Ogni insieme di diritti nasce da un conflitto che si crea quando qualcuno compie o vuole compiere qualcosa che ha delle conseguenze su altre persone, con il favore di alcune di queste e l’opposizione di altre. Con o senza una lotta, si giunge ad un accordo o a un compromesso con il quale si definiscono i rispettivi diritti. Quello che voglio evidenziare in modo particolare è che la soluzione è essenzialmente la trasformazione del conflitto da un problema politico a una transazione economica. Una transazione economica è un problema politico risolto. L’economia ha conquistato il titolo di regina delle scienze sociali scegliendo come suo dominio quello dei problemi politici risolti. (Abba P. Lerner, 1972, The Economics and Politics of Consumer Sovereignty)

Nel lungo periodo, se non saremo davvero tutti morti, saremo ancora nel breve periodo. (Abba P. Lerner, 1962, Own Rates and the Liquidity Trap)

Affinché il sistema capitalista funzioni efficacemente i prezzi devono sostenere i profitti. (Hyman P. Minsky, 1986, Stabilizing an Unstable Economy)

Res tantum valet quantum vendi potest. (cfr. Karl Pribram, 1983, A History of Economic Reasoning)

L'unico rimedio per la disoccupazione è avere una banca centrale sotto il controllo pubblico. (cfr. John Maynard Keynes, 1936, The General Theory of Employment, Interest and Money)

We have this endearing tendency in economics to reinvent the wheel. (Anthony P. Thirlwall, 2013, Economic Growth in an Open Developing Economy, p.33)

Amicus Plato, sed magis amica veritas.


N.B. Nel blog i link sono indicati in rosso: questo è un link.

domenica 26 agosto 2012

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Il Trattato di Maastricht e le sue conseguenze


 

Wynne Godley

Maastricht and All That

London Review of Books - Vol. 14 No. 19,· 8 October 1992, pp. 3-4.


Il Trattato di Maastricht e le sue conseguenze

[ Traduzione di Giorgio D.M. ]

Moltissime persone in tutta Europa si sono improvvisamente accorte di non sapere praticamente nulla del Trattato di Maastricht proprio nel momento in cui sono divenute consapevoli del fatto che esso potrebbe causare enormi cambiamenti nelle loro vite.
La loro legittima ansietà ha spinto Jacques Delors ad affermare che il punto di vista delle persone comuni dovrà in futuro essere considerato con più attenzione.
Avrebbe potuto pensarci prima.

Sebbene io sia favorevole al compimento di passi verso una maggiore integrazione politica in Europa, penso che le proposte di Maastricht, per come sono state formulate, siano seriamente difettose, e anche che il dibattito su di esse sia stato curiosamente reso povero.
Con il rifiuto della Danimarca di aderire, la quasi sconfitta nel referendum in Francia e la messa in discussione della stessa esistenza del Sistema Monetario Europeo dopo le enormi perdite subite sui mercati valutari, è questo un buon momento per una valutazione.

L’idea centrale del Trattato di Maastricht è che i paesi della Comunità Europea dovrebbero muoversi verso una unione economica e monetaria, con una moneta unica gestita da una banca centrale indipendente.
Ma come deve essere condotto il resto della politica economica?
Dal momento che il trattato non prevede nessun’altra istituzione oltre alla banca centrale europea, i suoi sostenitori devono supporre che non sia necessario nient’altro.
Ma questo potrebbe essere corretto solo se le economie moderne fossero dei sistemi che si regolano autonomamente e che non richiedono alcun tipo di gestione.

Sono giunto alla conclusione che questo punto di vista - che le economie siano organismi che si regolano autonomamente e che non richiedono mai, in nessuna circostanza, una gestione di un qualsiasi tipo - abbia davvero determinato il modo in cui il Trattato di Maastricht è stato strutturato.
Si tratta di una versione rozza ed estrema di quel punto di vista che da qualche tempo costituisce l’opinione prevalente in Europa (ma non negli Stati Uniti o in Giappone) secondo la quale i governi sono incapaci, e perciò devono astenersi da qualunque tentativo, di raggiungere uno qualsiasi dei tradizionali obiettivi della politica economica, come la crescita e il pieno impiego.
Tutto quello che si può legittimamente fare, secondo questo punto di vista, è controllare l’offerta di moneta e mantenere il bilancio in pareggio.
E’ servito un gruppo composto principalmente da banchieri (il Comitato Delors) per raggiungere la conclusione che una banca centrale indipendente fosse l’unica istituzione sovranazionale necessaria per gestire una Europa integrata e sovranazionale.

Ma c’è molto di più oltre a tutto questo.
E’ necessario mettere in evidenza innanzitutto che l’istituzione di una moneta unica nella Comunità Europea provocherebbe certamente la fine della sovranità degli Stati aderenti e del loro potere di intervenire autonomamente per affrontare le questioni più rilevanti.
Come Tim Cogdon ha argomentato in modo molto valido, il potere di emettere la propria moneta, di ottenere delle anticipazioni dalla propria banca centrale, è la principale caratteristica della indipendenza nazionale.
Se una nazione cede o perde questo potere, acquisisce lo status di una autorità locale o di una colonia.
Le autorità locali e le regioni ovviamente non possono svalutare. Non solo sono prive del potere di finanziare i loro deficit con la creazione di moneta ma anche gli altri metodi che potrebbero impiegare per finanziarsi sono soggetti alla regolamentazione centrale. Né esse possono modificare i tassi di interesse.
Poiché le autorità locali non possono utilizzare nessuno degli strumenti di una politica macroeconomica, le loro scelte politiche sono limitate a questioni di minore rilevanza - un po’ più di istruzione qui, un po’ meno di infrastrutture là.
Ritengo che quando Jacques Delors getta nuova enfasi sul principio di “sussidiarietà” egli stia in realtà dicendoci solo che ci sarà consentito di decidere su un numero di questioni relativamente secondarie molto più grande di quanto potessimo aver pensato in precedenza. Forse ci consentirà di avere cetrioli ricurvi, dopotutto. Grande affare!

Mi sia consentito di esprimere un punto di vista diverso.
Penso che il governo centrale di un qualsiasi Stato sovrano debba impegnarsi a tempo pieno per determinare il livello totale ottimale della spesa pubblica, il carico fiscale totale corretto, la corretta allocazione della spesa totale tra le diverse necessità concorrenti e la giusta distribuzione del carico fiscale.
Il governo centrale deve anche determinare fino a che punto una qualsiasi differenza tra la spesa e la tassazione sia finanziata con un’anticipazione della banca centrale e quanto sia finanziata con l’indebitamento e a quali condizioni.
Il modo in cui i governi decidono su tutte queste (e su alcune altre) questioni, e la qualità della leadership che possono esprimere, interagendo con le decisioni dei singoli individui, delle imprese e degli stranieri, determinerà cose come i tassi di interesse, il tasso di cambio, il tasso di inflazione, il tasso di crescita e il tasso di disoccupazione. Influenzerà anche profondamente la distribuzione del reddito e della ricchezza non solo tra i singoli individui ma anche tra intere regioni, dando assistenza, si spera, a chi sia danneggiato da cambiamenti strutturali.

Quasi nulla di semplice si può dire su come questi strumenti, con tutte le loro interdipendenze, debbano essere impiegati per promuovere il benessere di una nazione e anche per proteggerlo, ad esempio dagli shock di varia natura ai quali inevitabilmente sarà esposto.
Ha solo un significato limitato, ad esempio, dire che il bilancio deve sempre essere in pareggio quando un bilancio in pareggio con spesa e tassazione entrambe al 40 per cento del Prodotto Interno Lordo avrebbe un impatto completamente diverso (e molto più espansivo) rispetto a un bilancio in pareggio al 10 per cento.
Per immaginare la complessità e l’importanza delle decisioni macroeconomiche del governo è sufficiente domandarsi quale sarebbe la risposta adeguata, nei termini della politica fiscale, monetaria e del tasso di cambio, per un paese che produca grandi quantità di petrolio, quando il prezzo del petrolio aumenti di tre volte. Sarebbe giusto non fare assolutamente nulla?
E non deve mai essere dimenticato che in periodi di gravissima crisi, può anche essere appropriato per il governo centrale il peccare contro il mostro sacro di tutte le banche centrali e invocare la “tassa dell’inflazione” - in modo tale da appropriarsi deliberatamente di risorse riducendo, con la tassa dell’inflazione, il valore reale della ricchezza di carta della nazione. Fu dopotutto proprio per mezzo della tassa dell’inflazione che secondo Keynes avremmo dovuto pagare le spese necessarie per la guerra.

Ripeto tutto questo per suggerire non che la sovranità non deve essere sacrificata per la nobile causa della integrazione europea ma che se i singoli governi rinunciano a tutte queste funzioni allora esse devono semplicemente essere assunte da qualche altra autorità.
La incredibile lacuna nel programma di Maastricht è che mentre prevede nel dettaglio l’istituzione e le modalità operative di una banca centrale indipendente invece non prevede nulla di analogo, nei termini della Comunità Europea, a proposito di un governo centrale.
Eppure semplicemente dovrebbe esserci un sistema di istituzioni a livello comunitario che assuma tutte queste funzioni che oggi sono esercitate dai governi centrali dei singoli paesi membri.

La contropartita del sacrificio della sovranità deve essere la costituzione di una federazione dei paesi aderenti alla quale essi affidino la loro sovranità.
E il sistema federale, o governo, come sarebbe stato meglio chiamarlo, dovrebbe esercitare tutte quelle funzioni che ho brevemente richiamato sopra sia verso i paesi membri che verso il mondo esterno.

Si considerino due importanti esempi di quello che un governo federale, responsabile di un bilancio federale, dovrebbe fare.

I paesi europei sono attualmente intrappolati in una recessione severa. Per come stanno le cose, in modo particolare dato che anche le economie degli Stati Uniti e del Giappone si stanno indebolendo, non è affatto chiaro quando una ripresa significativa potrà iniziare.
Le implicazioni politiche di questa situazione stanno diventando spaventose.
Eppure l’interdipendenza tra le economie europee è già così grande che nessun singolo paese, con l’eccezione teorica della Germania, si sente in grado di avviare politiche espansive autonomamente perché qualunque paese cercasse di espandere la sua economia da solo incontrerebbe ben presto un vincolo nella bilancia dei pagamenti.
La situazione corrente sta reclamando a gran voce un intervento coordinato di reflazione ma non esistono né le istituzioni né una struttura di pensiero condivisa che possano condurre a questo risultato desiderabile.
Deve essere francamente riconosciuto che se la depressione dovesse davvero prendere una seria piega negativa - ad esempio se il tasso di disoccupazione dovesse di nuovo salire permanentemente a quel 20-25 per cento caratteristico degli anni Trenta - i singoli paesi presto o tardi eserciterebbero il loro diritto sovrano a dichiarare l’intero movimento verso l’integrazione europea un disastro e ricorrerebbero a misure di controllo degli scambi e protezionistiche - un’economia da stato di assedio se si vuole. Questo corrisponderebbe a un ritorno alla condizione del periodo tra le due guerre mondiali.

Se ci fosse una unione economica e monetaria, nella quale il potere dei singoli governi di agire indipendentemente fosse davvero stato abolito, una reflazione “coordinata” del tipo di quella che oggi è così urgentemente necessaria potrebbe essere adottata solo da un governo federale europeo.
Senza una tale istituzione l’unione economica e monetaria europea impedirebbe ai singoli paesi di adottare azioni efficaci senza offrire nulla in cambio.

Un altro importante ruolo che ogni governo centrale deve assumere è quello di garantire un livello minimo di mezzi di sussistenza alle regioni del paese che sono in difficoltà per ragioni strutturali - a causa del declino di un settore industriale, ad esempio, o per un mutamento demografico negativo dal punto di vista economico.
Oggi questo avviene nel corso naturale degli eventi, senza che qualcuno lo noti davvero, grazie a standard comuni nei servizi pubblici (ad esempio sanità, istruzione, pensioni e ammortizzatori sociali) e a un comune (e, si spera, progressivo) carico fiscale, entrambi generalmente istituiti in tutti i paesi europei.
Di conseguenza, se una regione soffre un grado di declino strutturale non usuale, il sistema fiscale automaticamente genera dei trasferimenti netti a suo favore.
Estremizzando, una regione che non potesse produrre nulla non soffrirebbe la fame perché riceverebbe pensioni, benefici per i disoccupati e i redditi degli impiegati pubblici.

Che cosa accade se un intero paese - una potenziale “regione” di una comunità europea pienamente integrata - soffre un declino strutturale?
Finché è uno Stato sovrano, può svalutare la sua moneta in modo tale da commerciare con successo in una condizione di pieno impiego purché il suo popolo accetti la necessaria diminuzione dei salari reali.
Con una unione economica e monetaria questo rimedio è ovviamente impedito e le prospettive del paese sono davvero gravi a meno che non siano stati stabiliti degli accordi per un bilancio federale che svolga una funzione ridistributiva tra i diversi paesi.
Come venne chiaramente riconosciuto dal Rapporto MacDougall pubblicato nel 1977, ci deve essere uno scambio con il quale la rinuncia all’opzione della svalutazione sia compensata da una ridistribuzione fiscale tra paesi.

Alcuni autori (come Samuel Brittan e Sir Douglas Hague) hanno suggerito seriamente che l’unione economica e monetaria, abolendo il problema della bilancia dei pagamenti nella forma in cui si presenta oggi, abolirebbe certamente il problema, sempre che esista, di una persistente incapacità di competere con successo nei mercati mondiali.
Ma come il professor Martin Feldstein ha evidenziato in un importante articolo sull’Economist (13 giugno), questo argomento è davvero particolarmente errato.
Se un paese o una regione non ha il potere di svalutare, e se non è il beneficiario di un sistema fiscale di compensazione, allora non c’è nulla che possa impedire che esso soffra un processo di declino cumulativo estremo che porterà, alla fine, all’emigrazione come unica alternativa alla povertà o alla fame.

Io simpatizzo con la posizione di coloro (come Margaret Thatcher) che, posti di fronte alla perdita di sovranità, tutto considerato desiderano scendere dal treno dell’unione monetaria.
Simpatizzo anche con coloro che desiderano una integrazione sotto la giurisdizione di un qualche tipo di costituzione federale con un bilancio federale molto più ampio di quello dell’attuale Comunità Europea.
Quella che io trovo totalmente confusa e incomprensibile è la posizione di coloro che mirano all’unione economica e monetaria senza la creazione di nuove istituzioni politiche (tranne la nuova banca centrale) e che si schermiscono con grande orrore alle parole “federale“ e “federalismo”.
Questa è la posizione attuale del Governo e della massima parte di coloro che partecipano alla discussione pubblica.


[FINE]


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La Finanza Funzionale e il debito pubblico




Abba P. Lerner

Functional Finance and the Federal Debt

Social Research: An International Quarterly. Volume 10, No. 1 (Spring 1943): 38-51.
Pubblicazione disponibile qui.


La Finanza Funzionale e il debito pubblico

[ Traduzione di Giorgio D.M. * ]


Tranne la necessità di vincere la guerra, non c’è oggi un altro compito che la società debba affrontare più importante della eliminazione della insicurezza economica.
Se falliamo in questo, dopo la guerra l’attuale minaccia alla civiltà democratica risorgerà di nuovo.
E’ perciò assolutamente necessario che noi tentiamo di affrontare questo problema anche se ciò richiede una riflessione abbastanza accurata e anche se il ragionamento si dimostra fino a un certo punto contrario ai nostri preconcetti.
Negli ultimi anni sono stati adeguatamente definiti i principi sulla base dei quali una azione appropriata del governo può mantenere la prosperità della società ma coloro che hanno proposto questi nuovi principi o non ne hanno visto tutte le logiche conseguenze o si sono preoccupati in modo eccessivo di cercare di evitare che il pubblico dovesse affaticarsi con quell’esercizio mentale che è necessario per comprenderle.
Questo ha prodotto un effetto boomerang.
Molte delle persone preoccupate del bene pubblico, che pure hanno constatato come la spesa in deficit [deficit spending] effettivamente consenta alla società di raggiungere la prosperità, si oppongono ancora al mantenimento permanente della prosperità raggiunta perché, nella loro incapacità di comprendere come effettivamente il tutto funziona, sono facilmente spaventati da racconti fiabeschi delle terribili conseguenze del deficit.

I
[1.1]
Come formulata da Alvin Hansen e da altri che l’hanno sviluppata e resa popolare, la nuova teoria fiscale (che avanzò per primo in una forma sostanzialmente completa John Maynard Keynes in Inghilterra) suona un po’ meno nuova e assurda alle nostre orecchie precondizionate di quanto suonerebbe se venisse presentata nella sua forma più semplice e più logica, con tutte le sue implicazioni non ortodosse dichiarate apertamente.
In alcuni casi una formulazione meno sconvolgente può essere intenzionale, come espediente tattico per attirare in modo serio l’attenzione. In altri casi ciò avviene non per un desiderio di addolcire la pillola ma proprio per il fatto che gli autori stessi non hanno visto tutte le implicazioni non ortodosse della loro teoria, forse perché inconsciamente hanno stabilito un compromesso tra la nuova teoria e la loro formazione ortodossa.
Ma ora sono proprio questi compromessi che sono sotto attacco.
Ora più che mai è necessario esporre i teoremi della nuova teoria nella loro forma più pura.
Solo così sarà possibile ripulire l’aria dalle obiezioni che davvero sono preoccupate di quelle difficoltà che appaiono tali solo quando la nuova teoria è costretta nella vecchia struttura teoretica.
Fondamentalmente la nuova teoria, come praticamente tutte le scoperte importanti, è estremamente semplice. Certamente è questa semplicità che fa sì che il pubblico sospetti di essa come di una teoria troppo facile.
Anche dotti professori che non hanno potuto abbandonare le solite abitudini di pensiero hanno protestato dicendo che la nuova teoria è “semplice logica” non avendo potuto trovare in essa alcun difetto.
Qualsiasi progresso la nuova teoria abbia compiuto sinora è stato ottenuto non semplificandola ma rivestendola per renderla più complicata e accompagnando la sua presentazione con impressionanti ma del tutto irrilevanti statistiche.

[1.2 - Finanza Funzionale]
L’idea centrale della nuova teoria è che il governo deve condurre la politica fiscale, cioè spendere e imporre tasse, prendere a prestito e rimborsare i prestiti, emettere nuova moneta e ritirare moneta, deve compiere tutto questo guardando solo ai risultati di queste azioni sull’economia e ignorando qualsiasi dottrina tradizionale su cosa sia sostenibile o non sostenibile.
Questo principio di giudicare solo sulla base degli effetti è stato applicato in molti altri campi dell’attività umana, dove è stato riconosciuto come il metodo della scienza in opposizione alla scolastica. Il principio di giudicare le misure fiscali sulla base del modo in cui funzionano, cioè dei risultati che esse producono nell’economia, potremmo chiamarlo Finanza Funzionale.

[1.3 - Prima legge della Finanza Funzionale]
La prima responsabilità finanziaria del governo (dal momento che nessun altro può assumersi questa responsabilità) è quella di mantenere la spesa totale per l’acquisto di beni e servizi nel paese a un livello né maggiore né minore di quello che ai prezzi correnti acquisterebbe tutto quello che è possibile produrre. Se si permette alla spesa totale di salire al di sopra di questo livello ci sarà inflazione, se si permette alla spesa totale di scendere al di sotto di questo livello ci sarà disoccupazione.
Il governo può incrementare la spesa totale sia spendendo di più esso stesso sia riducendo le tasse così che i contribuenti abbiano più denaro a disposizione da spendere. Il governo può ridurre la spesa totale sia spendendo meno esso stesso sia incrementando le tasse così che i contribuenti abbiano meno denaro a disposizione da spendere.
Con questi mezzi la spesa totale può essere mantenuta al livello necessario, sufficiente perché siano acquistati i beni che possono essere prodotti da tutti quelli che vogliono lavorare ma non così alto da provocare l’inflazione con una domanda (ai prezzi correnti) superiore a quello che può essere prodotto.
Nell’applicare questa prima legge della Finanza Funzionale, il governo può ritrovarsi ad incassare con le tasse più di quello che spende o a spendere più di quello che incassa con le tasse. Nel primo caso può accumulare la differenza [avanzo o surplus] nei suoi forzieri o impiegarla per rimborsare parte del debito pubblico [national debt], nel secondo caso dovrebbe coprire la differenza [disavanzo o deficit] o prendendo a prestito il denaro necessario o creando moneta [printing money]. In nessuno dei due casi il governo dovrebbe ritenere che ci sia qualcosa di particolarmente buono o  cattivo in queste conseguenze. Il governo dovrebbe semplicemente concentrarsi nel mantenere la spesa totale a un livello né troppo alto né troppo basso, in modo tale da prevenire così il verificarsi sia della disoccupazione che dell’inflazione.

[1.4 - La tassazione]
Un interessante, e per molti sconvolgente, corollario è che lo strumento della tassazione non deve mai essere scelto semplicemente perché il governo ha bisogno di denaro per effettuare i pagamenti.
Secondo i principi della Finanza Funzionale, la tassazione deve essere giudicata solo sulla base dei suoi effetti.
Gli effetti principali della tassazione sono due: i contribuenti hanno a disposizione meno denaro da spendere e il governo ha più denaro.
Il secondo effetto può essere ottenuto così tanto più facilmente creando moneta che solo il primo effetto è importante. Lo strumento della tassazione deve quindi essere impiegato solo quando è desiderabile che i contribuenti abbiano meno denaro da spendere, per esempio quando essi altrimenti spenderebbero abbastanza da far salire l’inflazione.

[1.5 - Seconda legge della Finanza Funzionale]
La seconda legge della Finanza Funzionale è che il governo dovrebbe prendere a prestito denaro solo se è desiderabile che il pubblico detenga meno denaro e più titoli di Stato, perché questi sono gli effetti dell’indebitarsi del governo.
Questo potrebbe essere desiderabile se altrimenti il tasso di interesse dovesse ridursi troppo (a causa dei tentativi da parte di coloro che possiedono troppo denaro di prestarlo) e indurre una spesa per investimenti troppo elevata facendo così salire l’inflazione. Al contrario, il governo dovrebbe prestare denaro (o rimborsare parte del suo debito) solo se è desiderabile incrementare la moneta o ridurre la quantità di titoli di Stato nelle mani del pubblico.
Quando la tassazione, la spesa, l’indebitamento e la concessione di finanziamenti (o il rimborso dei debiti) sono governati secondo i principi della Finanza Funzionale, qualsiasi eccesso delle spese rispetto alle entrate [disavanzo o deficit], se non può essere coperto con le riserve di denaro, deve essere coperto con la creazione di nuova moneta, e ogni eccesso delle entrate sulle uscite [avanzo] può essere distrutto o impiegato per riempire le riserve di denaro.
L’avversione quasi istintiva che abbiamo contro l’idea di stampare denaro, e la tendenza ad identificare il creare moneta con l’inflazione, può essere superata se ci calmiamo e se prendiamo nota del fatto che questo stampare non ha effetti sul denaro speso.
L’ammontare del denaro speso è regolato dalla prima legge della Finanza Funzionale, che si riferisce in modo particolare all’inflazione e alla disoccupazione.
La creazione di moneta ha luogo solo quando è necessario applicare la Finanza Funzionale con lo spendere o con il concedere finanziamenti (o col rimborsare il debito pubblico). 1

[1.6 - Prescrizioni della Finanza Funzionale]
In breve, la Finanza Funzionale respinge completamente le dottrine tradizionali che raccomandano una “finanza solida” e il principio di cercare di mantenere in pareggio il bilancio relativo a un anno solare o a un qualsiasi altro arbitrario periodo di tempo.
Al loro posto, la Finanza Funzionale prescrive:
-         primo, l’aggiustamento della spesa totale (spesa di tutti nell’economia, incluso il governo) al fine di eliminare sia la disoccupazione che l’inflazione, impiegando la spesa pubblica quando la spesa totale è troppo bassa e la tassazione quando è troppo alta;
-     secondo, l’aggiustamento della quantità di moneta e di titoli di Stato detenuta dal pubblico per mezzo dell’indebitamento del governo o del rimborso del debito, al fine di ottenere quel tasso di interesse che porta al livello più desiderabile degli investimenti;
-          e terzo, la creazione di nuova moneta, l’accumulo di riserve di denaro o la distruzione di moneta a seconda delle necessità per portare a termine le prime due parti del programma.

II
[2.1]
Nel giudicare le formulazioni degli economisti su questo argomento è difficile distinguere tra il tatto nel minimizzare le affermazioni più sconcertanti della Finanza Funzionale e la mancanza di chiarezza da parte di coloro che non hanno compreso appieno quanto le loro formulazioni relativamente ortodosse abbiano delle implicazioni estreme.
All’inizio ci furono i sostenitori dello stimolo fiscale [pump-primers] secondo i quali il governo avrebbe dovuto  semplicemente rimettere in moto le cose e l’economia poi avrebbe potuto proseguire da sola.
Una formula abbastanza simile a questa fu sviluppata dagli economisti scandinavi con una serie di bilanci del ciclo economico, del capitale e di altri speciali tipi, che dovevano essere in pareggio non anno per anno ma su di orizzonti temporali più lunghi.
Come la formula dei sostenitori dello stimolo fiscale anche quella degli economisti scandinavi fallì perché non c’è alcuna ragione per ritenere che la politica di spesa e di tassazione che mantiene la piena occupazione e previene l’inflazione porti necessariamente a un bilancio in pareggio in un decennio più di quanto non lo faccia in un anno o ogni quindici giorni.
Non appena ci si accorse di questo - della mancanza di una qualsiasi garanzia del fatto che il mantenimento di una società prospera consentirebbe di avere un bilancio in pareggio, anche su periodi di tempo più lunghi - si dovette riconoscere che il risultato potrebbe anche essere un debito pubblico continuamente crescente (se la spesa addizionale dovesse essere coperta con l’indebitarsi del governo e non con la creazione della moneta necessaria per coprire l’eccesso delle spese rispetto alle entrate fiscali).
A questo punto, due cose avrebbero dovuto essere chiarite: primo, che questa possibilità non mette in alcun modo in pericolo la società, non importa a quali livelli impensati il debito pubblico possa salire, finché la Finanza Funzionale mantiene la domanda totale per la produzione corrente al livello adeguato; e secondo (anche se questo è molto meno importante) che c’è una tendenza automatica al pareggio di bilancio nel lungo periodo che è un risultato dell’applicazione della Finanza Funzionale anche se essa non ammette il principio del pareggio di bilancio.

[2.2]
Non importa quanti interessi debbano essere pagati sul debito pubblico, lo strumento della tassazione non deve essere applicato a meno che non sia necessario mantenere sotto controllo la spesa per prevenire l’inflazione.
Gli interessi possono essere pagati indebitandosi ancora di più.
Finché il pubblico è disposto a prestare al governo non c’è alcuna difficoltà, non importa quanti zeri si aggiungano al debito pubblico.
Se il pubblico diventa restio a continuare a prestare al governo, allora deve o accumulare denaro o spenderlo.
Se il pubblico accumula, il governo può stampare la moneta occorrente per pagare gli interessi sul debito pubblico e le altre sue obbligazioni, e l’unico effetto è che il pubblico detiene il denaro del governo anziché i titoli del governo e il governo si risparmia la fatica di pagare gli interessi.
Se invece il pubblico spende, la sua spesa incrementa il livello della spesa totale così che il governo non deve più indebitarsi per sostenerla; e se il livello della spesa diventa eccessivo, quello è il momento di utilizzare la tassazione per prevenire l’inflazione. I proventi della tassazione possono quindi essere impiegati per pagare gli interessi e rimborsare il debito pubblico.
In ogni caso la Finanza Funzionale dà una risposta semplice e quasi automatica.

[2.3]
Questo però o non fu visto chiaramente o venne considerato troppo sconvolgente o troppo logico per essere detto al pubblico.
Invece si sostenne, ad esempio da parte di Alvin Hansen, che finché c’è un ragionevole rapporto tra il reddito nazionale e il debito, il pagamento degli interessi sul debito pubblico può essere facilmente coperto con le tasse versate sul reddito nazionale aggiuntivo creato dalla spesa in deficit [deficit spending].
Questa “concessione” non necessaria aprì la strada ad una opposizione estremamente efficace contro la Finanza Funzionale.
Anche persone che capiscono chiaramente il meccanismo grazie al quale la spesa del governo durante una depressione economica può incrementare il reddito nazionale di diverse volte l’ammontare della spesa stessa, e che capiscono perfettamente che il debito pubblico, quando non è dovuto ad altre nazioni, non è un peso sulla nazione nello stesso modo che un debito di una persona nei confronti di un’altra persona lo è per la prima persona, hanno finito con l’essere fortemente contrari al “deficit spending” 2.
E’ stato sostenuto che “sarebbe impossibile immaginare un programma più adatto del “deficit spending” a minare in modo sistematico il sistema della impresa privata e ad accelerare la catastrofe finale”. 3
Queste obiezioni si basano sull’ammissione del fatto che sebbene ogni dollaro speso dal governo può creare diversi dollari di reddito nazionale aggiuntivo nel corso dei prossimi uno o due anni, gli effetti poi però svaniranno.
Da questo segue che se il reddito nazionale deve essere mantenuto a un livello elevato allora il governo deve continuare a contribuire alla spesa totale fin tanto che la spesa privata è insufficiente da sola a garantire la piena occupazione.
Questo potrebbe significare un continuo sostegno alla spesa da parte del governo per un periodo di tempo indeterminato (anche se non necessariamente per una quota crescente nel tempo); e se, come la “concessione” suggerisce, tutta questa spesa è finanziata con l’indebitamento, il debito continuerà a crescere finché non sarà più in un rapporto “ragionevole” con il reddito nazionale.
Questo conduce al punto decisivo dell’argomentazione contro la spesa in deficit.
Se gli interessi sul debito pubblico devono essere pagati con le tasse (lo ripeto, una assunzione che non è messa in discussione dalla “concessione”) allora nel tempo questi interessi verranno a costituire una importante frazione del reddito nazionale.
Le altissime imposte sui redditi necessarie per raccogliere questa somma di denaro e per pagarla ai detentori dei titoli di Stato scoraggerà gli investimenti privati rischiosi, riducendo così tanto il ritorno netto sugli investimenti che gli investitori non saranno più remunerati per il rischio di perdere il loro capitale.
Questo renderà necessario per il governo di affrontare un deficit ancora maggiore per sostenere il livello del reddito e l’occupazione.
Una tassazione ancora più pesante sarà allora necessaria per pagare gli interessi sul debito - finché il peso della tassazione non sarà così opprimente da rendere non profittevoli gli investimenti privati, e da far collassare il sistema economico basato sull’iniziativa privata.
Le aziende private e le società falliranno tutte a causa delle tasse e il governo dovrà prendere il controllo di tutta l’economia.
Questa argomentazione non è nuova. Le identiche calamità, anche se oggi esse ricevono molta più attenzione del solito, furono promesse quando venne proposta la prima legge sulle imposte sui redditi, con una aliquota dell’uno per cento.
Tutto questo rende solo più importante valutare la rilevanza dell’argomentazione.

III
Ci sono quattro principali errori nell’argomentazione contro il deficit spending, quattro ragioni per le quali la sua apparente conclusività è solamente illusoria.

[3.1]
In primo luogo, la stessa elevata aliquota dell’imposta sui redditi che riduce i ritorni sugli investimenti determina la deducibilità delle perdite alle quali si va incontro se l’investimento si rivela un fallimento. Di conseguenza, il ritorno di un investimento al netto del rischio di una perdita non dipende dall’aliquota dell’imposta sul reddito, non importa quanto alta possa essere.
Si consideri una persona nella fascia di reddito superiore a 50.000 $ all’anno che abbia accumulato 10.000 $ da investire. Con un rendimento del 6% questa somma darebbe un reddito aggiuntivo di 600 $, ma dopo il pagamento delle imposte su questo reddito, con un’aliquota del 60%, alla persona rimarrebbero solo 240 $. Si dice quindi che la persona non investirebbe perché questi 240 $ sono una remunerazione insufficiente per il rischio di perdere 10.000 $. Questa argomentazione dimentica che se i 10.000 $ vengono tutti persi, la perdita netta per l’investitore, una volta detratta la riduzione delle imposte da lui dovute sul reddito, sarà solo di 4.000 $ e il tasso di rendimento sulla somma che egli davvero rischia è di nuovo esattamente il 6%: 240 dollari sono il 6% di 4.000 $.
L’effetto delle imposte sul reddito è quello di fare in modo che l’uomo ricco agisca come una specie di agente che lavora per la società su commissione. Egli ricava solo una parte del ritorno su un investimento, ma perde solo una parte del denaro che investe. Qualsiasi investimento che sarebbe conveniente in assenza di imposte sul reddito lo è anche con le imposte sul reddito.
Certamente, questa correzione dell’argomentazione è strettamente vera solo se il 100% delle perdite è deducibile dal reddito sottoposto a tassazione, nel caso in cui cioè la detrazione delle perdite dall’imposta è calcolata con la stessa aliquota dell’imposta sul reddito percepito.
Questa è una buona argomentazione contro certe limitazioni sulla possibile deduzione dal reddito sottoposto a tassazione delle perdite subite, ma questa è un’altra storia.
Qualcosa dell’argomentazione rimane, anche, se la perdita portasse l’investitore in una fascia di reddito inferiore per la quale lo sconto (e l’imposizione fiscale) sarebbe a una aliquota inferiore. Ci sarebbe allora una qualche riduzione del ritorno netto dell’investimento se confrontato con la perdita potenziale netta. Ma questo si applicherebbe solo a investimenti così grandi da minacciare di impoverire l’investitore nel caso di un fallimento. Fu proprio al fine di affrontare questo problema che le società furono inventate, per rendere possibile a molti individui di mettersi insieme e affrontare imprese rischiose senza che una sola persona dovesse arrischiare tutte le sue fortune in una singola avventura.
A parte gli investimenti societari però, questo problema sarebbe quasi interamente risolto se l’aliquota massima dell’imposta sui redditi fosse raggiunta a un livello relativamente basso, ad esempio a 25.000 $ all’anno (basso, cioè, dal punto di vista degli uomini ricchi che si suppone siano la fonte del capitale di rischio).
Anche se tutto il reddito oltre la soglia dei 25.000 $ fosse tassato al 90% non ci sarebbe alcuno scoraggiamento dell’investimento di una parte qualsiasi del reddito oltre questo livello. Certo, il ritorno netto dopo il pagamento delle imposte sarebbe solo un decimo del tasso di interesse nominale ma anche la somma messa a rischio dall’investitore sarebbe solo un decimo del capitale effettivamente investito e perciò il rendimento netto sul capitale davvero messo a rischio dall’investitore rimarrebbe invariato.

[3.2]
In secondo luogo, questa argomentazione contro la spesa in deficit durante una depressione economica sarebbe indifendibile anche se il danno arrecato dal debito fosse così grande come è stato suggerito.
Deve essere ricordato che la spesa del governo incrementa il reddito nazionale reale in termini di beni e servizi di diverse volte l’ammontare speso dal governo, e che il peso del debito non è misurato dall’ammontare degli interessi pagati ma solo dai problemi che comporta l’attività di trasferimento del denaro dai contribuenti ai possessori dei titoli di Stato.
Perciò opporsi alla spesa in deficit è come sostenere che se ti viene offerto un lavoro quando sei senza a condizione che ti impegni a pagare a tua moglie degli interessi su una parte del denaro guadagnato (o che tua moglie li paghi a te) è più saggio rimanere disoccupato perché nel tempo accumuleresti un debito molto elevato nei confronti di tua moglie (o lei lo accumulerebbe nei tuoi confronti) e questo potrebbe causare delle difficoltà al matrimonio in futuro.
Anche se gli interessi pagati fossero davvero persi per la società, invece che essere semplicemente trasferiti all’interno della società da alcuni individui ad altri, essi sarebbero comunque molto inferiori alla perdita che si avrebbe consentendo alla disoccupazione di continuare.
Quella perdita sarebbe diverse volte maggiore del capitale sul quale questi interessi dovrebbero essere pagati.

[3.3]
In terzo luogo, non c’è alcuna buona ragione per supporre che il governo dovrebbe raccogliere con la tassazione corrente tutto il denaro necessario per il pagamento degli interessi sul debito pubblico.
Abbiamo visto che la Finanza Funzionale consente l’uso dello strumento della tassazione solo quando l’effetto diretto della tassazione è nell’interesse della società, come quando serve a prevenire una eccessiva spesa o investimenti eccessivi che provocherebbero inflazione.
Se le tasse, imposte per prevenire l’inflazione, non generano entrate sufficienti, gli interessi sul debito pubblico possono essere coperti o con un maggiore indebitamento o con la stampa del denaro. Non c’è alcun rischio in questo perché se ci fosse un rischio di inflazione allora con le imposte si dovrebbe raccogliere un importo maggiore.
Questo significa che la dimensione assoluta del debito pubblico non ha alcuna importanza, e che qualunque sia l’ammontare degli interessi che devono essere pagati, questi non costituiscono affatto un peso per la società nel suo complesso.
Una esagerazione completamente fantasiosa può illustrare questo punto.
Si supponga che il debito pubblico raggiunga la fantastica cifra di diecimila miliardi di dollari (cioè dieci trilioni, 10.000.000.000.000 $) così che gli interessi da pagare su di esso siano di 300 miliardi di dollari all’anno [3%]. Si supponga che il reddito nazionale reale in termini di beni e servizi che possono essere prodotti dall’economia in una condizione di pieno impiego sia di 150 miliardi di dollari. Gli interessi da soli, quindi, sarebbero pari a due volte il reddito nazionale reale.
Non c’é dubbio che un debito pubblico di queste dimensioni sarebbe giudicato “non ragionevole”. Ma anche in questo caso di fantasia, il pagamento degli interessi non costituisce un peso per la società.
Anche se il reddito reale è di soli 150 miliardi di dollari, il redito nominale è di 450 miliardi, 150 miliardi derivanti dalla produzione di beni e servizi e 300 miliardi derivanti dal possesso dei titoli di Stato che costituiscono il debito pubblico.
Di questi redditi monetari pari a 450 miliardi, 300 miliardi devono essere raccolti con le tasse dal governo per il pagamento degli interessi (se 10 trilioni è il limite stabilito per legge al debito pubblico) ma dopo il versamento di queste tasse, nelle mani dei contribuenti rimangono 150 miliardi, e questi sono sufficienti per acquistare tutti i beni e i servizi che l’economia può produrre.
Davvero non sarebbe affatto un bene per il pubblico avere più denaro a disposizione dopo il pagamento delle imposte, perché se spendesse più di 150 miliardi di dollari non farebbe altro che semplicemente provocare un rialzo dei prezzi dei beni acquistati.
Il pubblico non potrebbe ottenere più beni o servizi da consumare di quelli che il paese è in grado di produrre.
Certamente, questo esempio non deve essere inteso come l’ammissione del fatto che sia in qualche modo probabile che un debito di questa dimensione possa essere il risultato dell’applicazione della Finanza Funzionale.
Come verrà mostrato più sotto, c’é una naturale tendenza del debito pubblico ad arrestare la sua crescita molto prima che si avvicini anche lontanamente a quella cifra astronomica con la quale abbiamo giocato.
L’assunzione infondata che gli interessi correnti sul debito pubblico debbano essere raccolti con la tassazione nasce dall’idea che il debito debba essere mantenuto in un “ragionevole” o “sostenibile” rapporto rispetto al reddito (qualunque questo rapporto possa essere).
Se questa limitazione è accettata, la possibilità di indebitarsi per pagare gli interessi è eliminata non appena il limite della “ragionevolezza” è raggiunto, e se noi escludiamo anche, come un’idea indecente, la possibilità di stampare il denaro necessario, allora rimane solo la possibilità di raccogliere con la tassazione il denaro necessario per il pagamento degli interessi sul debito pubblico.
Fortunatamente non c’è necessità di assumere queste limitazioni finché la Finanza Funzionale sta in guardia contro l’inflazione, perché è la paura dell’inflazione che è l’unica base razionale per un sospetto contro lo stampare moneta.

[3.4]
Infine, non c’è alcuna ragione per assumere che, come risultato della continua applicazione della Finanza Funzionale per mantenere il pieno impiego, il governo debba indebitarsi sempre di più ed accrescere il debito pubblico. Ci sono diverse ragioni per escludere questa eventualità.

[3.4.1]
In primo luogo, il pieno impiego può essere mantenuto con la creazione della moneta necessaria a questo scopo, e questo non incrementa affatto il debito pubblico. E’ probabilmente consigliabile, comunque, permettere al debito e alla quantità di moneta di crescere insieme con un certo equilibrio, finché l’uno o l’altro devono crescere.

[3.4.2]
In secondo luogo, poiché uno dei più grandi deterrenti contro gli investimenti privati è la paura che la depressione arriverà prima che l’investimento sia ripagato, la garanzia di un permanente pieno impiego renderà gli investimenti privati molto più attraenti, una volta che gli investitori privati abbiano superato i loro sospetti nei confronti della nuova procedura. Un livello più elevato degli investimenti privati diminuirà la necessità della spesa in deficit.

[3.4.3]
In terzo luogo, al crescere del debito pubblico, e con esso al crescere della ricchezza privata, ci sarà un gettito crescente dalle imposte sui redditi più elevati e di successione, anche se le aliquote fiscali rimarranno inalterate.
Il pagamento di queste imposte per un importo più elevato non comporta una riduzione della spesa da parte dei contribuenti. Perciò il governo non deve usare questi proventi per mantenere il livello richiesto della spesa, e può utilizzarli per pagare gli interessi sul debito pubblico.

[3.4.4]
In quarto luogo, mentre cresce, il debito pubblico agisce come una forza che si autoequilibra, riducendo gradualmente la necessità di una sua ulteriore crescita e raggiungendo infine un livello di equilibrio al quale la sua tendenza a crescere termina del tutto.
Maggiore è il debito pubblico e maggiore è la ricchezza privata.
La ragione di questo è che semplicemente per ogni dollaro di debito dovuto dal governo c’è un creditore privato che possiede le obbligazioni del governo (magari attraverso una società della quale possiede delle azioni) e che considera queste obbligazioni come parte della sua ricchezza privata.
Maggiore è la ricchezza privata e minore è l’incentivo ad incrementarla risparmiando sul reddito corrente.
Dato che il risparmio corrente è scoraggiato così da una grande accumulazione di risparmi passati, la spesa aumenta in rapporto al reddito corrente (dal momento che la spesa è l’unica alternativa al risparmio). Questo incremento della spesa privata rende meno necessario che il governo impieghi la spesa in deficit per mantenere la spesa totale al livello che garantisce il pieno impiego.
Quando il debito pubblico è diventato così grande che la spesa privata è sufficiente a fornire quella spesa totale necessaria per il pieno impiego, non c’è più alcuna necessità che il governo spenda in deficit, il bilancio è in pareggio e il debito pubblico automaticamente smette di crescere.
La dimensione di questo livello di equilibrio del debito dipende da molti fattori. Si può solo ipotizzare, e nella maniera più rozza. La mia stima è che esso sia tra 100 e 300 miliardi di dollari. Dato che il livello del debito pubblico è un risultato e non un principio della Finanza Funzionale, l’ampiezza di questa stima non è importante; non è necessaria per l’applicazione delle leggi della Finanza Funzionale.

[3.4.5]
In quinto luogo, se per una ragione qualsiasi il governo non desidera vedere crescere troppo la ricchezza privata (sia nella forma di titoli di Stato che in altre forme) può tenerla sotto controllo tassando le persone ricche invece che prendendo a prestito da loro, nei suoi programmi di finanziamento della spesa diretta a mantenere il pieno impiego.
Le persone ricche non ridurranno la loro spesa in maniera significativa e così gli effetti sull’economia, a parte un debito inferiore, saranno gli stessi che se il denaro fosse stato preso in prestito da loro. Con questi strumenti il debito può essere ridotto a qualsiasi livello si desideri e mantenuto a quel livello.

[3.5]
Le risposte alle argomentazioni contro la spesa in deficit possono quindi essere riassunte come segue:
-         Il debito pubblico non deve necessariamente continuare a crescere;
-         Anche se il debito pubblico cresce, gli interessi che devono essere pagati su di esso non devono necessariamente essere coperti ricorrendo alla tassazione;
-         Anche se gli interessi pagati sul debito pubblico sono coperti ricorrendo alla tassazione, queste imposte costituiscono l’interesse su solo una piccola parte dei benefici generati dalla spesa del governo, e gli interessi non sono persi per la nazione ma sono semplicemente trasferiti dai contribuenti ai possessori di titoli.
-         Aliquote elevate delle imposte sul reddito non devono scoraggiare gli investimenti perché deduzioni appropriate delle perdite sugli investimenti possono diminuire il capitale davvero messo a rischio dall’investitore nella stessa proporzione nella quale il suo reddito netto proveniente dall’investimento è ridotto dalla tassazione.

IV
Se le proposizioni della Finanza Funzionale fossero state avanzate senza il timore che apparissero troppo logiche, critiche simili a quelle discusse sopra non sarebbero oggi così popolari come invece sono, e non sarebbe necessario difendere la Finanza Funzionale dai suoi amici.
Un compito veramente imbarazzante invece deriva dalla pretesa che la Finanza Funzionale (o la spesa in deficit [deficit spending o deficit financing] come è spesso ma in modo insoddisfacente chiamata) sia soprattutto uno strumento di difesa dell’iniziativa privata.
Nel tentativo di guadagnare popolarità alla Finanza Funzionale, le sono stati dati altri nomi e si è dichiarato che fosse essenzialmente diretta a salvare l’impresa privata. Io stesso ho compiuto simili peccati nei miei scritti precedenti identificandola con la democrazia 4, in questo modo unendomi all’esercito dei venditori che hanno avvolto i loro articoli nella bandiera nazionale e legato qualsiasi cosa avessero da piazzare alla vittoria o al morale.
La Finanza Funzionale non è riferita in modo particolare alla democrazia o all’impresa privata. E’ applicabile a una società comunista esattamente come a una società fascista o a una società democratica. E’ applicabile a qualsiasi società nella quale il denaro sia utilizzato come un importante elemento nel meccanismo economico
La Finanza Funzionale consiste nel semplice principio di abbandonare i nostri preconcetti su cosa sia appropriato o solido o tradizionale, su quello “che deve essere fatto”, e di invece considerare le funzioni svolte nell’economia dal governo con la tassazione, con la sua spesa, con il prendere a prestito e il dare in prestito. Significa utilizzare tutti questi strumenti semplicemente come strumenti e non come poteri magici che provocheranno misteriosi danni se vengono manipolati dalle persone sbagliate o senza il dovuto rispetto per la tradizione.
Come ogni altro meccanismo, la Finanza Funzionale funziona indipendentemente da chi ne muove le leve.
La sua relazione con la democrazia e la libera impresa consiste semplicemente nel fatto che se le persone che credono in esse non faranno uso della Finanza Funzionale non avranno alcuna possibilità di resistere nel lungo periodo contro altri che invece la impiegheranno.

__________

Note:
1 Che il governo prenda a prestito denaro dalle banche, con condizioni che consentano alle banche di emettere nuova moneta scritturale sulla base dei titoli di Stato aggiuntivi posseduti, deve essere considerato per i nostri scopi come il creare moneta. In effetti le banche agiscono come agenti del governo nell’emettere moneta scritturale o bancaria.
2 Un eccellente esempio di ciò è il persuasivo articolo di John T. Flynn pubblicato dallo Harper’s Magazine del luglio 1942.
3 Flynn, ibid.
4 In “Total Democracy and Full Employment”, Social Change (May 1941).


[FINE]


* Ho suddiviso il testo in paragrafi ed evidenziato in grassetto alcune frasi per una migliore leggibilità.
Le sottolineature invece evidenziano l’enfasi posta dall’Autore su alcune parole.


martedì 7 agosto 2012

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La deflazione dei salari in Germania e i problemi della zona euro


 

International Labour Organization

German wage developments and euro area troubles

Global Employment Trends 2012: Preventing a deeper jobs crisis
Box 4 - German wage developments and euro area troubles
Pubblicazione disponibile qui


La deflazione dei salari in Germania e i problemi della zona euro

[ Traduzione di Giorgio D.M. ]


La competitività crescente degli esportatori tedeschi è sempre di più identificata come la causa strutturale alla base delle recenti difficoltà nella zona euro.
Negli ultimi dieci anni mentre in Germania il costo unitario del lavoro diminuiva relativamente a quello dei paesi concorrenti della zona euro, in queste economie la crescita veniva compressa con conseguenze negative per la sostenibilità delle finanze pubbliche.
Cosa più importante, ai paesi in crisi era impedito di utilizzare la via delle esportazioni per compensare la caduta della domanda interna perché i loro settori manifatturieri non potevano beneficiare di una maggiore domanda aggregata in Germania.


Questo riquadro indica le ragioni per le quali i problemi attuali sono una eredità del passato, di quando le politiche mal congegnate applicate durante il periodo della riunificazione della Germania condussero a un sostanziale aumento della disoccupazione che venne poi affrontato con politiche di deflazione dei salari [deflationary wage policies].


In conseguenza della riunificazione della Germania, le industrie manifatturiere tedesche soffrirono una perdita sostanziale di competitività.
Non soltanto le aziende della Germania dell’Est erano meno produttive ma il tasso di cambio del contante fu fissato a un rapporto di 1 a 1 a fronte di un tasso di cambio ufficiale tra il marco della Repubblica Federale Tedesca e il marco della DDR di circa 1 a 4,3.
Di conseguenza l’inflazione in Germania incominciò ad accelerare, in particolare nelle regioni dell’Est, spingendo la Bundesbank a condurre una politica monetaria più restrittiva a partire dal 1991.
A sua volta il marco tedesco si apprezzò nei confronti delle altre valute europee fino a portare alla fine del Sistema Monetario Europeo nel 1993 e a una sostanziale perdita di competitività delle aziende tedesche con gravi effetti anche sulla domanda interna in Germania.
Di fatto le imprese tedesche ridussero sostanzialmente i loro investimenti nel corso della seconda metà degli anni Novanta a un livello inferiore di circa 3 punti percentuali per anno rispetto alla media della zona euro.
Nello stesso tempo la creazione di posti di lavoro crollò drammaticamente, in un modo così forte da provocare un effetto sulla crescita dei salari e quindi dei redditi disponibili delle famiglie, che ridussero i loro consumi privati.


Sotto l’impressione del problema difficilmente affrontabile di una disoccupazione elevata, il Governo Schröder iniziò una serie di riforme del mercato del lavoro, la cui applicazione cominciò nel 2003, che produssero l’effetto di ridurre i salari di ingresso al livello più basso del mercato del lavoro.
Già a partire dal 2000 erano stati avviati diversi negoziati tra i tre maggiori partiti politici tedeschi per tentare di diminuire la crescita dei salari e ristabilire la competitività di prezzo delle merci tedesche.
In parte aveva dato inizio a queste riforme il fatto che i tassi di cambio nominali erano stati fissati di fatto sin dal 1995, in preparazione dell’avvio della zona euro tre anni più tardi, proprio nell’anno in cui il marco tedesco aveva raggiunto una quotazione elevata rispetto alle valute dei principali paesi europei concorrenti della Germania a causa delle politiche precedentemente messe in atto nel corso della riunificazione.
La svalutazione interna fu perciò vista come l’unico strumento che avrebbe consentito di ristabilire quella che era considerata una condizione più equa.
Comunque la massima parte delle riforme condusse essenzialmente alla diminuzione dei salari nel settore dei servizi dove apparvero nuovi posti di lavoro con salari bassi.
Un approccio di questo tipo sostanzialmente prolungò il periodo di tempo necessario per l’aggiustamento e ancora oggi il costo dei salari orari nel settore manifatturiero tedesco rimane tra i più alti.
Nello stesso tempo poco fu fatto per recuperare competitività attraverso incrementi della produttività (si veda la figura): di fatto l’andamento della produttività in Germania rimase in linea con quello degli altri paesi.




Queste politiche di deflazione dei salari non soltanto hanno avuto un impatto sui consumi privati in Germania, che sono stati inferiori a quelli degli altri paesi della zona euro di più di un punto percentuale nel periodo dal 1995 al 2001, ma hanno anche condotto a diseguaglianze dei redditi che crescono a una velocità tale che non si era vista neppure subito dopo la riunificazione tedesca quando alcuni milioni di persone persero il lavoro nelle regioni della Germania dell’Est (OECD, 2011).
A livello europeo queste politiche hanno creato le condizioni per un prolungato declino economico man mano che gli altri paesi della zona euro hanno sempre di più considerato come la soluzione ai loro problemi di mancanza di competitività l’adozione di politiche di deflazione dei salari, perfino più severe di quelle tedesche.
Questo è ancora più sconfortante dato che non è affatto chiaro fino a che punto queste politiche di deflazione dei salari abbiano contribuito a produrre livelli di occupazione più elevati in Germania, visto che gli occupati in questo paese nel 2006 erano pochi di più che nel 1991.
Di fatto i successi recenti nel campo delle esportazioni tedesche devono poco a queste politiche salariali e di più all’orientamento geografico degli esportatori tedeschi verso le dinamiche economie emergenti (OECD, 2010).
Nello stesso tempo una debole domanda interna ha impedito una crescita maggiore del settore dei servizi con conseguenze negative per la produttività del lavoro in quel settore e quindi per l’economia nel suo complesso.
Certamente una più rapida crescita della produttività nel settore dei servizi tedesco avrebbe consentito non solo di porre fine alle attuali politiche di deflazione dei salari, con ricadute positive per il resto dell’Europa, ma avrebbe anche aiutato a ristabilire una più equa distribuzione dei redditi tra i lavoratori dei diversi settori.

Bibliografia
OECD. (2011). Divided we stand: Why inequality keeps rising.
OECD. (2010). Economic Survey: Germany.