domenica 28 dicembre 2014

Cadaveri e idioti



 

Antonio Gramsci

Cadaveri e idioti

Avanti!, 17 gennaio 1917, edizione torinese.
Ripubblicato in Antonio Gramsci, Sotto la Mole 1916-1920, Giulio Einaudi editore, Torino 1971, pp. 281-282.



Cadaveri e idioti



E’ corsa voce – ed è certo uno scherzo malizioso, ma uno scherzo significativo – che la Sezione torinese del partito [socialista] abbia stabilito nei giorni scorsi di non ammettere d’ora in poi soci che abbiano superato ne’ loro studi la terza elementare.

Il «Corriere della Sera» si diverte a incrociare su questo spunto le solite spiritose frasi che piacciono tanto ai suoi lettori, anche quando se le son sentite ripetere per la centesima volta.
Socialisti: idioti e nefandi; socialisti: proletari dell’intelligenza; socialisti: protozoi che si rivoltano alla superiore specie dei mammiferi; socialismo: manovali contro intellettuali; socialismo: analfabeti di tutto il mondo unitevi, perinde ac idiotus (come un solo idiota, traduzione ad uso dei nostri soci).

Pesiamo le parole.
Idiota: parola nobilissima di origine greca. Idiota significa prima di tutto soldato semplice, soldato che non ha nessun gallone. Significa in seguito: chi pensa con la propria testa, chi è proprio, chi non si è ancora assoggettato alla disciplina sociale vigente.
Quando questa mancanza di disciplina all’ordinamento sociale diventa una colpa, la parola incomincia ad assumere un significato offensivo. Ma in sé e per sé non racchiude nessuna offesa. Ha un significato sociale, non individuale. Idiota è chi è diverso, chi pensa e parla diversamente dalla maggioranza. Idiotismo è la parola o il modo di dire proprio di una regione, e non usato nella lingua letteraria o nazionale. Idiota, insomma, corrisponde a refrattario, per ciò che riguarda le relazioni sociali.
Nefando: parola altrettanto nobile, di origine latina. Significa: chi parla come la divinità ha proibito di parlare, chi fa affermazioni proibite dalla legge.
Due parole che hanno un valore prettamente democratico dal punto di vista sociale. Due parole che hanno acquistato un valore offensivo quando la società, la legge, la disciplina sociale erano fondate sul principio divino, su una mistica concezione del destino che presiede all’accadimento dei fatti umani.
Idioti e nefandi erano pertanto quelli che non credevano all’efficacia taumaturgica delle frasi fatte, dell’«Iddio l’ha detto», del «la patria lo vuole», del «le leggi imperscrutabili che guidano l’umanità dicono», ecc. [1], e pertanto operavano e parlavano con la loro testa, sbagliando talvolta senza dubbio, ma pronti a riconoscere lo sbaglio e a correggerlo, lieti se riuscivano a raggiungere un fine anche minuscolo, purché, anche nella sua piccolezza, fosse raggiunto con mezzi loro propri, fosse figlio delle loro opere e non della loro supina obbedienza alla volontà degli altri.

Idioti e nefandi: parole classiche che esprimono l’indipendenza di un piccolo gruppo di fronte alla collettività, di un individuo rispetto all’ambiente in cui vive.
Che si contrappongono al cadaver dei gesuiti, al «credo quantunque sia assurdo, anzi appunto perché assurdo» [credo quia absurdum], all’ipse dixit (l’ho detto…, e basta, traduzione per i nostri soci) [2] e a tutte le altre formule del pecorile asservimento alla verità rivelata, alla legge, voce di Dio, allo Stato, mistica disciplina per la realizzazione della volontà di Dio sulla terra.

Intellettuali, sì, quando intellettuale vuol dire intelligente, e non tiranno per grazia del titolo di studi; seguire gli intellettuali, sì, quando seguirli vuol dire ritrovar in loro meglio chiariti, più logicamente costruiti quei concetti e quei veri che ognuno sente in sé ancora indistinti.
Ma non si vuol sacrificare l’intelligenza all’intelletto, l’indipendenza e la libertà propria all’intelletto degli altri.
Quando si proverà che non avere titoli di studi voglia dire essere stupidi, che non essere pecorinamente schiavi voglia dire essere delinquenti, allora ci copriremo i capelli di cenere e ci batteremo il petto.
Finora siamo persuasi che stupidi e cretini siano colo coloro che dànno alle parole quel significato che esse avrebbero se si riferissero a loro stessi.

Noi siamo più classici di loro, e ce ne troviamo bene.
 

[FINE]



[1]                 Il “lo chiede l’Europa”, ad esempio, non era ancora stato inventato.
[2]                 In realtà ipse dixit è “l’ha detto lui”: l’ha detto Aristotele, l’ha detto Tommaso d’Aquino, l’ha detto Marx, …, l’ha detto Napolitano, l’ha detto Monti, l’ha detto Renzi. Il climax recentemente è decisamente discendente: è un anticlimax.



venerdì 19 dicembre 2014

giovedì 13 novembre 2014

Terzo anniversario della capitolazione




Giorgio Napolitano  

Annuncio della decisione di affidare a Mario Monti l'incarico per la formazione del governo.

13 novembre 2011, tratto da qui.








Ho incontrato oggi i presidenti del Senato e della Camera e i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari per raccogliere le loro opinioni sul modo di affrontare la crisi di governo apertasi con le dimissioni correttamente rassegnatemi dall’onorevole Berlusconi.
A tutti ho esposto, riscontrando un clima riflessivo e pacato, il mio convincimento che sia nell’interesse generale del paese sforzarsi di formare un governo che possa ottenere il più largo appoggio in Parlamento su scelte urgenti di consolidamento della nostra situazione finanziaria e di miglioramento delle prospettive di crescita economica e di equità sociale per il paese considerato nella sua unità.
L’urgenza di quelle scelte, a partire dalla concretizzazione delle misure già concordate in sede europea, deriva dalla gravità della crisi finanziaria e dei pericoli di regressione economica d’innanzi a cui si trovano l’Italia e l’Europa.
La particolare fragilità del nostro paese sta nell’altissimo debito pubblico accumulato nel passato.
E’ un peso che, visto il fortissimo rialzo degli interessi sui nostri buoni del Tesoro, e il ristagnare dell’attività economica, rischia di mettere a dura prova l’impegno dello Stato.
E’ perciò indispensabile recuperare la fiducia degli investitori e delle istituzioni europee operando senza indugio nel senso richiesto.
E’ una responsabilità che avvertiamo verso l’intera comunità internazionale a tutela della stabilità della moneta comune e della stessa costruzione europea oltre che delle prospettive di ripresa dell’economia mondiale
Da domani alla fine di aprile verranno a scadenza quasi 200 miliardi di euro di buoni del Tesoro e bisognerà rinnovarli collocandoli sul mercato.
Tentare in questo momento di evitare un precipitoso ricorso a elezioni anticipate e quindi un vuoto di governo è un’esigenza su cui dovrebbero concordare tutte le forze politiche e sociali preoccupate delle sorti del paese.
E’ in nome di questa esigenza che ho deciso di affidare al senatore professor Mario Monti l’incarico di formare un nuovo governo aperto al sostegno e alla [collaborazione] da parte sia dello schieramento uscito vincente dalle elezioni del 2008 sia delle forze collocatesi all’opposizione.
Lo schieramento vincente ha visto crescere negli ultimi tempi rotture e tensioni al suo interno e ridursi la sua base di maggioranza in Parlamento.
Come Capo dello Stato ho seguito con scrupolosa imparzialità questo travaglio rispettando il ruolo del presidente del consiglio e del governo in uno spirito di leale cooperazione istituzionale.
Non si tratta ora di operare nessun ribaltamento del risultato delle elezioni del 2008 né di venir meno all’impegno di rinnovare la nostra democrazia dell’alternanza attraverso una libera competizione elettorale per la guida del governo.
Si tratta soltanto, a tre anni e mezzo dall’inizio della legislatura, di dar vita a un governo che possa unire forze politiche diverse in uno sforzo straordinario che l’attuale emergenza finanziaria ed economica esige
Il confronto a tutto campo tra i diversi schieramenti riprenderà, senza che sia stata oscurata o confusa alcuna identità, appena la parola tornerà ai cittadini per l’elezione di un nuovo Parlamento.
Il tentativo che oggi propongo è difficile, lo so, dopo anni di contrapposizioni e di scontri nella politica nazionale e di molti inascoltati appelli alla moderazione, a un confronto non distruttivo, a una maggiore condivisione e coesione su scelte e obiettivi di fondo.
Ma, rispettando le posizioni di tutti e le decisioni che in definitiva spetteranno al Parlamento, confido che si voglia largamente incoraggiare, nell’incarico di formare il nuovo governo, il senatore professor Mario Monti, personalità indipendente, rimasta sempre estranea alla mischia politica e al tempo stesso dotata di competenze ed esperienze che ne fanno una figura altamente conosciuta e rispettata in Europa e nei più larghi ambienti internazionali.
E’ giunto il momento della prova, il momento del massimo senso di responsabilità.
Non è tempo di rivalse faziose né di sterili recriminazioni, è ora di ristabilire un clima di maggiore serenità e reciproco rispetto.
Operiamo tutti, nei prossimi mesi, per il bene comune, facendo uscire il paese dalla fase più acuta della crisi finanziaria.
Questo, credo, è ciò che l’Italia si augura.


[FINE]


martedì 11 novembre 2014

Dubbi...




Bertolt Brecht

Colui che dubita

Bertolt Brecht, Poesie da calendario, A cura di Ruth Leiser e Franco Fortini, Giulio Einaudi editore, Torino 1971, pp. 200-201.
N.B. Ho modificato la composizione dei versi rispetto al testo originale.



Dubbi…




Sempre, ogni volta che ci pareva
di aver trovato la risposta a un problema,
uno di noi scioglieva, sulla parete,
il nastro dell’antico rotolo cinese
sì che svolgesse e visibile apparisse
l’Uomo Seduto che tanto dubitava.

Io, ci diceva, sono Colui che dubita.
Dubito
che sia riuscito il lavoro che v’ha inghiottiti i giorni.
Che, quel che avete detto,
se detto peggio valga tuttavia per qualcuno.
Che lo abbiate detto bene
e che forse un po' troppo vi siate, alla verità di quanto avete detto, affidati.
Che sia ambiguo:
per ogni possibile errore
vostra sarebbe la colpa.
Può anche essere troppo univoco
e allontanar dalle cose la contraddizione;
non è troppo univoco?
Allora quel che dite è inutilizzabile.
Le cose vostre sono inanimate, allora.
Siete realmente nel corso degli eventi?
Compresi con tutto quel che diviene?
Siete ancora in divenire, voi?
Chi siete?
A chi parlate?
A chi serve quel che state dicendo?
E, fra parentesi:
vi lascia sobri? Si può leggerlo di mattina?
E' anche congiunto al presente?
Le tesi davanti a voi enunciate
son messe a profitto
o almeno confutate?
Tutto è documentabile?
Per esperienza? Di chi?
Ma prima di tutto
e sempre,
e ancora prima d’ogni cosa:
come si agisce
se si crede a quel che dite?
Prima di tutto:
come si agisce?

Pensierosi
noi si considerava con curiosità
l’Uomo Turchino
dubitare dal quadro,
ci si guardava
e da capo si ricominciava.


 [FINE]