venerdì 29 novembre 2013

Pensieri non condivisi

 

 

Mimmo Porcaro

La crisi economica e il ruolo dell'Europa.                               Analisi e proposte per uscire dalla crisi

Intervento al seminario organizzato da Rifondazione comunista.
Roma, 4 maggio 2013. 

 

 


   

 

 

  

 


Intervento segnalato su Goofynomics, qui.



domenica 24 novembre 2013

Divulgazione padana



Si è svolto ieri a Milano, presso l'Hotel dei Cavalieri, il convegno "No euro day" organizzato da Matteo Salvini e dalla Lega Nord.

E' davvero sorprendente che sia stata proprio la Lega Nord ad organizzare il primo convegno di un partito italiano sull'euro con la partecipazione di Alberto Bagnai e Claudio Borghi Aquilini?

Conviene riascoltare l'intervento alla Camera di Emanuela Munerato, del 15 dicembre 2011, a proposito di quel decreto legge che venne allora chiamato, dai willing executioners, "Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici".

Eccolo.







Ecco invece l'intervento di Alberto Bagnai al convegno di ieri.






L'intero video del convegno, realizzato dalla Lega Nord, è disponibile qui.



[FINE]



mercoledì 13 novembre 2013

13 novembre 2011




"E' il giorno dei tecnici... 

giusto, 

perché per attuare le politiche decise altrove, 

quelle che ci faranno pagare la crisi causata da altri, 

per un governo antinazionale e antipopolare 

servono giusto dei tecnici... 

dei volenterosi esecutori 

o willing executioners,

per usare termini tecnici."




domenica 10 novembre 2013

Freigeld - Il denaro come dovrebbe essere



Silvio Gesell

The Natural Economic Order

(1916) Money Part. Free-Economy Publishing Co., San AntonioTexas 1934.
Introduzione, pp. 3-9.



Freigeld.                                                                                                Il denaro come dovrebbe essere                                 

[ Traduzione di Giorgio D.M. ]



Se agli imprenditori fosse offerto il capitale monetario a un tasso di interesse pari alla metà di quello attuale, il rendimento di tutte le altre forme di capitale sarebbe necessariamente anch’esso ridotto della metà.
Se, per esempio, una casa rende più dell’interesse che il costruttore paga sul denaro preso in prestito per costruire una nuova casa, o se l’interesse sul denaro speso per disboscare un terreno è inferiore alla rendita di un terreno agricolo di pari qualità, la concorrenza deve inevitabilmente ridurre le rendite degli immobili e dei terreni portandole al livello del minore interesse sul denaro, e in questo modo causare una riduzione del “plus-valore”.
Perciò il metodo più sicuro per deprezzare il capitale reale (una casa, un terreno) o, in altre parole, per diminuire il “plus-valore” a favore dei salari, è, logicamente, quello di creare e mettere in opera capitali reali addizionali.
Secondo tutte le leggi economiche, l’incremento della produzione di capitale determina un incremento anche del capitale totale offerto ai lavoratori, innalzando così i salari e infine riducendo il tasso di interesse (il “plus-valore”) a zero.
Pierre-Joseph Proudhon, Che cos’è la proprietà?


L’abolizione dei redditi non guadagnati [unearned income], del cosiddetto “plus-valore” [“surplus-value”], chiamato anche interesse o rendita, è lo scopo economico immediato di ogni movimento socialista.
Il metodo generalmente proposto per il raggiungimento di questo obiettivo è il comunismo nella forma della nazionalizzazione o socializzazione della produzione.
Conosco un solo socialista - Pierre-Joseph Proudhon - la cui indagine sulla natura del capitale abbia evidenziato la possibilità di un’altra soluzione del problema.
La necessità della nazionalizzazione della produzione è affermata basandosi sul fatto che la natura dei mezzi di produzione la richiede.
Si afferma generalmente, in modo sbrigativo, come se fosse un’ovvietà, che la proprietà dei mezzi di produzione deve necessariamente, in tutte le circostanze, dare sempre al capitalista il sopravvento quando contratta con i lavoratori sui salari - un vantaggio rappresentato, e destinato ad essere rappresentato per l’eternità, dal “plus-valore” o dall’interesse sul capitale.
Nessuno, eccetto Proudhon, fu capace di concepire il fatto che la prevalenza, oggi manifestamente dal lato della proprietà, potesse essere spostata dal lato degli spossessati (i lavoratori), semplicemente con la costruzione di una nuova casa di fianco ad ogni casa esistente, di una nuova fabbrica di fianco ad ogni fabbrica già in attività.

Proudhon mostrò ai socialisti, più di cinquanta anni fa, che un ininterrotto e duro lavoro è l’unico modo di attaccare il capitale con successo.
Ma questa verità è ancora più lontana dalla loro comprensione oggi di quanto lo fosse ai tempi di Proudhon.

Proudhon, in realtà, non è stato interamente dimenticato, ma non è mai stato pienamente capito.
Se il suo suggerimento fosse stato capito e messo in pratica, oggi il capitale non esisterebbe più.
Poiché egli scelse il metodo sbagliato (le banche di scambio), tutta la sua teoria fu screditata.

Come avvenne che la teoria del capitale di Marx ebbe successo nel soppiantare quella di Proudhon e nell’assicurare un dominio incontrastato al socialismo comunista?
Per quale motivo si parla oggi di Marx e della sua teoria in ogni giornale del mondo?
Alcuni hanno suggerito come spiegazione l’irrealizzabilità, e la conseguente innocuità, della dottrina di Marx.
Nessun capitalista si preoccupa della sua teoria, proprio come nessun capitalista si preoccupa della dottrina cristiana; è quindi oggettivamente un vantaggio per il capitale che si discuta il più ampiamente possibile di Marx e di Cristo, perché Marx non può mai danneggiare il capitale.
Ma state in guardia contro Proudhon: è meglio evitare che sia letto o ascoltato.
E’ una persona pericolosa, perché non c’è modo di negare che se ai lavoratori fosse consentito di rimanere al lavoro senza ostacoli, impedimenti o interruzioni, il capitale sarebbe presto soffocato da un eccesso di offerta di capitale (che non deve essere confusa con un eccesso di produzione di prodotti).
La proposta di Proudhon per attaccare il capitale è davvero pericolosa, perché può essere messa in pratica immediatamente.
Il programma di Marx parla della tremenda capacità produttiva degli odierni lavoratori specializzati che impiegano macchinari e strumenti moderni ma Marx non può mettere all’opera questa tremenda capacità produttiva mentre nelle mani di Proudhon essa diventa un’arma letale contro il capitale.
Perciò parliamo d’altro, parliamo a lungo di Marx, così che Proudhon possa essere sempre più sicuramente dimenticato.

A mio parere questa spiegazione è giusta.
E non è lo stesso per il movimento per la riforma agraria di Henry George?
I proprietari terrieri si sono presto accorti che questa era una pecora travestita da lupo, che la tassazione della rendita della terra non avrebbe potuto essere realizzata in modo efficace, e che l’uomo e la sua riforma erano perciò innocui.
Alla stampa fu concesso di pubblicizzare l’Utopia di Henry George, e i riformatori agrari furono ovunque ricevuti dalla migliore società. Ogni proprietario agrario tedesco e ogni speculatore sui dazi imposti sulle importazioni di cereali divenne un sostenitore della sua proposta. Il leone era privo di artigli, quindi si poteva giocare con lui senza pericolo, così come molte persone alla moda provano gusto nel giocare con i principi del cristianesimo.


Lo studio del capitale compiuto da Marx si smarrisce proprio al suo inizio.


1. Marx è vittima di un errore comune, e considera il capitale come ricchezza reale.
Per Proudhon invece, l’interesse non è il prodotto di una ricchezza reale, ma di uno stato economico, di una condizione del mercato.

2. Marx considera il “plus-valore” come una spoliazione compiuta grazie all’abuso di potere che consente la proprietà.
Per Proudhon il “plus-valore” è soggetto alla legge della domanda e dell’offerta.

3. Secondo Marx il “plus-valore” deve invariabilmente essere positivo.
Per Proudhon deve essere considerata anche la possibilità di un “plus-valore” negativo. (Il “plus-valore” positivo è il “plus-valore” dal lato dell’offerta, cioè del capitale, il “plus-valore” negativo è il “plus-valore” dal lato del lavoro.)

4. Il rimedio proposto da Marx è la supremazia politica degli spossessati, che deve essere raggiunta per mezzo dell’organizzazione.
Il rimedio proposto da Proudhon è la rimozione degli ostacoli che ci impediscono di sviluppare pienamente la nostra capacità produttiva.

5. Per Marx gli scioperi e le crisi sono benvenuti, e la finale, violenta, espropriazione degli espropriatori è lo strumento per raggiungere il fine.
Proudhon invece dice: non fatevi mai, in nessun caso, dissuadere dal lavorare, e scoraggiare dalla disoccupazione; perché nulla è più fatale per il capitale che il duro lavoro.

6. Marx dice: gli scioperi e le crisi vi porteranno avanti lungo la strada che conduce al vostro obiettivo; il grande collasso vi porterà in paradiso.
No, dice Proudhon, questo è un inganno, metodi di questo tipo vi allontaneranno dal vostro obiettivo. Con queste tattiche non riuscirete che a rubacchiare al massimo un uno per cento dall’interesse.

7. Per Marx la proprietà privata significa potere e supremazia.
Proudhon, al contrario, riconosce che questa supremazia ha origine nel denaro, e che in condizioni mutate la forza della proprietà privata potrebbe essere trasformata in debolezza.



Il capitale addizionale riduce il potere del capitale.

Se, come afferma Marx, il capitale è ricchezza reale, il cui possesso dà al capitalista la sua supremazia, ogni incremento di questa ricchezza reale dovrebbe necessariamente rafforzare il capitale.
Se un carico di fieno o una carriola piena di libri di economia pesano 100 chili, due carichi devono pesare esattamente 200 chili. In modo simile se una casa rende 10.000 euro di “plus-valore” all’anno, dieci case aggiunte a questa devono sempre, e ovviamente, rendere dieci volte 10.000 euro - se ci si basa sull’assunzione che il capitale sia semplicemente ricchezza reale.

Ora, tutti noi sappiamo che il capitale non può essere sommato come i beni reali, perché non infrequentemente il capitale addizionale diminuisce il valore del capitale già esistente.
La verità di questa osservazione può essere provata con l’osservazione dei fatti di tutti i giorni.
In certe condizioni il prezzo di una tonnellata di pesce può essere maggiore del prezzo di 100 tonnellate. Quale sarebbe il prezzo dell’aria se non fosse così abbondante? Dato che lo è, l’abbiamo gratis.


La furia edificatrice dei lavoratori è fatale per il capitale immobiliare.

Non molto tempo prima dello scoppio della guerra, i proprietari di immobili nella periferia di Berlino erano disperati per il declino della rendita delle case, cioè del “plus-valore”, e la stampa dei capitalisti denunciava con clamore la:

furia edificatrice dei lavoratori e degli imprenditori
e il
flagello edificatorio diffuso nel settore delle costruzioni”.

(citazioni tratte dalla stampa tedesca)

Queste espressioni non sono una rivelazione della natura precaria del capitale?
Il capitale, nei cui confronti i seguaci di Marx nutrono un così grande timore reverenziale, muore per il “flagello edificatorio”; arretra di fronte alla “furia edificatrice” dei lavoratori!

Cosa avrebbero suggerito Proudhon e Marx in questa situazione?

Smettete di costruire!” avrebbe gridato Marx; “protestate, fate in modo di non essere impiegati, lamentatevi della vostra disoccupazione, dichiarate uno sciopero! Perché ogni casa che costruite incrementa il potere dei capitalisti altrettanto sicuramente quanto due più due fa quattro.
Il potere del capitale è misurato dal plus-valore, in questo caso dalla rendita delle case; così maggiore è il numero delle case e più potente diventa, sicuramente, il capitale.
Perciò lasciate che vi consigli, limitate la vostra produzione, agitatevi per una giornata lavorativa di otto o anche sei ore, perché ogni casa che costruite incrementa la rendita immobiliare, e la rendita immobiliare è plus-valore.
Frenate, perciò, la vostra furia edificatrice, perché meno costruite e più a buon prezzo troverete una casa!”.

Probabilmente Marx si sarebbe trattenuto dal dire una sciocchezza simile. Ma la dottrina di Marx, che tratta il capitale come se fosse ricchezza reale, induce in errore i lavoratori portandoli a pensare e ad agire in questo modo.

Ora ascoltiamo Proudhon: “Avanti a tutta forza! Viva la furia edificatrice, dateci il flagello edificatorio! Lavoratori e imprenditori, in nessun caso lasciate che la cazzuola vi sia strappata dalle mani. Abbasso tutti quelli che tentano di interferire con il vostro lavoro, essi sono i vostri nemici mortali!
Chi sono questi che cianciano di un flagello edificatorio, di una sovra-produzione nel settore delle costruzioni, mentre le rendite immobiliari ancora mostrano tracce di un “plus-valore”, di un interesse sul capitale?
Che il capitale muoia per il flagello edificatorio!
Per soli cinque anni vi è stato permesso di indulgere nella vostra furia edificatrice e già i capitalisti accusano il colpo, già si lamentano del declino del “plus-valore”; le rendite sono già calate dal 4 al 3 per cento - cioè di un quarto.
Ancora tre volte cinque anni di lavoro senza ostacoli, e voi potrete festeggiare in case liberate dal “plus-valore”.
Il capitale sta morendo, e siete voi che lo state uccidendo con il vostro lavoro.


Il denaro è una sentinella posta alle porte del mercato.

La verità è lenta come un coccodrillo nel fango del Nilo eterno. Non si cura del tempo, un’era è nulla per essa, perché è eterna.
Ma la verità ha un agente che, mortale come l’uomo, è sempre di fretta. Per questo agente, il tempo è denaro; è sempre indaffarato e concitato, e il suo nome è errore. L’errore non può permettersi di nascondersi e di lasciar passare le ere. Esso dà e riceve continuamente duri colpi. L’errore è sulla strada di ognuno e ognuno è sulla sua strada. L’errore è il vero ostacolo.

Anche se Proudhon fosse stato realmente nascosto e dimenticato, la natura del capitale sarebbe tuttavia rimasta la stessa. La verità sarebbe stata scoperta da un altro; la verità non si cura del nome dello scopritore.

L’autore di questo libro fu condotto nel sentiero percorso da Proudhon e giunse alle stesse conclusioni.
Forse fu fortunato ad ignorare la teoria del capitale di Proudhon, perché così fu capace di compiere il suo lavoro in modo più indipendente, e l’indipendenza è la migliore condizione per la ricerca scientifica.

L’autore è stato più fortunato di Proudhon.
Ha scoperto quello che Proudhon aveva scoperto cinquanta anni prima, cioè la natura del capitale, ma ha anche scoperto una via praticabile che porta all’obiettivo di Proudhon. Ed è questo, dopo tutto, quello che conta.

Proudhon chiese: perché siamo a corto di case, di macchinari e di navi?
E anch’egli dette la risposta giusta: perché il denaro limita la loro costruzione.
O, per usare le sue parole: “Perché il denaro è una sentinella posta all’ingresso dei mercati, con l’ordine di non far passare nessuno. Il denaro, voi pensate, è la chiave che apre le porte del mercato (intendendo con questo termine lo scambio dei prodotti) ma questo non è vero - il denaro è il catenaccio che impedisce l’accesso”.
Il denaro semplicemente non tollererà un’altra casa costruita in aggiunta per ognuna di quelle esistenti.
Non appena il capitale cessa di rendere l’interesse consueto, il denaro entra in sciopero e ferma il lavoro.
Il denaro, perciò, agisce come un siero contro il “flagello edificatorio” e la “furia edificatrice”.
Esso rende il capitale (case, impianti industriali, navi) immune dalla minaccia del suo stesso incremento.

Avendo scoperto la natura di ostacolo o di blocco del denaro, Proudhon lanciò lo slogan: combattiamo il privilegio del denaro innalzando i prodotti e il lavoro al livello del denaro. Perché, due privilegi, se opposti, si neutralizzano l’un l’altro.
Dando ai prodotti il peso supplementare che oggi ha il denaro, facciamo in modo che i due pesi si bilancino a vicenda.

Questa era l’idea di Proudhon, e per metterla in pratica egli fondò le banche di scambio. Come tutti sanno, esse fallirono.


Il denaro è superiore alle merci.

E tuttavia la soluzione del problema, che sfuggì a Proudhon, è abbastanza semplice.
Tutto quello che è necessario è semplicemente abbandonare l’abituale punto di vista del possessore del denaro, e di guardare al problema dal punto di vista del lavoro e del possessore dei prodotti.
Questo spostamento del punto di osservazione ci farà afferrare la soluzione in modo diretto.
I prodotti, non il denaro, sono il reale fondamento della vita economica.
I prodotti e i loro composti costituiscono il 99% della nostra ricchezza, il denaro solo l’1%.
Perciò trattiamo i prodotti come trattiamo le fondamenta, cioè non lasciamo che siano manomessi. Dobbiamo accettare i prodotti come appaiono sul mercato. Non dobbiamo alterarli.
Se marciscono, si rompono o periscono, lasciamoglielo fare, è la loro natura. Per quanto efficientemente possiamo organizzare le banche di scambio di Proudhon, non possiamo impedire che il giornale rimasto nelle mani dell’edicolante sia ridotto, due ore dopo, a carta straccia, se non ha trovato un acquirente.
Inoltre dobbiamo ricordare che il denaro è un mezzo universale di risparmio; tutto il denaro che serve il commercio come mezzo di scambio giunge alle banche di risparmio e lì giace finché non è spinto di nuovo in circolazione dall’interesse.
E come possiamo innalzare i prodotti al livello della moneta contante (in oro) agli occhi dei risparmiatori?
Come possiamo indurli, invece che a risparmiare denaro, a riempire le loro casse o i loro ripostigli con paglia, libri, olio, prosciutti, olio, pelli, guano, dinamite, porcellane, etc.?
Proprio questo è quello a cui davvero mirava Proudhon nel tentativo di portare allo stesso livello i prodotti e il denaro.
Proudhon aveva trascurato il fatto che il denaro non è solo un mezzo di scambio, ma anche un mezzo di risparmio, e che il denaro e le patate, il denaro e la calce, il denaro e i vestiti non possono mai in nessuna circostanza essere considerate come cose di eguale valore nelle casse dei risparmiatori.
Un giovane che risparmi per la vecchiaia preferirà una singola moneta d’oro al contenuto del più ampio magazzino.


Abbassiamo il denaro al livello delle merci!

Non possiamo perciò manomettere i prodotti; essi sono il fattore primario al quale tutti gli altri devono essere adattati.
Ma consideriamo un po’ più da vicino il denaro, perché in esso alcuni cambiamenti possono risultare fattibili.
Il denaro deve sempre rimanere quello che è attualmente?
Il denaro, come merce, deve essere superiore alle merci rispetto alle quali dovrebbe servire come mezzo di scambio?
In caso di incendio, inondazione, crisi, guerra, cambiamenti della moda, etc., solo il denaro deve rimanere indenne da qualsiasi danno?
Perché il denaro deve essere superiore ai beni che dovrebbe servire?
E non è la superiorità rispetto ai prodotti il privilegio che troviamo essere la causa del “plus-valore”, il privilegio che Proudhon tentò di abolire?
Poniamo, allora, un termine ai privilegi del denaro.
Nessuno, neppure i risparmiatori, gli speculatori o i capitalisti, deve trovare il denaro, come merce, preferibile a quello che contengono i mercati, i negozi e i magazzini.
Se il denaro non deve dominare sui prodotti, esso si deve deteriorare come i prodotti.
Che il denaro sia attaccato dalle tarme e dalla ruggine, che si ammali, che scappi. E quando giunge la morte, che il suo possessore paghi il costo della sepoltura.
Allora, e non prima di allora, potremo dire che il denaro e i prodotti sono pari e perfettamente equivalenti - come Proudhon voleva renderli.

Poniamo questa domanda nei termini di una formula commerciale.

Chi possiede delle merci, durante il loro immagazzinamento, invariabilmente incorre in una perdita, sia in quantità che in qualità. Inoltre deve pagare il costo dello stoccaggio (il canone di locazione, l’assicurazione, la sorveglianza, e così via).
A quanto ammonta tutto questo in un anno? Diciamo al 5% - che è più probabilmente al di sotto che non al di sopra del costo effettivo.

Invece quale deprezzamento subisce il banchiere, il capitalista o chi abbia accumulato crediti sul denaro che possiede o sui prestiti che ha concesso?
Di quanto è diminuito il valore del bottino di guerra accumulato nella Juliussturm di Spandau, a Berlino, nel corso dei 44 anni nei quali è stato conservato lì? Neppure di un centesimo!

Dal momento che le cose stanno così, abbiamo trovato la risposta alla nostra domanda: dobbiamo imporre al denaro le stesse perdite che subiscono le merci con la necessità dell’immagazzinamento.
Così il denaro non è più superiore ai prodotti; è indifferente per tutti possedere, o risparmiare, denaro o merci.
Il denaro e le merci sono così perfettamente equivalenti; il problema di Proudhon è risolto e sono spezzate le catene che hanno impedito all’umanità di sviluppare pienamente le sue capacità produttive.



[FINE]



sabato 9 novembre 2013

L’imposta fondiaria e la crisi agraria del 1880


 

Rosario Romeo

Breve storia della grande industria in Italia 1861-1961

IV edizione, Cappelli editore, Bologna 1972. pp. 46-50.
  


L’imposta fondiaria e la crisi agraria del 1880



Intorno al 1880 una svolta fondamentale si opera nella vita economica italiana con l’inizio della crisi agraria, che si inserisce nel più vasto quadro della crisi depressiva che si era aperta nell’economia mondiale dopo il 1874, e che durerà sino al 1896.

[...]

In Italia la crisi agraria si manifesta con maggiore ritardo, rispetto ad altri paesi, per i minori legami della nostra economia con il mercato mondiale: ma i suoi effetti non furono perciò meno disastrosi.
Alla sua origine stava l’abbassamento dei noli marittimi, che permise l’arrivo sui mercati europei dei cereali d’oltre oceano a prezzi insostenibili dalla produzione del vecchio continente.

In Italia infatti l’importazione di grano cresce da 1,5 milioni di quintali nel 1880 a 10 milioni di quintali nel 1887; e contemporaneamente si verifica un crollo disastroso dei prezzi, che, nella media nazionale, passano dalle lire 33,11 del triennio 1878-1880 alle 22,80 del 1887.
Ciò significò una forte riduzione della produzione granaria nella penisola, che dai 51 milioni di quintali raggiunti fra il 1876 e il 1880 precipitò, fra il 1885 e il 1887, a circa 43 milioni.
Riduzioni quasi altrettanto rilevanti, e crolli non meno disastrosi dei prezzi, si ebbero nella produzione degli altri cereali (ad eccezione del granturco, sostituito in parecchie zone al grano per l’alimentazione) e di molti prodotti agricoli, dei legumi alle patate all’olio.

Anche in Italia, come già in altri paesi, si cercò di reagire alla crisi con la trasformazione delle colture, e specialmente con lo sviluppo della viticoltura [...].
Ma la trasformazione era resa in molte zone difficile dalla mancanza di capitali, dalla natura del terreno e del clima, dalla struttura dei rapporti agrari.

Nell’insieme, la produzione agricola e zootecnica si ridusse da 6.191 milioni di lire correnti nel 1880 a 4.843 milioni nel 1887 (da 28.308 milioni a 25.916 milioni a prezzi 1938), e la partecipazione delle attività primarie al reddito nazionale dal 57,4 al 48,9%.
Tutto ciò ebbe conseguenze vistose sul livello dei consumi pro-capite, che nel 1881-85 toccarono, con una media di 1.803 lire, il livello più basso di tutta la storia unitaria.

[...]

L’imposta sui terreni e il prezzo di vendita del sale furono allora diminuiti, e il macinato venne interamente abolito: ormai la coscienza che occorresse mutare nella misura del possibile le basi del sistema fiscale in vigore era penetrata in molti uomini della classe dirigente.

La causa intima della crisi agraria - confessava in parlamento Ruggero Bonghi - sta... nell’esagerazione dell’imposta fondiaria, esagerazione nella quale siamo entrati via via in momenti difficili; in cui soprattutto, con la falsa illusione che la terra sia posseduta dai ricchi, e che noi possiamo ad essa attingere qualunque somma ci occorra per sopperire alle spese, abbiamo continuato in una via nella quale ci eravamo messi per circostanze straordinarie, e dalla quale avremmo dovuto ritrarci subito che queste circostanze straordinarie erano scomparse.
Oggi la diminuzione dei prezzi non ha fatto che manifestare una magagna che l’altezza dei prezzi aveva nascosto.

[...]

La diminuita redditività degli impieghi agrari allontanava “menti braccia e denaro dalla terra per farli volgere verso altri campi di attività” (Corbino).
In molte zone il crollo dei prezzi aveva reso rovinosi per gli affittuari i canoni d’affitto pattuiti in epoche di alti prezzi; e ne erano seguite risoluzioni, talora concordate talora unilaterali dei contratti.
Numerose testimonianze ci provano infatti che, specie nelle zone di più avanzata agricoltura, la crisi agraria aveva assai ridotto l’impulso all’investimento nella terra, e provocato anzi fenomeni di vero e proprio disinvestimento.
E a frenare l’afflusso di capitali all’agricoltura dovettero contribuire anche i minori acquisti di terre da parte di elementi cittadini, scoraggiati dalla crisi dal praticare questa forma tradizionale di investimento.


[FINE]


Il corsivo è mio.



domenica 3 novembre 2013

Monti: Quello della Troika in Grecia è un governo coloniale



20 ottobre 2013, In 1/2 h.


Mario Monti:
"Io ho dovuto praticare massicce dosi di austerità [...] per evitare che l'Italia finisse come la Grecia; per evitare che ci fosse adesso la Troika, cioè un governo coloniale, a Roma."









[FINE]




venerdì 1 novembre 2013

Lo sbarco americano in Sicilia



Ha suscitato un certo entusiasmo la polemica tra il governo degli Stati Uniti e quello tedesco, che ha finalmente portato sulle pagine dei quotidiani italiani (La Repubblica, Il Sole 24 Ore) quella verità (De Nardis, 2010; Bagnai, 2011) che ostinatamente (una ignoranza ostinata è generalmente una manifestazione di sottostanti motivazioni politiche) fino a ieri era stata ignorata: la politica economica della Germania è all’origine degli squilibri nella zona euro e minaccia oggi anche l’economia mondiale.
A me ha ricordato una poesia di Bertolt Brecht.



Bertolt Brecht

Lo sbarco americano in Sicilia

Bertolt Brecht (1955) “L’abicì della guerra”, Giulio Einaudi editore, Torino 1973.
Traduzione di Roberto Fertonani.



Lo sbarco americano in Sicilia




“I tedeschi sono andati di là”, dice un contadino siciliano al generale di brigata della prima divisione Theodore Roosevelt.




Ahimè, i nostri padroni si sono divisi in due schiere.
Sui nostri campi pietrosi e inariditi
ora combattono tre eserciti stranieri.
Solo contro di noi restano uniti.




[FINE]