Ogni insieme di diritti nasce da un conflitto che si crea quando qualcuno compie o vuole compiere qualcosa che ha delle conseguenze su altre persone, con il favore di alcune di queste e l’opposizione di altre. Con o senza una lotta, si giunge ad un accordo o a un compromesso con il quale si definiscono i rispettivi diritti. Quello che voglio evidenziare in modo particolare è che la soluzione è essenzialmente la trasformazione del conflitto da un problema politico a una transazione economica. Una transazione economica è un problema politico risolto. L’economia ha conquistato il titolo di regina delle scienze sociali scegliendo come suo dominio quello dei problemi politici risolti. (Abba P. Lerner, 1972, The Economics and Politics of Consumer Sovereignty)

Nel lungo periodo, se non saremo davvero tutti morti, saremo ancora nel breve periodo. (Abba P. Lerner, 1962, Own Rates and the Liquidity Trap)

Affinché il sistema capitalista funzioni efficacemente i prezzi devono sostenere i profitti. (Hyman P. Minsky, 1986, Stabilizing an Unstable Economy)

Res tantum valet quantum vendi potest. (cfr. Karl Pribram, 1983, A History of Economic Reasoning)

L'unico rimedio per la disoccupazione è avere una banca centrale sotto il controllo pubblico. (cfr. John Maynard Keynes, 1936, The General Theory of Employment, Interest and Money)

We have this endearing tendency in economics to reinvent the wheel. (Anthony P. Thirlwall, 2013, Economic Growth in an Open Developing Economy, p.33)

Amicus Plato, sed magis amica veritas.


N.B. Nel blog i link sono indicati in rosso: questo è un link.

domenica 26 agosto 2012

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La Finanza Funzionale e il debito pubblico




Abba P. Lerner

Functional Finance and the Federal Debt

Social Research: An International Quarterly. Volume 10, No. 1 (Spring 1943): 38-51.
Pubblicazione disponibile qui.


La Finanza Funzionale e il debito pubblico

[ Traduzione di Giorgio D.M. * ]


Tranne la necessità di vincere la guerra, non c’è oggi un altro compito che la società debba affrontare più importante della eliminazione della insicurezza economica.
Se falliamo in questo, dopo la guerra l’attuale minaccia alla civiltà democratica risorgerà di nuovo.
E’ perciò assolutamente necessario che noi tentiamo di affrontare questo problema anche se ciò richiede una riflessione abbastanza accurata e anche se il ragionamento si dimostra fino a un certo punto contrario ai nostri preconcetti.
Negli ultimi anni sono stati adeguatamente definiti i principi sulla base dei quali una azione appropriata del governo può mantenere la prosperità della società ma coloro che hanno proposto questi nuovi principi o non ne hanno visto tutte le logiche conseguenze o si sono preoccupati in modo eccessivo di cercare di evitare che il pubblico dovesse affaticarsi con quell’esercizio mentale che è necessario per comprenderle.
Questo ha prodotto un effetto boomerang.
Molte delle persone preoccupate del bene pubblico, che pure hanno constatato come la spesa in deficit [deficit spending] effettivamente consenta alla società di raggiungere la prosperità, si oppongono ancora al mantenimento permanente della prosperità raggiunta perché, nella loro incapacità di comprendere come effettivamente il tutto funziona, sono facilmente spaventati da racconti fiabeschi delle terribili conseguenze del deficit.

I
[1.1]
Come formulata da Alvin Hansen e da altri che l’hanno sviluppata e resa popolare, la nuova teoria fiscale (che avanzò per primo in una forma sostanzialmente completa John Maynard Keynes in Inghilterra) suona un po’ meno nuova e assurda alle nostre orecchie precondizionate di quanto suonerebbe se venisse presentata nella sua forma più semplice e più logica, con tutte le sue implicazioni non ortodosse dichiarate apertamente.
In alcuni casi una formulazione meno sconvolgente può essere intenzionale, come espediente tattico per attirare in modo serio l’attenzione. In altri casi ciò avviene non per un desiderio di addolcire la pillola ma proprio per il fatto che gli autori stessi non hanno visto tutte le implicazioni non ortodosse della loro teoria, forse perché inconsciamente hanno stabilito un compromesso tra la nuova teoria e la loro formazione ortodossa.
Ma ora sono proprio questi compromessi che sono sotto attacco.
Ora più che mai è necessario esporre i teoremi della nuova teoria nella loro forma più pura.
Solo così sarà possibile ripulire l’aria dalle obiezioni che davvero sono preoccupate di quelle difficoltà che appaiono tali solo quando la nuova teoria è costretta nella vecchia struttura teoretica.
Fondamentalmente la nuova teoria, come praticamente tutte le scoperte importanti, è estremamente semplice. Certamente è questa semplicità che fa sì che il pubblico sospetti di essa come di una teoria troppo facile.
Anche dotti professori che non hanno potuto abbandonare le solite abitudini di pensiero hanno protestato dicendo che la nuova teoria è “semplice logica” non avendo potuto trovare in essa alcun difetto.
Qualsiasi progresso la nuova teoria abbia compiuto sinora è stato ottenuto non semplificandola ma rivestendola per renderla più complicata e accompagnando la sua presentazione con impressionanti ma del tutto irrilevanti statistiche.

[1.2 - Finanza Funzionale]
L’idea centrale della nuova teoria è che il governo deve condurre la politica fiscale, cioè spendere e imporre tasse, prendere a prestito e rimborsare i prestiti, emettere nuova moneta e ritirare moneta, deve compiere tutto questo guardando solo ai risultati di queste azioni sull’economia e ignorando qualsiasi dottrina tradizionale su cosa sia sostenibile o non sostenibile.
Questo principio di giudicare solo sulla base degli effetti è stato applicato in molti altri campi dell’attività umana, dove è stato riconosciuto come il metodo della scienza in opposizione alla scolastica. Il principio di giudicare le misure fiscali sulla base del modo in cui funzionano, cioè dei risultati che esse producono nell’economia, potremmo chiamarlo Finanza Funzionale.

[1.3 - Prima legge della Finanza Funzionale]
La prima responsabilità finanziaria del governo (dal momento che nessun altro può assumersi questa responsabilità) è quella di mantenere la spesa totale per l’acquisto di beni e servizi nel paese a un livello né maggiore né minore di quello che ai prezzi correnti acquisterebbe tutto quello che è possibile produrre. Se si permette alla spesa totale di salire al di sopra di questo livello ci sarà inflazione, se si permette alla spesa totale di scendere al di sotto di questo livello ci sarà disoccupazione.
Il governo può incrementare la spesa totale sia spendendo di più esso stesso sia riducendo le tasse così che i contribuenti abbiano più denaro a disposizione da spendere. Il governo può ridurre la spesa totale sia spendendo meno esso stesso sia incrementando le tasse così che i contribuenti abbiano meno denaro a disposizione da spendere.
Con questi mezzi la spesa totale può essere mantenuta al livello necessario, sufficiente perché siano acquistati i beni che possono essere prodotti da tutti quelli che vogliono lavorare ma non così alto da provocare l’inflazione con una domanda (ai prezzi correnti) superiore a quello che può essere prodotto.
Nell’applicare questa prima legge della Finanza Funzionale, il governo può ritrovarsi ad incassare con le tasse più di quello che spende o a spendere più di quello che incassa con le tasse. Nel primo caso può accumulare la differenza [avanzo o surplus] nei suoi forzieri o impiegarla per rimborsare parte del debito pubblico [national debt], nel secondo caso dovrebbe coprire la differenza [disavanzo o deficit] o prendendo a prestito il denaro necessario o creando moneta [printing money]. In nessuno dei due casi il governo dovrebbe ritenere che ci sia qualcosa di particolarmente buono o  cattivo in queste conseguenze. Il governo dovrebbe semplicemente concentrarsi nel mantenere la spesa totale a un livello né troppo alto né troppo basso, in modo tale da prevenire così il verificarsi sia della disoccupazione che dell’inflazione.

[1.4 - La tassazione]
Un interessante, e per molti sconvolgente, corollario è che lo strumento della tassazione non deve mai essere scelto semplicemente perché il governo ha bisogno di denaro per effettuare i pagamenti.
Secondo i principi della Finanza Funzionale, la tassazione deve essere giudicata solo sulla base dei suoi effetti.
Gli effetti principali della tassazione sono due: i contribuenti hanno a disposizione meno denaro da spendere e il governo ha più denaro.
Il secondo effetto può essere ottenuto così tanto più facilmente creando moneta che solo il primo effetto è importante. Lo strumento della tassazione deve quindi essere impiegato solo quando è desiderabile che i contribuenti abbiano meno denaro da spendere, per esempio quando essi altrimenti spenderebbero abbastanza da far salire l’inflazione.

[1.5 - Seconda legge della Finanza Funzionale]
La seconda legge della Finanza Funzionale è che il governo dovrebbe prendere a prestito denaro solo se è desiderabile che il pubblico detenga meno denaro e più titoli di Stato, perché questi sono gli effetti dell’indebitarsi del governo.
Questo potrebbe essere desiderabile se altrimenti il tasso di interesse dovesse ridursi troppo (a causa dei tentativi da parte di coloro che possiedono troppo denaro di prestarlo) e indurre una spesa per investimenti troppo elevata facendo così salire l’inflazione. Al contrario, il governo dovrebbe prestare denaro (o rimborsare parte del suo debito) solo se è desiderabile incrementare la moneta o ridurre la quantità di titoli di Stato nelle mani del pubblico.
Quando la tassazione, la spesa, l’indebitamento e la concessione di finanziamenti (o il rimborso dei debiti) sono governati secondo i principi della Finanza Funzionale, qualsiasi eccesso delle spese rispetto alle entrate [disavanzo o deficit], se non può essere coperto con le riserve di denaro, deve essere coperto con la creazione di nuova moneta, e ogni eccesso delle entrate sulle uscite [avanzo] può essere distrutto o impiegato per riempire le riserve di denaro.
L’avversione quasi istintiva che abbiamo contro l’idea di stampare denaro, e la tendenza ad identificare il creare moneta con l’inflazione, può essere superata se ci calmiamo e se prendiamo nota del fatto che questo stampare non ha effetti sul denaro speso.
L’ammontare del denaro speso è regolato dalla prima legge della Finanza Funzionale, che si riferisce in modo particolare all’inflazione e alla disoccupazione.
La creazione di moneta ha luogo solo quando è necessario applicare la Finanza Funzionale con lo spendere o con il concedere finanziamenti (o col rimborsare il debito pubblico). 1

[1.6 - Prescrizioni della Finanza Funzionale]
In breve, la Finanza Funzionale respinge completamente le dottrine tradizionali che raccomandano una “finanza solida” e il principio di cercare di mantenere in pareggio il bilancio relativo a un anno solare o a un qualsiasi altro arbitrario periodo di tempo.
Al loro posto, la Finanza Funzionale prescrive:
-         primo, l’aggiustamento della spesa totale (spesa di tutti nell’economia, incluso il governo) al fine di eliminare sia la disoccupazione che l’inflazione, impiegando la spesa pubblica quando la spesa totale è troppo bassa e la tassazione quando è troppo alta;
-     secondo, l’aggiustamento della quantità di moneta e di titoli di Stato detenuta dal pubblico per mezzo dell’indebitamento del governo o del rimborso del debito, al fine di ottenere quel tasso di interesse che porta al livello più desiderabile degli investimenti;
-          e terzo, la creazione di nuova moneta, l’accumulo di riserve di denaro o la distruzione di moneta a seconda delle necessità per portare a termine le prime due parti del programma.

II
[2.1]
Nel giudicare le formulazioni degli economisti su questo argomento è difficile distinguere tra il tatto nel minimizzare le affermazioni più sconcertanti della Finanza Funzionale e la mancanza di chiarezza da parte di coloro che non hanno compreso appieno quanto le loro formulazioni relativamente ortodosse abbiano delle implicazioni estreme.
All’inizio ci furono i sostenitori dello stimolo fiscale [pump-primers] secondo i quali il governo avrebbe dovuto  semplicemente rimettere in moto le cose e l’economia poi avrebbe potuto proseguire da sola.
Una formula abbastanza simile a questa fu sviluppata dagli economisti scandinavi con una serie di bilanci del ciclo economico, del capitale e di altri speciali tipi, che dovevano essere in pareggio non anno per anno ma su di orizzonti temporali più lunghi.
Come la formula dei sostenitori dello stimolo fiscale anche quella degli economisti scandinavi fallì perché non c’è alcuna ragione per ritenere che la politica di spesa e di tassazione che mantiene la piena occupazione e previene l’inflazione porti necessariamente a un bilancio in pareggio in un decennio più di quanto non lo faccia in un anno o ogni quindici giorni.
Non appena ci si accorse di questo - della mancanza di una qualsiasi garanzia del fatto che il mantenimento di una società prospera consentirebbe di avere un bilancio in pareggio, anche su periodi di tempo più lunghi - si dovette riconoscere che il risultato potrebbe anche essere un debito pubblico continuamente crescente (se la spesa addizionale dovesse essere coperta con l’indebitarsi del governo e non con la creazione della moneta necessaria per coprire l’eccesso delle spese rispetto alle entrate fiscali).
A questo punto, due cose avrebbero dovuto essere chiarite: primo, che questa possibilità non mette in alcun modo in pericolo la società, non importa a quali livelli impensati il debito pubblico possa salire, finché la Finanza Funzionale mantiene la domanda totale per la produzione corrente al livello adeguato; e secondo (anche se questo è molto meno importante) che c’è una tendenza automatica al pareggio di bilancio nel lungo periodo che è un risultato dell’applicazione della Finanza Funzionale anche se essa non ammette il principio del pareggio di bilancio.

[2.2]
Non importa quanti interessi debbano essere pagati sul debito pubblico, lo strumento della tassazione non deve essere applicato a meno che non sia necessario mantenere sotto controllo la spesa per prevenire l’inflazione.
Gli interessi possono essere pagati indebitandosi ancora di più.
Finché il pubblico è disposto a prestare al governo non c’è alcuna difficoltà, non importa quanti zeri si aggiungano al debito pubblico.
Se il pubblico diventa restio a continuare a prestare al governo, allora deve o accumulare denaro o spenderlo.
Se il pubblico accumula, il governo può stampare la moneta occorrente per pagare gli interessi sul debito pubblico e le altre sue obbligazioni, e l’unico effetto è che il pubblico detiene il denaro del governo anziché i titoli del governo e il governo si risparmia la fatica di pagare gli interessi.
Se invece il pubblico spende, la sua spesa incrementa il livello della spesa totale così che il governo non deve più indebitarsi per sostenerla; e se il livello della spesa diventa eccessivo, quello è il momento di utilizzare la tassazione per prevenire l’inflazione. I proventi della tassazione possono quindi essere impiegati per pagare gli interessi e rimborsare il debito pubblico.
In ogni caso la Finanza Funzionale dà una risposta semplice e quasi automatica.

[2.3]
Questo però o non fu visto chiaramente o venne considerato troppo sconvolgente o troppo logico per essere detto al pubblico.
Invece si sostenne, ad esempio da parte di Alvin Hansen, che finché c’è un ragionevole rapporto tra il reddito nazionale e il debito, il pagamento degli interessi sul debito pubblico può essere facilmente coperto con le tasse versate sul reddito nazionale aggiuntivo creato dalla spesa in deficit [deficit spending].
Questa “concessione” non necessaria aprì la strada ad una opposizione estremamente efficace contro la Finanza Funzionale.
Anche persone che capiscono chiaramente il meccanismo grazie al quale la spesa del governo durante una depressione economica può incrementare il reddito nazionale di diverse volte l’ammontare della spesa stessa, e che capiscono perfettamente che il debito pubblico, quando non è dovuto ad altre nazioni, non è un peso sulla nazione nello stesso modo che un debito di una persona nei confronti di un’altra persona lo è per la prima persona, hanno finito con l’essere fortemente contrari al “deficit spending” 2.
E’ stato sostenuto che “sarebbe impossibile immaginare un programma più adatto del “deficit spending” a minare in modo sistematico il sistema della impresa privata e ad accelerare la catastrofe finale”. 3
Queste obiezioni si basano sull’ammissione del fatto che sebbene ogni dollaro speso dal governo può creare diversi dollari di reddito nazionale aggiuntivo nel corso dei prossimi uno o due anni, gli effetti poi però svaniranno.
Da questo segue che se il reddito nazionale deve essere mantenuto a un livello elevato allora il governo deve continuare a contribuire alla spesa totale fin tanto che la spesa privata è insufficiente da sola a garantire la piena occupazione.
Questo potrebbe significare un continuo sostegno alla spesa da parte del governo per un periodo di tempo indeterminato (anche se non necessariamente per una quota crescente nel tempo); e se, come la “concessione” suggerisce, tutta questa spesa è finanziata con l’indebitamento, il debito continuerà a crescere finché non sarà più in un rapporto “ragionevole” con il reddito nazionale.
Questo conduce al punto decisivo dell’argomentazione contro la spesa in deficit.
Se gli interessi sul debito pubblico devono essere pagati con le tasse (lo ripeto, una assunzione che non è messa in discussione dalla “concessione”) allora nel tempo questi interessi verranno a costituire una importante frazione del reddito nazionale.
Le altissime imposte sui redditi necessarie per raccogliere questa somma di denaro e per pagarla ai detentori dei titoli di Stato scoraggerà gli investimenti privati rischiosi, riducendo così tanto il ritorno netto sugli investimenti che gli investitori non saranno più remunerati per il rischio di perdere il loro capitale.
Questo renderà necessario per il governo di affrontare un deficit ancora maggiore per sostenere il livello del reddito e l’occupazione.
Una tassazione ancora più pesante sarà allora necessaria per pagare gli interessi sul debito - finché il peso della tassazione non sarà così opprimente da rendere non profittevoli gli investimenti privati, e da far collassare il sistema economico basato sull’iniziativa privata.
Le aziende private e le società falliranno tutte a causa delle tasse e il governo dovrà prendere il controllo di tutta l’economia.
Questa argomentazione non è nuova. Le identiche calamità, anche se oggi esse ricevono molta più attenzione del solito, furono promesse quando venne proposta la prima legge sulle imposte sui redditi, con una aliquota dell’uno per cento.
Tutto questo rende solo più importante valutare la rilevanza dell’argomentazione.

III
Ci sono quattro principali errori nell’argomentazione contro il deficit spending, quattro ragioni per le quali la sua apparente conclusività è solamente illusoria.

[3.1]
In primo luogo, la stessa elevata aliquota dell’imposta sui redditi che riduce i ritorni sugli investimenti determina la deducibilità delle perdite alle quali si va incontro se l’investimento si rivela un fallimento. Di conseguenza, il ritorno di un investimento al netto del rischio di una perdita non dipende dall’aliquota dell’imposta sul reddito, non importa quanto alta possa essere.
Si consideri una persona nella fascia di reddito superiore a 50.000 $ all’anno che abbia accumulato 10.000 $ da investire. Con un rendimento del 6% questa somma darebbe un reddito aggiuntivo di 600 $, ma dopo il pagamento delle imposte su questo reddito, con un’aliquota del 60%, alla persona rimarrebbero solo 240 $. Si dice quindi che la persona non investirebbe perché questi 240 $ sono una remunerazione insufficiente per il rischio di perdere 10.000 $. Questa argomentazione dimentica che se i 10.000 $ vengono tutti persi, la perdita netta per l’investitore, una volta detratta la riduzione delle imposte da lui dovute sul reddito, sarà solo di 4.000 $ e il tasso di rendimento sulla somma che egli davvero rischia è di nuovo esattamente il 6%: 240 dollari sono il 6% di 4.000 $.
L’effetto delle imposte sul reddito è quello di fare in modo che l’uomo ricco agisca come una specie di agente che lavora per la società su commissione. Egli ricava solo una parte del ritorno su un investimento, ma perde solo una parte del denaro che investe. Qualsiasi investimento che sarebbe conveniente in assenza di imposte sul reddito lo è anche con le imposte sul reddito.
Certamente, questa correzione dell’argomentazione è strettamente vera solo se il 100% delle perdite è deducibile dal reddito sottoposto a tassazione, nel caso in cui cioè la detrazione delle perdite dall’imposta è calcolata con la stessa aliquota dell’imposta sul reddito percepito.
Questa è una buona argomentazione contro certe limitazioni sulla possibile deduzione dal reddito sottoposto a tassazione delle perdite subite, ma questa è un’altra storia.
Qualcosa dell’argomentazione rimane, anche, se la perdita portasse l’investitore in una fascia di reddito inferiore per la quale lo sconto (e l’imposizione fiscale) sarebbe a una aliquota inferiore. Ci sarebbe allora una qualche riduzione del ritorno netto dell’investimento se confrontato con la perdita potenziale netta. Ma questo si applicherebbe solo a investimenti così grandi da minacciare di impoverire l’investitore nel caso di un fallimento. Fu proprio al fine di affrontare questo problema che le società furono inventate, per rendere possibile a molti individui di mettersi insieme e affrontare imprese rischiose senza che una sola persona dovesse arrischiare tutte le sue fortune in una singola avventura.
A parte gli investimenti societari però, questo problema sarebbe quasi interamente risolto se l’aliquota massima dell’imposta sui redditi fosse raggiunta a un livello relativamente basso, ad esempio a 25.000 $ all’anno (basso, cioè, dal punto di vista degli uomini ricchi che si suppone siano la fonte del capitale di rischio).
Anche se tutto il reddito oltre la soglia dei 25.000 $ fosse tassato al 90% non ci sarebbe alcuno scoraggiamento dell’investimento di una parte qualsiasi del reddito oltre questo livello. Certo, il ritorno netto dopo il pagamento delle imposte sarebbe solo un decimo del tasso di interesse nominale ma anche la somma messa a rischio dall’investitore sarebbe solo un decimo del capitale effettivamente investito e perciò il rendimento netto sul capitale davvero messo a rischio dall’investitore rimarrebbe invariato.

[3.2]
In secondo luogo, questa argomentazione contro la spesa in deficit durante una depressione economica sarebbe indifendibile anche se il danno arrecato dal debito fosse così grande come è stato suggerito.
Deve essere ricordato che la spesa del governo incrementa il reddito nazionale reale in termini di beni e servizi di diverse volte l’ammontare speso dal governo, e che il peso del debito non è misurato dall’ammontare degli interessi pagati ma solo dai problemi che comporta l’attività di trasferimento del denaro dai contribuenti ai possessori dei titoli di Stato.
Perciò opporsi alla spesa in deficit è come sostenere che se ti viene offerto un lavoro quando sei senza a condizione che ti impegni a pagare a tua moglie degli interessi su una parte del denaro guadagnato (o che tua moglie li paghi a te) è più saggio rimanere disoccupato perché nel tempo accumuleresti un debito molto elevato nei confronti di tua moglie (o lei lo accumulerebbe nei tuoi confronti) e questo potrebbe causare delle difficoltà al matrimonio in futuro.
Anche se gli interessi pagati fossero davvero persi per la società, invece che essere semplicemente trasferiti all’interno della società da alcuni individui ad altri, essi sarebbero comunque molto inferiori alla perdita che si avrebbe consentendo alla disoccupazione di continuare.
Quella perdita sarebbe diverse volte maggiore del capitale sul quale questi interessi dovrebbero essere pagati.

[3.3]
In terzo luogo, non c’è alcuna buona ragione per supporre che il governo dovrebbe raccogliere con la tassazione corrente tutto il denaro necessario per il pagamento degli interessi sul debito pubblico.
Abbiamo visto che la Finanza Funzionale consente l’uso dello strumento della tassazione solo quando l’effetto diretto della tassazione è nell’interesse della società, come quando serve a prevenire una eccessiva spesa o investimenti eccessivi che provocherebbero inflazione.
Se le tasse, imposte per prevenire l’inflazione, non generano entrate sufficienti, gli interessi sul debito pubblico possono essere coperti o con un maggiore indebitamento o con la stampa del denaro. Non c’è alcun rischio in questo perché se ci fosse un rischio di inflazione allora con le imposte si dovrebbe raccogliere un importo maggiore.
Questo significa che la dimensione assoluta del debito pubblico non ha alcuna importanza, e che qualunque sia l’ammontare degli interessi che devono essere pagati, questi non costituiscono affatto un peso per la società nel suo complesso.
Una esagerazione completamente fantasiosa può illustrare questo punto.
Si supponga che il debito pubblico raggiunga la fantastica cifra di diecimila miliardi di dollari (cioè dieci trilioni, 10.000.000.000.000 $) così che gli interessi da pagare su di esso siano di 300 miliardi di dollari all’anno [3%]. Si supponga che il reddito nazionale reale in termini di beni e servizi che possono essere prodotti dall’economia in una condizione di pieno impiego sia di 150 miliardi di dollari. Gli interessi da soli, quindi, sarebbero pari a due volte il reddito nazionale reale.
Non c’é dubbio che un debito pubblico di queste dimensioni sarebbe giudicato “non ragionevole”. Ma anche in questo caso di fantasia, il pagamento degli interessi non costituisce un peso per la società.
Anche se il reddito reale è di soli 150 miliardi di dollari, il redito nominale è di 450 miliardi, 150 miliardi derivanti dalla produzione di beni e servizi e 300 miliardi derivanti dal possesso dei titoli di Stato che costituiscono il debito pubblico.
Di questi redditi monetari pari a 450 miliardi, 300 miliardi devono essere raccolti con le tasse dal governo per il pagamento degli interessi (se 10 trilioni è il limite stabilito per legge al debito pubblico) ma dopo il versamento di queste tasse, nelle mani dei contribuenti rimangono 150 miliardi, e questi sono sufficienti per acquistare tutti i beni e i servizi che l’economia può produrre.
Davvero non sarebbe affatto un bene per il pubblico avere più denaro a disposizione dopo il pagamento delle imposte, perché se spendesse più di 150 miliardi di dollari non farebbe altro che semplicemente provocare un rialzo dei prezzi dei beni acquistati.
Il pubblico non potrebbe ottenere più beni o servizi da consumare di quelli che il paese è in grado di produrre.
Certamente, questo esempio non deve essere inteso come l’ammissione del fatto che sia in qualche modo probabile che un debito di questa dimensione possa essere il risultato dell’applicazione della Finanza Funzionale.
Come verrà mostrato più sotto, c’é una naturale tendenza del debito pubblico ad arrestare la sua crescita molto prima che si avvicini anche lontanamente a quella cifra astronomica con la quale abbiamo giocato.
L’assunzione infondata che gli interessi correnti sul debito pubblico debbano essere raccolti con la tassazione nasce dall’idea che il debito debba essere mantenuto in un “ragionevole” o “sostenibile” rapporto rispetto al reddito (qualunque questo rapporto possa essere).
Se questa limitazione è accettata, la possibilità di indebitarsi per pagare gli interessi è eliminata non appena il limite della “ragionevolezza” è raggiunto, e se noi escludiamo anche, come un’idea indecente, la possibilità di stampare il denaro necessario, allora rimane solo la possibilità di raccogliere con la tassazione il denaro necessario per il pagamento degli interessi sul debito pubblico.
Fortunatamente non c’è necessità di assumere queste limitazioni finché la Finanza Funzionale sta in guardia contro l’inflazione, perché è la paura dell’inflazione che è l’unica base razionale per un sospetto contro lo stampare moneta.

[3.4]
Infine, non c’è alcuna ragione per assumere che, come risultato della continua applicazione della Finanza Funzionale per mantenere il pieno impiego, il governo debba indebitarsi sempre di più ed accrescere il debito pubblico. Ci sono diverse ragioni per escludere questa eventualità.

[3.4.1]
In primo luogo, il pieno impiego può essere mantenuto con la creazione della moneta necessaria a questo scopo, e questo non incrementa affatto il debito pubblico. E’ probabilmente consigliabile, comunque, permettere al debito e alla quantità di moneta di crescere insieme con un certo equilibrio, finché l’uno o l’altro devono crescere.

[3.4.2]
In secondo luogo, poiché uno dei più grandi deterrenti contro gli investimenti privati è la paura che la depressione arriverà prima che l’investimento sia ripagato, la garanzia di un permanente pieno impiego renderà gli investimenti privati molto più attraenti, una volta che gli investitori privati abbiano superato i loro sospetti nei confronti della nuova procedura. Un livello più elevato degli investimenti privati diminuirà la necessità della spesa in deficit.

[3.4.3]
In terzo luogo, al crescere del debito pubblico, e con esso al crescere della ricchezza privata, ci sarà un gettito crescente dalle imposte sui redditi più elevati e di successione, anche se le aliquote fiscali rimarranno inalterate.
Il pagamento di queste imposte per un importo più elevato non comporta una riduzione della spesa da parte dei contribuenti. Perciò il governo non deve usare questi proventi per mantenere il livello richiesto della spesa, e può utilizzarli per pagare gli interessi sul debito pubblico.

[3.4.4]
In quarto luogo, mentre cresce, il debito pubblico agisce come una forza che si autoequilibra, riducendo gradualmente la necessità di una sua ulteriore crescita e raggiungendo infine un livello di equilibrio al quale la sua tendenza a crescere termina del tutto.
Maggiore è il debito pubblico e maggiore è la ricchezza privata.
La ragione di questo è che semplicemente per ogni dollaro di debito dovuto dal governo c’è un creditore privato che possiede le obbligazioni del governo (magari attraverso una società della quale possiede delle azioni) e che considera queste obbligazioni come parte della sua ricchezza privata.
Maggiore è la ricchezza privata e minore è l’incentivo ad incrementarla risparmiando sul reddito corrente.
Dato che il risparmio corrente è scoraggiato così da una grande accumulazione di risparmi passati, la spesa aumenta in rapporto al reddito corrente (dal momento che la spesa è l’unica alternativa al risparmio). Questo incremento della spesa privata rende meno necessario che il governo impieghi la spesa in deficit per mantenere la spesa totale al livello che garantisce il pieno impiego.
Quando il debito pubblico è diventato così grande che la spesa privata è sufficiente a fornire quella spesa totale necessaria per il pieno impiego, non c’è più alcuna necessità che il governo spenda in deficit, il bilancio è in pareggio e il debito pubblico automaticamente smette di crescere.
La dimensione di questo livello di equilibrio del debito dipende da molti fattori. Si può solo ipotizzare, e nella maniera più rozza. La mia stima è che esso sia tra 100 e 300 miliardi di dollari. Dato che il livello del debito pubblico è un risultato e non un principio della Finanza Funzionale, l’ampiezza di questa stima non è importante; non è necessaria per l’applicazione delle leggi della Finanza Funzionale.

[3.4.5]
In quinto luogo, se per una ragione qualsiasi il governo non desidera vedere crescere troppo la ricchezza privata (sia nella forma di titoli di Stato che in altre forme) può tenerla sotto controllo tassando le persone ricche invece che prendendo a prestito da loro, nei suoi programmi di finanziamento della spesa diretta a mantenere il pieno impiego.
Le persone ricche non ridurranno la loro spesa in maniera significativa e così gli effetti sull’economia, a parte un debito inferiore, saranno gli stessi che se il denaro fosse stato preso in prestito da loro. Con questi strumenti il debito può essere ridotto a qualsiasi livello si desideri e mantenuto a quel livello.

[3.5]
Le risposte alle argomentazioni contro la spesa in deficit possono quindi essere riassunte come segue:
-         Il debito pubblico non deve necessariamente continuare a crescere;
-         Anche se il debito pubblico cresce, gli interessi che devono essere pagati su di esso non devono necessariamente essere coperti ricorrendo alla tassazione;
-         Anche se gli interessi pagati sul debito pubblico sono coperti ricorrendo alla tassazione, queste imposte costituiscono l’interesse su solo una piccola parte dei benefici generati dalla spesa del governo, e gli interessi non sono persi per la nazione ma sono semplicemente trasferiti dai contribuenti ai possessori di titoli.
-         Aliquote elevate delle imposte sul reddito non devono scoraggiare gli investimenti perché deduzioni appropriate delle perdite sugli investimenti possono diminuire il capitale davvero messo a rischio dall’investitore nella stessa proporzione nella quale il suo reddito netto proveniente dall’investimento è ridotto dalla tassazione.

IV
Se le proposizioni della Finanza Funzionale fossero state avanzate senza il timore che apparissero troppo logiche, critiche simili a quelle discusse sopra non sarebbero oggi così popolari come invece sono, e non sarebbe necessario difendere la Finanza Funzionale dai suoi amici.
Un compito veramente imbarazzante invece deriva dalla pretesa che la Finanza Funzionale (o la spesa in deficit [deficit spending o deficit financing] come è spesso ma in modo insoddisfacente chiamata) sia soprattutto uno strumento di difesa dell’iniziativa privata.
Nel tentativo di guadagnare popolarità alla Finanza Funzionale, le sono stati dati altri nomi e si è dichiarato che fosse essenzialmente diretta a salvare l’impresa privata. Io stesso ho compiuto simili peccati nei miei scritti precedenti identificandola con la democrazia 4, in questo modo unendomi all’esercito dei venditori che hanno avvolto i loro articoli nella bandiera nazionale e legato qualsiasi cosa avessero da piazzare alla vittoria o al morale.
La Finanza Funzionale non è riferita in modo particolare alla democrazia o all’impresa privata. E’ applicabile a una società comunista esattamente come a una società fascista o a una società democratica. E’ applicabile a qualsiasi società nella quale il denaro sia utilizzato come un importante elemento nel meccanismo economico
La Finanza Funzionale consiste nel semplice principio di abbandonare i nostri preconcetti su cosa sia appropriato o solido o tradizionale, su quello “che deve essere fatto”, e di invece considerare le funzioni svolte nell’economia dal governo con la tassazione, con la sua spesa, con il prendere a prestito e il dare in prestito. Significa utilizzare tutti questi strumenti semplicemente come strumenti e non come poteri magici che provocheranno misteriosi danni se vengono manipolati dalle persone sbagliate o senza il dovuto rispetto per la tradizione.
Come ogni altro meccanismo, la Finanza Funzionale funziona indipendentemente da chi ne muove le leve.
La sua relazione con la democrazia e la libera impresa consiste semplicemente nel fatto che se le persone che credono in esse non faranno uso della Finanza Funzionale non avranno alcuna possibilità di resistere nel lungo periodo contro altri che invece la impiegheranno.

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Note:
1 Che il governo prenda a prestito denaro dalle banche, con condizioni che consentano alle banche di emettere nuova moneta scritturale sulla base dei titoli di Stato aggiuntivi posseduti, deve essere considerato per i nostri scopi come il creare moneta. In effetti le banche agiscono come agenti del governo nell’emettere moneta scritturale o bancaria.
2 Un eccellente esempio di ciò è il persuasivo articolo di John T. Flynn pubblicato dallo Harper’s Magazine del luglio 1942.
3 Flynn, ibid.
4 In “Total Democracy and Full Employment”, Social Change (May 1941).


[FINE]


* Ho suddiviso il testo in paragrafi ed evidenziato in grassetto alcune frasi per una migliore leggibilità.
Le sottolineature invece evidenziano l’enfasi posta dall’Autore su alcune parole.


7 commenti:

  1. Ti segnalo questo video di Stiglitz ripreso sul sito di keynesblog.

    E' sorprendente il fatto che un economista premio Nobel debba ribadire cose ovvie in una intervista televisiva. Sembra quasi che si sia perso per strada la semplicità del ragionamento economico.

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    Joe Stiglitz - Zero probabilità di default


    http://www.youtube.com/watch?v=EBD7KPLrXiY&feature=player_embedded

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  2. Grazie per l'opportunità che dai a noi poveri italiofoni di accedere ai fondamentali.

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  3. Bello, bravo, grazie, ma... Ho letto troppo in fretta o non si parla degli effetti redistributivi di tasse vs. tassi?

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    1. Temo di non aver capito la domanda... :)

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    2. Non ho mai letto dai chartalisti che un governo non deve attuare anche politiche fiscali redistributive eque e a tutela dei meno abbienti,cosi come anche decidere tassi di interesse leggermente negativi come costo di servizio di tutela del risparmio.Nemmeno ho mai letto che una teoria economica in se,senza la volonta' onesta,possa risolvere i problemi ultimi delle ingiustizie sociali

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