, fino a quando la vita e l’attività dei varî popoli si svolgeranno in istretta dipendenza dalle circostanze determinate dalla diseguale distribuzione delle ricchezze del suolo.

E allora, dovremmo concludere per l’assoluta impotenza del Partito Socialista ad impedire la guerra?


Il programma Socialista.

Il Partito Socialista non ha, fra gli obiettivi che debbono portare all’attuazione del suo programma, quello di impedire la guerra quando il conflitto è scoppiato, ma invece quello di eliminare la possibilità stessa di ogni conflitto eliminando per sempre le circostanze che possono determinarlo.
E, dopo quanto è stato detto precedentemente, si tratta dunque di stabilire se il Partito può correggere la causa prima di tutte le rivalità e di tutte le contese internazionali, cioè la diseguale distribuzione delle ricchezze del suolo o, per lo meno, se può influire perché in una maniera qualsiasi possa stabilirsi un qualsiasi durevole equilibrio da questo punto di vista.

L’attuazione del programma di un partito politico non dipende soltanto dalla volontà degli uomini che militano nelle sue file e che ne guidano l’azione.
A tale attuazione contribuiscono potentemente un complesso di speciali circostanze; infatti si dice ordinariamente essere necessario che i tempi siano «maturi» perché un dato obiettivo possa essere raggiunto, perché determinate idealità ed aspirazioni possano tradursi in fatti.
L’evoluzione della vita della collettività umana modifica e trasforma continuamente le relazioni fra le classi in cui la collettività si raggruppa, e sono appunto queste modificazioni e trasformazioni che in alcune epoche provocano la morte di un partito e la vita di un altro; decidono il sopravvento di una classe sull’altra; abbattono istituzioni che non corrispondono più ai nuovi bisogni; creano la necessità di istituzioni completamente diverse.
L’azione dunque di un partito consiste più che altro nell’approfittare degli avvenimenti, nel trarne tutti i possibili vantaggi, nel preparare l’attuazione del proprio programma in base ai nuovi eventi che gli avvenimenti attuali lasciano prevedere.






La Borghesia e il progresso scientifico.

Il coefficiente più importante nello svolgimento della vita collettiva, a partire dalla fine del secolo XVIII, è il progresso scientifico.
La borghesia infatti, formatasi sulle rovine dell’aristocrazia, attraverso il cataclisma della Rivoluzione francese, trova a sua disposizione un mezzo possente per consolidare ed estendere il suo dominio: la macchina.
E’ questa il perno fondamentale di tutto il nuovo orientamento della vita collettiva: essa conduce alla formazione del proletariato e crea il contrasto fra questo e la borghesia, acuisce la lotta di classe e conferisce ad essa le speciali caratteristiche che ha nei tempi moderni.
E’ la macchina che mette in valore ed accentua le conseguenze speciali della diseguale distribuzione della ricchezza del suolo delle varie regioni della terra; è la macchina che costituisce il nucleo essenziale del capitale; è la macchina il punto di partenza primo di tutte le svariate forme di attività della borghesia.
E, siccome la macchina è suscettibile di deperimento e di perfezionamento nel medesimo tempo, conferisce al capitale una tale natura, che esso non può vivere se non a patto di accrescersi e di espandersi continuamente.

La Scienza dunque contribuisce efficacemente alla potenza e allo sviluppo della borghesia.
Questa utilizza mirabilmente tutto ai fini della propria esistenza ed attività. La chimica, la fisica, la meccanica, le porgono sempre nuovi mezzi di dominio e di sfruttamento, le permettono una produzione sempre più estesa, sempre più intensa, sempre più a buon mercato. E questo movimento di allargamento e di estensione diventa così vertiginoso che anche il capitale estende notevolmente i limiti della sua estensione: mentre dapprima si fonda quasi esclusivamente sulla macchina e su tutte quante quelle varie forme di ricchezza le quali debbono fornire il materiale necessario alla sua attività, in seguito arriva ad includere in sé la Scienza stessa.

Questa affermazione appare a prima vista strana, ma non lo è se si consideri ciò che rappresenta nella vita attuale l’istituzione del brevetto, il quale non è altro che la capitalizzazione di una scoperta scientifica: capitalizzazione che effettivamente non è se non la logica conseguenza di tutto il complicato regime creato dalla macchina o, per dir meglio, derivato dal possesso della macchina da parte della borghesia.
Ed è così notevole l’assorbimento della Scienza da parte del capitale, che financo le scoperte, che non debbono contribuire a sostenere la concorrenza nella produzione industriale, ma che risultano di utile generale, che sono cioè causa di benefici per tutti, vengono attualmente capitalizzate.
Parlo delle scoperte della medicina e della chirurgia, le quali sono di natura loro tali che dovrebbero essere a disposizione di tutti: di coloro che possono pagarle e di coloro che non lo possono, e che invece sono soltanto alla portata di pochi.
Le classi dirigenti attuali hanno sentito tutta l’anormalità di una situazione simile ed hanno allora creato quelle istituzioni le quali, mentre non distruggono il privilegio delle classi ricche, sono accettabili alle povere; ma non sotto forma, come dovrebbe essere, di un diritto, ma sotto l’altra, di una elargizione fatta a coloro che non possono pagare il medico o il chirurgo o il ritrovato della scienza medica che valga a ridare la salute e le forze a chi può ancora per mezzo di essi riacquistarle.

Si è fino ad oggi affermato che il progresso è benefico per tutti.
Ciò è vero, ma fino a un certo punto.
Si potrebbe dire, con maggiore esattezza, che il progresso è benefico per tutti, ma non sempre in maniera diretta e in varia misura, poiché innegabilmente, anche di fronte alla Scienza, esiste in tutta quanta la sua forza il privilegio di classe.
E la scienza fornisce alle classi privilegiate un tale mezzo di dominio che, molto probabilmente, esse rimarrebbero invincibili se potessero conservare per sempre lo sfruttamento del progresso scientifico.

Fortunatamente non è così.


Le nuove vie del progresso.

Da qualche tempo le ricerche scientifiche hanno aperto nuove vie che fanno prevedere notevoli trasformazioni nell’andamento delle cose.

L’ossessione di trovare forme di energia sempre più potenti, sempre più copiose, sempre più a buon mercato ha portato l’uomo a mettersi ad un contatto sempre più intimo con la natura.

Cinquant’anni or sono, il movimento alle macchine delle officine veniva impresso a mezzo della forza di tensione del vapore d’acqua, il quale richiedeva il calore della combustione del carbone: la luce veniva ricavata dai grassi, dal petrolio, dall’alcool, dalla distillazione del carbone; il calore si ricavava esclusivamente dalla combustione.
In seguito, attuata a mezzo della macchina a vapore la produzione della energia elettrica, fu quest’ultima che fornì a sua volta energia meccanica, luce e calore.
Poi si poté trasformare in energia elettrica l’energia meccanica delle acque correnti, e allora si ebbe su più vasta scala l’utilizzazione delle varie forme di energia che si possono derivare dall’energia elettrica: venne a diminuire in qualche modo l’importanza del carbone.
In questo modo il capitale industriale veniva sì ad allargare la sua base, impossessandosi di nuove riserve per l’alimentazione delle macchine, vedeva crescere la sua potenza e la sua potenzialità, ma veniva a subire una specie di decentramento, dovuto alla diversa natura di queste nuove riserve.
Infatti, se il carbone, per natura sua immobile nella profondità delle viscere della terra, può più facilmente essere incluso nella proprietà privata; le acque correnti, che percorrono a volte grandi estensioni di territorio, contenenti varie e diverse proprietà private, non potevano più rimanere nei limiti di ognuna di esse.
Ed ecco alla proprietà privata subentrare la proprietà dello Stato; alla proprietà di uno, la proprietà collettiva, amministrata però dalla borghesia.
Ciò, è vero, non trasforma il regime, né lascia lontanamente supporre che possa ancora essere trasformato; ma la Scienza comincia a rendere sempre più intimi i suoi contatti con la natura.


L’utilizzazione diretta del calore irradiato dal sole.

E vengono nuove scoperte.
Un bel momento, la Scienza mostra che il carbone, la fonte prima di ogni forma di industria, è dovuto alle trasformazioni subite alle superficie della terra dall’energia inviata ad essa dal Sole, dimostra che la potenza meccanica delle acque correnti è dovuta anch’essa a trasformazioni di questa medesima energia.
Con la differenza che il carbone è una forma di trasformazione accumulata in riserve che, per quanto grandi, sono esauribili, mentre l’acqua è il risultato di una forma di trasformazioni che continuano incessantemente e che sono inesauribili perché si compiono seguendo un ciclo completo che si rinnova senza posa.
E l’uomo si domanda: Perché non utilizzare direttamente l’energia fornita con tanta copia dal Sole?
E calcola la quantità di calore che il Sole invia alla superficie della terra, e calcola tutto il vantaggio che ne può ricavare.
E pensa ancora che la terra, oltre alle riserve di carbone, contiene riserve anche più grandi di calore, le quali sono legate intimamente alla vita stessa del nostro pianeta.
E guarda alle correnti aeree e guarda alle maree e trova anche qui notevoli fonti di energia meccanica e intuisce che, il giorno in cui riuscisse a trovare il mezzo di utilizzare questi immensi tesori, tutta la vita sociale ne potrebbe essere trasformata.

Tutto sta nel vedere se effettivamente queste grandi fonti di energia sono utilizzabili.
Ebbene, oramai vi sono fatti indiscutibili che rispondono affermativamente.

Non è qui il caso di rifare la storia di tutti i precedenti che hanno condotto ai primi tentativi dell’utilizzazione industriale del calore inviato in così grande copia dal Sole alla superficie della Terra.
Sarebbe necessario incominciare dai famosi specchi di cui si serviva Archimede per incendiare le navi romane e fermarsi quindi ai vari esperimenti che, mentre si andarono facendo più numerosi e più frequenti, specialmente dal 1726 al 1878, vennero sempre più, da mezzo occasionale di servirsi dell’energia solare, acquistando il carattere specifico di ricerche dirette a ricavare da tale energia il maggior utile possibile.
E si potrebbe scrivere un interessantissimo volume, il quale vedrà certamente la luce del giorno non lontano in cui il nuovo progresso che l’industria avrà compiuto, attingendo direttamente dal Sole la maggior copia dell’energia necessaria alla esplicazione della sua attività, lo avrà reso di moda.
A noi basterà notare che tutte quante queste esperienze, che tutti quanti questi tentativi hanno preparato l’avvenimento che, se pure ignorato dalla maggior parte anche di coloro che di scienze e di industrie formano la loro principale occupazione, non cessa per questo di avere l’importanza di quegli avvenimenti che iniziano i nuovi periodi della storia dell’umanità, giacché l’utilizzazione del calore irradiato dal sole a scopo industriale è oggi un fatto realizzato non solo nel campo del calcolo, ma anche in quello della pratica.
Funziona, infatti, attualmente in Egitto e propriamente a Maadi, nei dintorni di Cairo, un’officina appartenente alla Sun Power Company Limited, la quale, attingendo all’energia calorifica irradiata dal Sole in quella località fornisce, lavorando dieci ore al giorno, una potenza di 50 cavalli vapore.

Per farsi un’idea approssimativa di ciò che questa officina può rappresentare per l’avvenire, basterà fermarsi per un momento a considerare che, secondo calcoli molto precisi, il Sole manda annualmente su un centimetro quadrato di superficie del suolo, all’equatore, 250.000 calorie, equivalenti al numero di calorie che fornirebbe la combustione di uno strato di carbon fossile dello spessore di 25 centimetri ricoprente la medesima superficie.
Da ciò si deduce che, all’Equatore, il Sole irradia annualmente una quantità di calore uguale a quella che può fornire la combustione di un metro cubo di carbon fossile, ossia di 1.400 chilogrammi di carbone. Una macchina della potenza di un cavallo, la quale consumi un chilogrammo di carbone per ogni ora, funzionando per otto ore al giorno consumerà quindi otto chilogrammi di carbone e magari dieci, e quindi in un anno 3.600 chilogrammi di carbone. Siccome su quattro metri quadrati si ha tanta energia calorifera irradiata dal Sole, equivalente a 1.400 chilogrammi di carbon fossile, si vede a mezzo di una semplice proporzione aritmetica che su dieci metri quadrati, cioè su una superficie che abbia metri 3,15 di lato, all’equatore, il Sole invia in un anno tanto calore quanto equivale a 3.600 chilogrammi di carbone, quanto basta cioè a far muovere per un anno e per otto ore al giorno una macchina della potenza di un cavallo vapore.
Ed, allargando ancora i calcoli, si arriva alla conclusione che la potenza totale della quantità di combustibile, che si estrae annualmente dalle viscere della terra, può essere rappresentata dal calore irradiato per un anno sopra una superficie relativamente piccola. Infatti secondo le statistiche del 1909, la quantità di carbon fossile e di petrolio tratta dal suolo è di 270 milioni di cavalli vapore, che si possono ottenere utilizzando il calore inviato dal Sole sopra un quadrato di superficie del suolo di 53 chilometri di lato, cioè sopra una superficie di 2.700 chilometri quadrati.
Dal che si deduce che la energia calorifica irradiata dal Sole, che si può utilizzare a scopo industriale, è immensamente, enormemente superiore a quella che tutte le miniere di carbone e i pozzi petroliferi del mondo di tutta la terra possono fornire.

E’ vero che questi calcoli sono fatti per l’equatore; è vero che l’officina di Maadi dà un prezzo di rendimento che, subordinata alla condizione di un determinato prezzo del carbone, è ancora uguale a quello di una officina della medesima potenzialità in base ai vecchi sistemi. Ma, se c’è una differenza fra l’irradiazione solare all’equatore e quella delle altre regioni della terra, per tutte quelle circostanze speciali che sono le caratteristiche dei vari climi, è pur vero che la differenza è graduale procedendo dall’equatore verso i poli e che crea una condizione di assoluta impossibilità soltanto in una zona relativamente vicina ai poli.
Or bene, si intende facilmente che la graduale diminuzione di intensità dell’irradiazione solare e di possibilità di sfruttamento si riduce in fondo a graduale diminuzione del numero di ore di funzionamento dell’officina e che la zona inerte, chiamiamola così, non è soltanto per l’irradiazione solare, ma a un dipresso, quantunque per cause molto differenti, anche per ogni altra forma di attività e produzione industriale. Per quanto riguarda poi il coefficiente di massima importanza allo scopo di sfruttamento industriale, qual è quello del prezzo del rendimento, si deve pur ricordare che il funzionamento delle prime installazioni è sempre stato costosissimo, il che non ha impedito che in seguito esso si abbassasse talmente da far preferire il nuovo sistema a tutti quelli che lo avevano preceduto. Comunque, resta ormai indiscutibilmente provato con l’attuazione pratica, che lo sfruttamento diretto, a scopo industriale, del calore irradiato dal Sole, è perfettamente in potere dell’uomo.


L’utilizzazione del calore interno della terra a scopo industriale.

Ma ciò non è tutto. Un altro fatto che ha del miracoloso è stato effettuato: l’utilizzazione del calore interno della terra a scopo industriale. Anche questo problema ha affaticato per molti anni la mente degli inventori, anche questo apre all’attività industriale nuovi sterminati campi di attività. Questa prima soluzione è stata attuata non molto lontano da noi, in Toscana, dove a Larderello esiste un impianto elettrico di circa 15.000 cavalli vapore, il quale, trasformando opportunamente il calore naturale del sottosuolo, distribuisce con tutta regolarità la corrente elettrica, per mezzo di cinque distanti linee, ai varii centri principali dei dintorni e cioè a Volterra, Siena, Cecina e a Livorno e Firenze.

Questa utilizzazione del calore interno del suolo è, a rigor di termini e da un certo punto di vista, alquanto indiretta, poiché essa, veramente, si compie a mezzo di un effetto e non della causa prima.
Nella regione della Toscana che si estende intorno a Larderello, Castelnuovo, Sassi, Monterotondo, Lago, Lustignano e Serrazzano, si hanno svariate manifestazioni vulcaniche fra cui i cosiddetti soffioni, i quali sono potenti getti di vapore acqueo caldissimo, ricchi di sali di boro e di varii gas e che erompono dalle fratture del suolo.
Questi soffioni per molti anni hanno alimentato l’industria dell’estrazione dell’acido borico e di alcuni sottoprodotti: da qualche tempo a questa parte si è pensato se non sarebbe utile di sfruttare sia la forza di tensione del gas, sia l’elevata temperatura. E allora si è trovato che, oltre alle emanazioni provenienti da fratture naturali del suolo, con opportune trivellazioni del diametro di metri 0,40 a 0,20 e profonde da 120 a 150 metri e rivestite di opportuni tubi di lamiera di ferro, si possono ottenere potentissimi getti di vapore a pressione che varia da 2 a 3 atmosfere e con temperatura che varia dai 150° C. ai 165°C. ed eccezionalmente fino ai 190° C.
Questi getti di vapore si mantengono costanti, sì per portata che per temperatura, per anni ed anni, anche se altri fori vengono fatti nel suolo a non piccole distanze l’uno dall’altro: ed il fatto che essi non si influenzano reciprocamente prova la grande ricchezza di calore del sottosuolo in quelle regioni. Sono questi getti di vapore che nella Centrale elettrica di Larderello sostituiscono vantaggiosamente il carbon fossile, specialmente nei tempi che attraversiamo.

Come dicevo di sopra, il problema della utilizzazione a scopo industriale del calore interno della terra, non è ancora risolto in maniera generale e definitiva; ma l’impianto elettrico di Larderello, a parte l’esistenza di numerose altre regioni della terra nelle medesime condizioni, costituisce la prova che esso è praticamente possibile.
Anche in questa nuova via, con successive modificazioni e perfezionamenti non si può prevedere dove si arriverà.
I due fatti di sopra esposti hanno una significazione che va molto al di là dei nuovi campi di attività che essi schiudono. Essi, innanzi tutto, dimostrano che la possibilità di attingere direttamente alle energie della natura, non è, come per molto tempo si era creduto, una utopia. E non sono i soli. Come accennavo di sopra, anche i venti e le maree possono fornire energia meccanica, la quale, convenientemente trasformata, può servire a diversi scopi. E’ da osservare soltanto che costituiscono fonti le quali non sono continue, ma periodiche e temporanee. E che perciò? Non potrebbero riuscire utilissime, specialmente dove, per ragioni geografiche e topografiche, dovesse essere ridotta l’utilizzazione del calore irradiato dal Sole? E’ certo intuitivo che le varie maniere di utilizzazione diretta delle energie della natura sono destinate a completarsi ed anche ad integrarsi agli effetti della produzione industriale.


Le ricchezze dell’atmosfera a disposizione di tutti.

E non bisogna dimenticare un altro fatto, il quale, se non ha, nei suoi effetti, l’estensione dei primi due, non è perciò meno importante, tanto più che mette in rilievo una terza maniera di attingere direttamente alla natura.
Come si sa, l’agricoltura ha bisogno di una enorme quantità di concime per fornire ai vegetali la dose di azoto assimilabile che occorre al loro sviluppo.
E’ inoltre noto che anche i metodi di concimazione sono passati per periodi successivi di perfezionamento in rapporto alla necessità di intensificare sempre più la produzione, talché dai concimi primitivi si è pervenuti, negli ultimi tempi, all’uso su vastissima scala dei concimi chimici.
La maggior parte della enorme quantità necessaria all’agricoltura – in Europa soltanto, nel 1913 si sono consumati 3 milioni di tonnellate di concimi – e la quantità migliore, perché più ricca di azoto, viene fornita dai depositi di nitrati del Cile, i quali non solo non sono inesauribili, ma nemmeno tali da soddisfare per lungo tempo le crescenti esigenze dell’agricoltura di tutto il mondo.
Orbene, è stato trovato un metodo per cui, estraendo l’azoto direttamente dall’atmosfera e sottoponendolo a varie azioni chimiche, si arriva alla produzione di composti azotati di forma chimica diversa, quali sono la cianamide e i suoi derivati; metodo il quale mette a disposizione dell’agricoltura non solo una fonte di concimi azotati inesauribile, perché si rinnova costantemente, ma anche infinitamente più abbondante di quella dei depositi di nitrati del Cile, se si pensi che un semplicissimo calcolo dimostra che soltanto la colonna d’aria che sta sopra un ettaro di terreno contiene 79.000 tonnellate di azoto, cioè la stessa quantità che se ne trova in 500.000 tonnellate di nitrato di soda.


Le grandi riserve di energia accumulate nella materia.

Questi fatti, ormai precisi, sicuri, entrati nel campo della pratica, sono la dimostrazione evidente non solo della possibilità per l’industria di attingere direttamente alle energie della natura, ma di poterlo fare sempre più largamente.
Infatti la scienza, in seguito a scoperte successivamente compiute, è pervenuta ormai a concludere per la identità completa di forza e materia, è pervenuta a stabilire che la materia nelle sue forme più pesanti e più dense contiene maggiori riserve di energia; che precisamente queste forme più dense e più pesanti tendono più violentemente a tornare a uno stato più attenuato, più rarefatto, allo stato primordiale della materia, a cui tendono più o meno violentemente tutte le forme attuali di essa, allo stato della nebulosa iniziale dalla quale ebbe origine tutto il nostro sistema planetario, e nella quale, in seguito a periodi di raffreddamenti e di condensazioni successivi, le varie forme di materia che noi attualmente conosciamo si vennero differenziando.
E la tendenza si va lentissimamente attuando, come è dimostrato dai corpi radio-attivi, mettendo continuamente e lentissimamente in libertà le forme di energia per cui la materia fu costretta a differenziarsi e ad assumere le forme attuali, il che costituisce il fenomeno che si chiama la disintegrazione della materia.
Dal che si deduce che i corpi costituiscono riserve di energia, che ne contengono, come è dimostrato dai fenomeni della radio-attività, in quantità immense, le quali non possono essere utilizzate finché vengono lentissimamente rimesse in libertà; ma costituiranno dei veri e proprii tesori il giorno in cui l’uomo verrà in possesso del mezzo per accelerare e magari rendere istantaneo il processo di disintegrazione.
In altri termini, si ha per tutte le forme della materia ciò che vediamo in forma tipica, per esempio, nell’aria liquida. Per costringerla dallo stato gassoso allo stato liquido, occorre impiegare forme di energia che essa, tornando di colpo allo stato primitivo, rimette istantaneamente in libertà, per cui essa è anche, in certe condizioni, un potente esplosivo.
Tutte le forme della materia sono dunque come degli esplosivi, i quali, il giorno in cui se ne potrà accelerare a volontà il processo di disintegrazione, metteranno in libertà, non soltanto, come la polvere da sparo o la dinamite, grandi quantità di energia meccanica, ma quantità immense di energie di tutte le forme.


La rivoluzione che compirà la Scienza. L’attuazione dell’ideale socialista.

La scienza, mettendosi per questa via, compie una grande rivoluzione, compie l’espropriazione del Capitale.
Questo oggi è costituito dai mezzi di produzione e cioè principalmente dalle macchine, dalle miniere, dalle acque correnti, dai terreni fertili. Le miniere, le acque, i terreni fertili sono in fondo riserve di energia, ma in condizioni tali che possono essere cedute, acquistate, scambiate, accumulate.
La Scienza tende a sostituire a queste, altre forme di energia che non possono essere accumulate, acquistate, cedute o vendute, ma che sono alla portata di tutti, che sono proprietà di tutti, come il calore irradiato dal Sole, il calore accumulato nelle viscere della terra, la forza meccanica dei venti, le varie forme di energia immagazzinate nelle varie forme della materia.
Queste non possono più costituire il Capitale e non può più costituire Capitale la macchina ridotta a funzionare alla dipendenza di energie che sono di tutti.
La Scienza, dunque, ciò attuando, correggerà definitivamente la ineguale distribuzione delle ricchezze del suolo nelle varie regioni della terra, creerà le sole condizioni che rendano possibile la definitiva eliminazione dei conflitti armati e delle guerre.
In una parola la Scienza, pur mantenendosi arme potentissima di classe, cessa di essere al servizio della Borghesia e passa a sostenere validamente le rivendicazioni del Proletariato, avvicinando enormemente alle aspirazioni del Partito Socialista la definitiva attuazione del suo programma.

Non è qui il caso di discutere le modificazioni che l’azione della scienza potrà apportare a quella che è stata chiamata la tattica del Partito e su cui tante appassionate discussioni si vanno facendo, né è il momento di esaminare minutamente quale influenza essa potrà avere sulla vita e sulla azione del Socialismo.
Occorre soltanto tener presente che la Borghesia cercherà, con tutti i mezzi, con tutte le forze di opporsi alla espropriazione del Capitale, anche se compiuta ineluttabilmente e fatalmente dalla scienza; che cercherà a tutti i costi di trovare il mezzo di conservare il dominio anche sulle libere energie della natura messe liberamente a disposizione di tutti, a mezzo di artifici dei quali potrebbero costituire un esempio ed una anticipazione i brevetti di invenzione e che quindi il Partito socialista deve vigilare se non vuole vedere indefinitamente ritardato il giorno, radioso per l’umanità, dell’attuazione definitiva di tutte quante le sue aspirazioni e deve considerare in maniera diversa da quello che abbia fatto fino ad oggi il progresso scientifico.
Poiché sarà proprio quella Scienza, che fornisce oggi tanti e così potenti mezzi di distruzione, ad alimentare ed a continuare il conflitto che affligge direttamente o indirettamente tutti i popoli della terra, che costituisce il sostegno più importante della Borghesia nello sfruttamento del Proletariato, sarà proprio quella Scienza che darà la forza al Partito Socialista di instaurare più presto di quanto si sarebbe potuto immaginare quell’era di uguaglianza, di giustizia e di pace che costituisce il suo altissimo ideale.




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