sabato 31 agosto 2013

Il Medioevo della macroeconomia



Paul Krugman

A Dark Age of macroeconomics (wonkish)

Pubblicato il 27 gennaio 2009 sul blog “The Conscience of a Liberal”, qui.


Il Medioevo della macroeconomia

[ Traduzione di Giorgio D.M. * ]


Brad De Long è sconvolto da quello che proviene da Chicago in questi giorni - e lo è per un motivo comprensibile.

Prima Eugene Fama e ora John Cochrane hanno affermato che la spesa pubblica finanziata con il debito necessariamente spiazza un eguale ammontare di spesa privata, anche se l’economia è depressa - ed essi hanno affermato questo non come un risultato empirico, riscontrato nella realtà, né come la previsione di un qualche modello, ma come una ineluttabile conseguenza di una identità contabile.

Altri economisti hanno tentato di fornire una copertura a queste affermazioni - hanno cercato di sostenere che Fama e Cochrane abbiano detto qualcosa di più sofisticato di quello che in realtà hanno detto.
Ma, se si leggono i saggi originali, non c’è ambiguità - è la pura legge di Say, è la pura “Treasury view”, in entrambi i casi.

Qui c’è Fama:

Il problema è semplice: i salvataggi e i piani di stimolo dell’economia sono finanziati emettendo più debito pubblico. (Il denaro deve provenire da qualche parte!) Il debito aggiuntivo assorbe risparmi che altrimenti alimenterebbero gli investimenti privati. Alla fine, nonostante l’esistenza di risorse non utilizzate, i salvataggi e i piani di stimolo dell’economia non incrementano le risorse attualmente impiegate. Essi semplicemente spostano risorse da un utilizzo all’altro.

E qui c’è Cochrane:

In primo luogo, se il denaro non sarà stampato, deve provenire da qualche altra parte. Se il governo prende in prestito un dollaro da te, quello è un dollaro che tu non spendi, o che tu non presti a una impresa perché lo spenda per un nuovo investimento. Ogni dollaro di spesa pubblica aggiuntiva deve corrispondere a un dollaro in meno di spesa privata. I posti di lavoro creati dalla spesa pubblica compiuta per stimolare l’economia sono compensati dai posti di lavoro persi a causa della diminuzione della spesa privata. Possiamo costruire strade anziché fabbriche, ma lo stimolo fiscale non può aiutarci a costruire una quantità maggiore di entrambe. Questa è pura contabilità, e non richiede complesse argomentazioni sullo “spiazzamento” [crowding out].

In secondo luogo, l’investimento è “spesa” tanto quanto il consumo. I sostenitori dello stimolo fiscale vogliono che il denaro sia speso per consumi, non risparmiato. Essi valutano i programmi di stimolo del passato sulla base di quanto le persone destinatarie di quei programmi hanno speso per beni di consumo anziché risparmiato. Ma l’economia nel suo complesso non bada al fatto che tu acquisti un’automobile, anziché prestare a un’impresa che acquista un carrello elevatore.

Non c’è ambiguità in entrambi i casi: sia Fama che Cochrane affermano che il risparmio desiderato automaticamente si converte in spesa per investimento, e che qualunque indebitamento dello Stato deve avvenire a spese degli investimenti - punto.

Quello che provoca un così profondo stupore in queste affermazioni è che esse compiono uno degli errori più elementari in economia - interpretare una identità contabile come una relazione comportamentale.
Sì, il risparmio deve essere pari all’investimento, ma questo non è un qualcosa che ha luogo in modo mistico, avviene invece perché ogni discrepanza tra il risparmio desiderato e l’investimento desiderato causa il verificarsi di qualcosa che li mantiene in linea.

E’ come il fatto che il conto capitale e il conto corrente della bilancia dei pagamenti devono dare come somma zero: è vero, ma non significa che un incremento dei flussi di capitali in ingresso magicamente si trasformi in un deficit commerciale, senza alcun altro cambiamento (quello che John Williamson chiamava la dottrina dell’immacolato trasferimento). 
Un flusso di capitali in ingresso causa un deficit commerciale attraverso l’apprezzamento del tasso di cambio, l’incremento del livello dei prezzi, o un qualche altro cambiamento nella economia reale che influisce sugli scambi commerciali.

In modo simile, dopo un cambiamento del livello desiderato del risparmio o dell’investimento qualcosa succede che  mantiene la validità dell’identità contabile. E, se i tassi di interesse sono fissi, quello che accade è che il Prodotto Interno Lordo (PIL) varia in modo tale che il risparmio (S) e l’investimento (I) siano uguali.

Questo è esattamente il punto di uno dei modi con i quali l’analisi basata sul moltiplicatore è spesso presentata alle matricole.

Qui c’è il diagramma: 
 

Un caso di identità mal compresa.
 

In questa figura la somma del risparmio S [savings] e delle imposte T [taxes] è pari alla somma dell’investimento I [investment] e della spesa pubblica G [government spending], quella identità [S+T=G+I; identità valida per un’economia chiusa, cioè senza scambi commerciali con l’estero (o per il mondo nel suo complesso): S è il risparmio privato, T-G il risparmio pubblico; il risparmio nazionale, somma del risparmio privato e di quello pubblico, è pari all’investimento S+(T-G)=I] che sia Fama che Cochrane ritengono che renda inefficace la spesa pubblica - ma non è così.
Un incremento della spesa pubblica G non riduce l’investimento I per un pari ammontare ma incrementa il Prodotto Interno Lordo [PIL=C+I+G, C sono i consumi privati], e l’incremento del PIL a sua volta conduce a un maggiore risparmio privato S e a un flusso maggiore di imposte T [C+I+G=PIL=C+S+T].

Ora, non si deve accettare questo modello come una rappresentazione di come realmente funziona il mondo.
Ma si deve accettare il fatto che esso mostra l’errore contenuto nell’affermazione secondo la quale l’identità che stabilisce l’uguaglianza del risparmio e dell’investimento provi qualcosa a proposito dell’efficacia della politica fiscale.

Dunque, come è possibile che professori illustri credano il contrario?

La risposta, penso, è che stiamo vivendo nel Medioevo della macroeconomia.
Si ricordi che quello che definisce il Medioevo non è il fatto che esso fosse un’epoca primitiva - anche l’Età del Bronzo era primitiva. 
Quello che rende il Medioevo un’epoca oscura è il fatto che così tanta conoscenza era stata persa, che così tanto di quello che era già noto ai Greci e ai Romani era stato dimenticato durante i regni barbarici che seguirono.

E questo è quello che sembra essere successo alla macroeconomia in così tanta parte della professione economica.
La conoscenza del fatto che l’identità S=I non implica la Treasury view - la consapevolezza comune del fatto che la macroeconomia è più che la somma della legge della domanda e dell’offerta e della teoria quantitativa della moneta - in qualche modo si sono perse in così tanta parte della professione.

Sono tentato dallo spingermi oltre e dal dire qualcosa a proposito dell’essere sopraffatti da barbari dominati da una fede oscurantista, ma credo che non lo farò.
Oh, aspettate, credo di averlo appena fatto.


[FINE]


* Il testo aggiunto è indicato tra parentesi quadrate.

martedì 27 agosto 2013

Oltre l'Europa tedesca



Jörg Bibow

The Euro Has Yet to Produce Any Real Winner

Pubblicato il 9 agosto 2013 da e-International Relations qui.


Oltre l'Europa tedesca: trasferimenti fiscali o rottura dell'euro.

[ Traduzione di Giorgio D.M. ]


E’ quasi un luogo comune oggi che la Germania sia la vincitrice della crisi dell’euro.
Reisenbichler e Morgan hanno recentemente sostenuto che lo sia in un articolo pubblicato da Foreign Affairs, anche se cautamente hanno aggiunto che i vantaggi che ipotizzano che la Germania abbia conseguito potrebbero non durare. [i]
La miserabile verità, tuttavia, è che l’euro non ha ancora prodotto alcun vero vincitore, mentre gli apparenti vantaggi che la Germania avrebbe conseguito, in particolare grazie alla crisi dell’euro, sono una grande illusione che presto svanirà.
Alla fine solo una ri-progettazione sostanziale delle istituzioni e delle politiche della zona euro potrebbe aprire la prospettiva di una unione di veri vincitori grazie all’euro.
Fuorviata da idee e credenze mal concepite - e contro i suoi stessi interessi nazionali - la Germania sta bloccando in modo deciso una tale evoluzione.
Le effettive politiche perseguite e le riforme strutturali intraprese a partire dal 2009 sotto i diktat della Germania hanno reso l’Europa progressivamente più vulnerabile, e ne hanno fatto sempre più una minaccia per la stabilità mondiale.
Tuttora l’euro rimane fermamente diretto verso una rottura finale - un evento che vedrebbe la Germania tra i maggiori perdenti.
Si considera la Germania come la vincitrice della crisi dell’euro sulla base dell’evidenza dell’attuale basso tasso di disoccupazione, del bilancio pubblico in pareggio e dei bassi costi dell’indebitamento pubblico tedeschi.
Il contrasto con la situazione che prevale in tutte le altre parti della zona euro è così forte che la Germania attualmente beneficia di un flusso in ingresso di immigrati qualificati, che danno un ulteriore sostegno alla sua economia e al suo mercato immobiliare.
Eppure lo stato dell’economia tedesca è molto lontano dall’essere eccezionale e il fatto che l’attuale migliore prestazione della Germania in termini relativi sia stata conseguita ampiamente a spese dei suoi partner della zona euro dovrebbe provocare allarme anziché soggezione.
L’aspettativa di vita dell’euro è sempre dipesa dalla convergenza all’interno dell’unione monetaria.
Invece, divergenze persistenti e il corrispondente accumularsi di squilibri interni alla zona euro hanno non solo creato la crisi attuale, ma anche l’illusione che la Germania - la sua apparente vincitrice - debba avere compiuto tutte le scelte giuste e che debba oggi essere il modello indiscusso che gli altri paesi devono seguire.
Ma considerare la Germania come l’esempio per i paesi della zona euro costituisce una interpretazione gravemente errata degli eventi.
Non solo l’attuale prestazione della Germania deve essere esaminata in una prospettiva più ampia ma l’economia della Germania con l’euro ha avuto un tasso di crescita medio pari a poco più dell’uno per cento all’anno; una prestazione che difficilmente si può considerare impressionante.
Si deve anche comprendere che la Germania non può essere il modello che gli altri paesi devono seguire, precisamente perché l’efficacia del modello tedesco dipende dal fatto che gli altri paesi si comportino in modo diverso.
L’essenza del modello di crescita tedesco basato sulle esportazioni [export-led growth model] è che esso presuppone l’esistenza di paesi desiderosi di importare dalla Germania.
Il problema è che le autorità tedesche sono profondamente incapaci di comprendere adeguatamente il modello economico della Germania e le fonti del suo successo nelle condizioni storiche specifiche.


La cultura della stabilità alimenta l’instabilità

Profondamente radicato nel sistema delle convinzioni politiche ed economiche e nella “cultura della stabilità” della Germania, c’è il mantra della Bundesbank che la stabilità dei prezzi causa la crescita economica.
Il mantenimento della stabilità dei prezzi ha davvero funzionato bene sia per la Germania che per la Bundesbank prima dell’euro, quando i partner commerciali erano bloccati in un sistema di tassi di cambio nominali stabili.
Perché in quelle condizioni il mantenimento dell’inflazione tedesca al di sotto dell’inflazione dei principali partner commerciali ha fatto esplodere la competitività della Germania e ha oliato la sua macchina per le esportazioni.
Con la Bundesbank che manteneva sotto controllo la politica fiscale e i sindacati, il modello ha funzionato bene nel regime di Bretton Woods, quando le valute mondiali erano agganciate al dollaro.
Il modello è stato poi riavviato su scala europea negli anni Ottanta, con il Sistema Monetario Europeo [European Monetary System].
Una tardiva rivalutazione del marco tedesco poteva allora temporaneamente ristabilire l’equilibrio nel commercio internazionale, ma solo come punto di partenza per un nuovo ciclo di crescente competitività tedesca ottenuta grazie alla stabilità relativa dei prezzi, con la Germania che si affidava per la sua stessa crescita alla spesa eccessiva dei suoi partner commerciali. [ii]

L’unione monetaria europea ha costituito un impegno comune a mantenere l’inflazione al di sotto del due per cento in ciascun paese, un elemento che ha cambiato il gioco.
Tuttavia, le autorità tedesche non hanno colto la verità essenziale contenuta nel fatto che esportare il modello tedesco all’intera Europa attraverso l’Unione Economica e Monetaria fondata sul trattato di Maastricht avrebbe minato il funzionamento di questo modello per gli stessi tedeschi.
Un modello la cui efficacia dipende dal fatto che gli altri paesi si comportino diversamente non può funzionare se si costringono tutti gli altri paesi a comportarsi come la Germania.

La stabilità e la coesione della zona euro richiedono che gli andamenti dei costi del lavoro unitari nazionali siano allineati con l’obiettivo comune [di un’inflazione] del due per cento.
Se però tutti gli altri paesi osservassero la norma della storica stabilità tedesca essi getterebbero una chiave inglese nel tradizionale motore tedesco per le esportazioni.
D’altra parte, divergenze persistenti degli andamenti dei costi del lavoro unitari nazionali causerebbero il disallineamento delle posizioni di competitività tra i paesi della zona euro - senza che, con l’euro, il riallineamento dei tassi di cambio sia più un’opzione per ristabilire l’equilibrio.


Quando negli anni Novanta il suo motore per le esportazioni fallì nel guidare l’economia nel modo usuale, la Germania si lanciò nella repressione salariale per “ristabilire” la sua competitività.
La disoccupazione di massa, attribuita generalmente alla riunificazione tedesca, sembrò offrire una scusa perfetta.
Le “riforme Hartz” degli anni Duemila furono semplicemente l’ultimo passo di un percorso che ha visto i costi unitari del lavoro tedeschi allontanarsi sistematicamente verso il basso dalla norma concordata per la stabilità [della zona euro], preparando il terreno per l’attuale crisi dell’euro.
La persistente repressione dei salari, unita all’austerità fiscale incondizionata, adottate nel nome della stabilità e della crescita, hanno guadagnato alla Germania il titolo di “malato dell’euro” negli anni Duemila.
Ancora peggio, mentre la Germania si ammalava, e diventava sempre più malata, questo ha minato la politica monetaria “unica” della Banca Centrale Europea.
Perché in una unione monetaria affinché la stessa politica si adatti a tutti [“one size must fit all”, “una misura deve andare bene per tutti”] è necessario che tutti siano pressappoco nelle stesse condizioni.
Regolata per adattarsi alla media della zona euro, la politica monetaria divenne troppo restrittiva per la Germania ma troppo accomodante per altri paesi membri della zona euro, alimentando bolle immobiliari nella periferia della zona euro
Mentre i prezzi degli immobili scendevano in Germania, le fragilità finanziarie e le bolle che si accumulavano altrove creavano quell’eccesso di spesa del quale la Germania aveva bisogno per accendere il suo motore per le esportazioni, silenziosamente oliato con graduali ma cumulativi guadagni di competitività.
Prima della crisi, i crescenti squilibri esterni della Germania avevano la loro controparte principalmente in Europa.
Questo rendeva la Germania molto vulnerabile alla spesa eccessiva dei suoi partner europei, sia in termini commerciali che finanziari.
Perché anche la finanza tedesca ha favorito l’esplosione del credito nei paesi della zona euro colpiti dalla crisi, attraverso rifinanziamenti concessi in modo liberale alle banche spagnole e irlandesi ad esempio.


Un rifugio vulnerabile

I flussi dei prestiti privati, prima esuberanti, sono terminati con la crisi dell’euro.
I prestiti ufficiali e il bilancio della BCE sono accorsi per il salvataggio, fino a un certo punto, ma solo per caricare ancora maggiori debiti sulle spalle di paesi già in difficoltà.
Alla fine, la Germania può soddisfare il suo apparente desiderio di avanzi commerciali permanenti solo per mezzo di trasferimenti fiscali.
E’ un’ironia che il mercantilismo tedesco abbia reso l’unione fiscale inevitabile - quando un’unione fiscale è ciò che il paese teme di più.
La Germania però continua a negarlo, e sinora la crisi dell’euro le ha dato due importanti vantaggi: tassi di interesse ultra bassi, grazie al fatto che è considerata un rifugio, e un tasso di cambio dell’euro che è molto più debole di quello che sarebbe richiesto dal saldo estero dell’economia tedesca.
Ma che la Germania possa aver vinto la crisi dell’euro è un’illusione.
Le attività estere della Germania comprendono enormi esposizioni verso i suoi partner della zona euro, compresi i famigerati saldi TARGET2.
Una rottura dell’euro infliggerebbe enormi perdite di ricchezza alla Germania insieme all’apprezzarsi di un nuovo marco tedesco che paralizzerebbe il motore per le esportazioni tedesco. [iv].
Con così tanto da guadagnare dall’evitare la calamità rappresentata dalla fine dell’euro, quale tipo di campanello di allarme servirà per far uscire la leadership tedesca dalla trappola intellettuale che si è costruita?

Proprio come la deflazione salariale e un’austerità fiscale senza senso hanno reso la Germania malata negli anni Duemila, oggi assistiamo a una cieca ripetizione di quell’esperienza in tutta l’unione monetaria.
Il fatto che la Germania si sia affidata come un parassita alla domanda estera ha causato l’attuale e ampiamente irrisolta crisi dell’euro.
L’attuale condizione dell’economia mondiale non sembra adatta a tollerare un simile tentativo da parte di una Europa germanizzata.
L’unione monetaria europea deve incominciare a gestire - piuttosto che soffocare sistematicamente - la domanda interna.
Gli Stati Uniti, non il mercantilismo tedesco, costituiscono il modello giusto per l’Europa.
Le istituzioni e le politiche devono essere riformate di conseguenza.


__________

Jörg Bibow è professore di economia presso lo Skidmore College (Saratoga Springs, New York), ricercatore associato presso il Levy Economics Institute of Bard College (Annandale-on-Hudson, New York), e membro del Bretton Woods Committee (Washington, DC). I suoi principali interessi di ricerca sono la finanza internazionale e l’integrazione europea. Ha pubblicato ampiamente su questi temi .

__________

RIFERIMENTI
[i]
Reisenbichler and Morgan (2013). How German won the Euro Crisis”, Foreign Affairs, June 20.

[ii] 
Bibow (2013). “On the Franco-German euro contradiction and ultimate euro battleground“, Contributions to Political Economy 32: 127-49. Levy Economics Institute, Working Paper no. 762, April.

[iii] 
Bibow (2012). “The Euroland crisis and Germany’s euro trilemma“, International Review of Applied Economics Online. Levy Economics Institute, Working Paper no. 721, May.

[iv] 
Bibow (2013). “Germany and the Euroland crisis: The making of a vulnerable haven“, Levy Economics Institute, Working Paper no. 767, June.


[FINE]


sabato 24 agosto 2013

La svalutazione interna a Fontamara




Ignazio Silone

Fontamara

1930, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985, pp. 47, 175-180.


“Vedi”, gli disse “in città succedono molti fatti. In città, ogni giorno, dicono, esce un giornale e racconta almeno un fatto. In capo all’anno, quanti fatti sono? Centinaia e centinaia. E in capo a vari anni? Migliaia e migliaia. Immagina. Come può un cafone, un povero cafone, un povero verme della terra conoscere tutti questi fatti? Non può. Ma una cosa sono i fatti, un’altra è chi comanda. I fatti cambiano ogni giorno, chi comanda è sempre quello. L’autorità è sempre quella.”






Berardo, Scarpone e io avevamo un piccolo credito con don Circostanza per un reimpianto di viti in una sua vecchia vigna dietro il cimitero che l’anno prima era stata sradicata da un’alluvione.
Una domenica mattina andammo da lui per essere soddisfatti del nostro avere [...].
Don Circostanza ci strinse la mano e ci fece accomodare con segni di grande cordialità.
“Quante giornate vi devo?” ci chiese.
Berardo doveva avere quindici giornate, Raffaele e io dodici; per una persona istruita come don Circostanza il conto non era difficile.
Ma l’Amico del Popolo [don Circostanza] fece all’improvviso la faccia scura.
Rimase per alcuni momenti in silenzio.
Andò due o tre volte avanti e indietro per lo studio.
Guardò dalla finestra e origliò alla serratura della porta per sentire se qualcuno ascoltasse.
Poi ci si avvicinò e ci disse sottovoce:
“E’ terribile. Voi non potete immaginare come il Governo ci perseguiti. Ogni giorno il Governo inventa una nuova legge contro di noi. Non siamo più liberi nemmeno dei nostri soldi.”
Queste parole ci fecero una certa impressione.
Il Governo cominciava dunque a perseguitare anche i galantuomini?
“Vostra signoria non ha che da dire una parola” rispose Berardo in un tono che da qualche tempo aveva smesso “e tutti i cafoni insorgeranno."
“Non si tratta di questo”, disse don Circostanza spaventato “ma di una prepotenza più raffinata. Ecco, là erano le tre buste che avevo preparato per voi. Una per ognuno con il salario pattuito.”
Sul tavolo infatti c’erano tre buste.
“Avevo tutto preparato” continuò egli “com’era stato pattuito. Non avevo trattenuto un solo centesimo. Mi credete?”
Perché non dovevamo credergli?
Egli ci strinse di nuovo la mano, con riconoscenza.
“Ebbene”, riprese a dire “ho ricevuto il nuovo contratto di lavoro per gli operai agricoli della provincia. E’ stato per me un colpo inatteso e terribile. Leggete con i vostri occhi.”
Presi con diffidenza un giornale che don Circostanza mi porse e poiché egli insisteva lessi alcuni punti segnati con il lapis rosso.
Secondo quello scritto il salario corrente degli operai agricoli era ridotto del quaranta per cento per gli uomini dai 19 ai 60 anni, cioè, per noi.
“Non è strano? Ditemi, non è terribile?” egli interruppe. “Puoi continuare” mi disse “non è finito”.
In continuazione lessi che i lavori di miglioramento, i nuovi impianti o reimpianti di vigneti, oliveti e frutteti, le costruzioni di concimaie, i riempimenti, l’espurgo, lo scavo di fossati, le estirpazioni di piante e le aperture di strade, hanno carattere straordinario, intesi ad alleviare la disoccupazione e come tali devono essere compensati con mercedi inferiori a quelle stabilite, con una riduzione fino al venticinque per cento.
“Non è insopportabile?” riprese a dire l’avvocato. "Cosa ha a che fare la legge tra padroni e cafoni? Dove andrà a finire la nostra libertà?”
L’inganno era evidente.
Si trattava di una nuova invenzione per derubarci in nome della legge.
Don Circostanza era stato sempre maestro in simili trucchi.
Egli aveva, tra l’altro, la furberia di ricomprare da una bancarella locale le cambiali inesigibili, a un terzo o a un quarto del loro valore, e le faceva scontare ai cafoni debitori con giornate lavorative; in modo che questi faticavano senza salario e lui se la cavava con una miseria.
Perciò quel giorno, prima di entrare nel suo studio, avevamo fatto un piccolo esame di coscienza. Ci eravamo interrogati: “Nessuno di noi ha qualche cambialetta in protesto? Qualche cambialetta dimenticata?” Nessuno.
Ma quella volta l’inganno era diverso.
“Là ci sono le tre buste” osservò Berardo semplicemente; “noi ce le prendiamo e tutto è a posto”.
E Berardo fece l’atto di prendere la sua busta.
Ma don Circostanza, che se l’aspettava, prevenne il gesto.
“Cosa?” si mise a gridare cambiando voce ed espressione. “In casa mia queste prepotenze?”
Io mi interposi subito per non lasciar compromettere Berardo.
“Non è una prepotenza” dissi. “Noi abbiamo lavorato per una data paga e un certo numero di giorni. Non è difficile fare il conto di quello che dobbiamo avere e restiamo amici come prima.”
“E la legge?” riprese a gridare, contro di me, l’avvocato. “Dove va a finire la legge? Sapete voi quali pene rischia chi trasgredisce simili leggi? Voi non lo sapete, voi siete ignoranti, ma io lo so. Io non voglio andare in galera per causa vostra.”
“La legge di Mosé dice di non rubare” io aggiunsi.
“La legge di Mosé serve per il tribunale di Dio” mi replicò don Circostanza. “Quaggiù comanda la legge del Governo. D’altronde non sono io che devo far rispettare la legge. Se voi non vi persuadete con le buone, non mi resta che chiamare i carabinieri.”
Quest’ultima parola produsse uno strano effetto e lo stesso don Circostanza mi parve subito pentito di averla pronunciata.
Per Berardo fu come una frustata in faccia che lo fece scattare in piedi, ma io mi avvicinai a lui ed egli capì e tornò a sedersi.
Si stabilì un silenzio imbarazzante.
“Non vorrei essermi spiegato male” balbettò l’avvocato. “Anche la mia vita è difficile.”
Poteva persino darsi che dicesse il vero.
Su una parete dello studio c’era una grande fotografia del figlio morto in guerra e accanto quella della moglie ricoverata al manicomio.
E a guardarlo si capiva che don Circostanza non era più l’uomo fortunato e gioviale di un tempo; ma era un motivo perché affliggesse noi, assai più disgraziati di lui?
“Quando sta male il pastore, stanno male anche le pecore” egli aggiunse quasi per rispondere ai nostri pensieri.
Berardo era come un uomo in catene che freme e si dimena, ma non può e neppure vuole liberarsi dalle catene.
Egli sembrava assai avvilito e umiliato e non osava guardare dalla parte di Scarpone.
“Quanto fa?” chiese Berardo tra i denti.
Don Circostanza fu assai sorpreso dalla insolita remissività di Berardo ed ebbe il cattivo gusto di congratularsi con lui.
“Se tu avessi dimostrato sempre lo stesso buon senso di ora”, gli disse” non è per rinfacciartelo, ma la tua condizione sarebbe migliore.”
Andò allo scrittoio; prese la busta di Berardo e ne trasse il denaro.
Prese un foglio di carta e un lapis e cominciò a borbottare i conti:
“Secondo la legge” disse “dobbiamo innanzitutto togliere il quaranta per cento. Dalla somma che resta, secondo la legge, dobbiamo togliere il venticinque per cento come alleviamento della disoccupazione. Restano per Berardo trentotto lire [delle ottantaquattro dovute, se l'Amico del Popolo ha fatto i conti correttamente]. Caro Berardo mi dispiace, ma la colpa è del Governo.”
Poi don Circostanza prese la mia busta e ne trasse il denaro.
Su di essa riprese a scarabocchiare i suoi calcoli: mi restavano trentaquattro lire.
La stessa strana operazione egli ripeté sulla busta di Scarpone.
Trentaquattro lire per dodici giornate di fatica.
Quel compenso era talmente irrisorio che sembrava una stregoneria.
Val la pena, pensavo, val la pena di continuare a zappare la terra per essere beffati in tal modo? [...]
In vena di generosità e per dimostrare che non ci serbava rancore, don Circostanza chiamò la serva e ci offrì un bicchiere di vino.
(Purtoppo, noi lo bevemmo.)


__________


Negli anni Venti la quota 90, oggi l’euro.


giovedì 22 agosto 2013

La teoria delle grandi depressioni



Irving Fisher

The Debt-Deflation Theory of Great Depressions

Econometrica, Vol. 1, No. 4 (Oct., 1933), pp. 337-357.
Pubblicazione disponibile qui.


La teoria delle grandi depressioni                                               come effetto del debito e della deflazione

[ Traduzione di Giorgio D.M. ]


Nel libro Booms and Depressions ho sviluppato, sia dal punto di vista teorico che statistico, quella che potrebbe essere chiamata una teoria delle grandi depressioni come effetto del debito e della deflazione.
Nella prefazione, affermavo che i risultati “sembrano ampiamente nuovi”, mi esprimevo così cautamente a causa della mia scarsa familiarità con la vasta letteratura sull’argomento.
Da quando il libro è stato pubblicato le sue speciali conclusioni sono state ampiamente accettate e, per quanto ne so, nessuno ha ancora trovato che esse fossero state anticipate da scrittori precedenti, sebbene diversi, incluso io stesso, abbiano attivamente ricercato queste anticipazioni.
Due delle maggiori autorità in questo campo mi hanno assicurato che quelle conclusioni sono, usando le parole di una di esse, “sia nuove che importanti”.

In parte per specificare quali di queste speciali conclusioni sono ritenute nuove e in parte per collocarle nelle conclusioni di altri studiosi in questo campo, offro questo saggio che contiene, in breve, quello che è il mio attuale “credo” sull’intero argomento della cosiddetta “teoria del ciclo”.
Il mio “credo” consiste di 49 “articoli” alcuni dei quali sono vecchi e altri nuovi.
Dico “credo” perché, per brevità, è volutamente esposto dogmaticamente e senza prove.
Ma non si tratta di un credo nel senso che la mia fede in esso non si basi sulle evidenze e che io non sia pronto a modificarlo a fronte della presentazione di nuove evidenze.
Al contrario, è piuttosto un tentativo.
Può servire come una sfida lanciata agli altri e come una materia grezza che possa aiutarli a elaborare un prodotto migliore.
Intanto, quella che segue è la lista delle mie 49 conclusioni provvisorie.


La "teoria del ciclo” in generale
1.
Il sistema economico contiene innumerevoli variabili – le quantità dei “beni” (ricchezza materiale, diritti di proprietà, e servizi), i prezzi di questi beni, e i loro valori (le quantità moltiplicate per i prezzi).
Cambiamenti di una o di tutte le variabili di questa lunga lista possono essere dovute a molte cause.
Solo nell’immaginazione tutte queste variabili possono rimanere costanti ed essere mantenute in equilibrio dalle forze bilanciate dei desideri umani, come si mostra con “l’offerta e la domanda”.

2.
La teoria economica include uno studio sia (a) di un tale immaginario e ideale equilibrio – che può essere stabile o instabile – che (b) del disequilibrio.
Il primo è la statica economica; il secondo, la dinamica economica.
La cosiddetta teoria del ciclo è semplicemente una parte dello studio del disequilibrio economico.

3.
Lo studio del disequilibrio può essere condotto in due modi.
Possiamo scegliere come oggetto di studio un caso storico reale di grande disequilibrio, come ad esempio il panico del 1873; o possiamo scegliere come oggetto di studio una qualsiasi tendenza singola, come ad esempio la deflazione, e scoprire le sue leggi generali, le sue relazioni e le sue combinazioni con altre tendenze.
Il primo tipo di studio si rivolge agli eventi, ovvero ai fatti; il secondo, alle tendenze.
Il primo tipo di studio è principalmente storia dell’economia; il secondo è principalmente scienza economica.
Entrambi sono appropriati ed importanti. L’uno è di ausilio all’altro.
Il panico del 1873 può essere compreso solo alla luce delle diverse tendenze coinvolte – la deflazione e altre; e la deflazione può essere compresa solo alla luce delle sue diverse manifestazioni storiche – il 1873 e altre.

4.
La vecchia e apparentemente tuttora persistente nozione “del” ciclo economico, considerato come un unico, semplice ciclo che si genera da sé (analogo a quello di un pendolo che oscilla sotto l’influenza della sola forza di gravità) e che si è realmente manifestato storicamente in crisi ricorrenti in modo regolare, è un mito.
Invece di una sola forza ci sono diverse forze.
Specificatamente, invece di un ciclo, ci sono diversi cicli che coesistono, e che costantemente si rinforzano o si neutralizzano l’un l’altro, e che inoltre coesistono con molte altre forze che non sono cicliche.
In altre parole, mentre un ciclo, concepito come un fatto, o un evento storico, non esiste, ci sono sempre innumerevoli cicli, lunghi e corti, grandi e piccoli, concepiti come tendenze (oltre a numerose tendenze non cicliche), e ogni evento storico è la risultante di tutte le tendenze che operavano al suo verificarsi.
Ogni singolo ciclo, per quanto perfetto e simile a una curva sinusoidale possa tendere ad essere, sicuramente subisce l’interferenza di altre tendenze.

5.
Le innumerevoli tendenze che concorrono usualmente al verificarsi di un disequilibrio economico, possono essere classificate in tre gruppi: (a) le tendenze alla crescita o gli andamenti di lungo periodo, che sono stabili; (b) i disturbi casuali, che sono instabili; (c) le tendenze cicliche, che sono instabili ma che si ripetono stabilmente.

6.
Ci sono due tipi di tendenze cicliche.
Un tipo è “forzato” o imposto sul sistema economico dall’esterno. Tale è il ritmo annuale; e anche il ritmo giornaliero. Sia il ritmo annuale che quello giornaliero ci sono imposti dall’esterno del sistema economico dalle forze astronomiche; e ce ne possono essere altri come le macchie solari o i transiti di Venere. Altri esempi di cicli “forzati” sono i ritmi mensili e settimanali a noi imposti dall’abitudine e dalla religione.
Il secondo tipo di tendenza ciclica è il ciclo “libero”, non forzato dall’esterno, ma che si genera da sé, e che opera in modo simile al moto di un pendolo o di una onda.

7.
E’ il tipo di ciclo “libero” che apparentemente predomina nella concezione della massima parte delle persone quando esse parlano “del” ciclo economico.
Il ciclo annuale, sebbene approssimi meglio di qualunque altro un ciclo perfetto, è raramente considerato un ciclo ma ci si riferisce ad esso come a una “variazione stagionale”.

8.
Ci può essere un equilibrio che, sebbene stabile, sia così delicato che, con uno spostamento da esso oltre un certo limite, la instabilità segue immediatamente, proprio come, all’inizio, un ramo può piegarsi sotto sforzo, sempre pronto a riprendere la forza iniziale, finché si raggiunge un certo punto, nel quale esso si spezza.
Questa similitudine probabilmente si applica quando un debitore fallisce, o quando il fallimento di molti debitori costituisce un “crollo”, dopo il quale non c’è modo di ritornare all’equilibrio di partenza.
Per prendere un'altra similitudine, un disastro di questo tipo è in un certo senso come il rovesciamento di una imbarcazione che, in condizioni ordinarie, è sempre vicina a un equilibrio stabile ma che, dopo essere stata inclinata oltre un certo angolo, non ha più questa tendenza a ritornare all’equilibrio ma ha invece una tendenza ad allontanarsi ancora di più da esso.

9.
Possiamo provvisoriamente assumere che, ordinariamente ed entro ampi limiti, tutte, o quasi tutte, le variabili economiche tendono, in generale, verso un equilibrio stabile.
Illustrando, nelle nostre lezioni, le curve dell’offerta e della domanda noi assumiamo molto correttamente che se il prezzo, ad esempio, dello zucchero è al di sopra del punto nel quale l’offerta e la domanda sono uguali, esso tende a cadere, e se è al di sotto, a salire.

10.
Con queste assunzioni, e tenendo conto dell’“attrito economico”, che è sempre presente, si ha che, a meno che intervenga una qualche forza esterna, ogni oscillazione “libera” intorno all’equilibrio deve tendere progressivamente a ridursi sempre di più, così come una sedia a dondolo messa in movimento tende a fermarsi.
In altre parole, mentre i cicli “forzati”, come quello stagionale, continuano con la stessa ampiezza, i cicli “liberi” ordinari tendono a cessare, dando luogo all’equilibrio.

11.
Ma l’equilibrio esatto così ricercato è raggiunto raramente e mai mantenuto a lungo.
E’ certo, parlando dal punto di vista umano, che nuovi disturbi si verificheranno, così che, nella realtà delle cose, ogni variabile è quasi sempre al di sopra o al di sotto dell’equilibrio ideale.
Per esempio, il caffé in Brasile può essere sovra-prodotto, cioè può essere più di quello che sarebbe stato prodotto se i produttori avessero saputo prima che non avrebbero potuto venderlo con un profitto. O può esserci un raccolto del cotone insufficiente. O le scorte industriali o commerciali possono essere al di sotto o al di sopra del punto di equilibrio.
Dal punto di vista teorico ci possono essere – e in realtà, quasi sempre ci devono essere – sovra o sotto produzione, sovra o sotto consumo, sovra o sotto spesa, sovra o sotto risparmio, sovra o sotto investimento, e sovra o sotto qualsiasi altra cosa.
E’ assurdo assumere che, in un qualsiasi intervallo di tempo, le variabili del sistema economico, o un qualsiasi sottoinsieme di esse, rimarranno “ferme”, in perfetto equilibrio, esattamente come lo è assumere che l’Oceano Atlantico possa non avere neppure un’onda.

12.
Le variabili rilevanti che possono essere, e ordinariamente sono, al di sopra o al di sotto dell’equilibrio sono: (a) quelle relative al capitale, come le abitazioni, le fabbriche, le navi, in generale la capacità produttiva, le scorte, l’oro, la moneta, i crediti, e i debiti; (b) quelle relative al reddito, come il reddito reale, il volume del commercio, le azioni scambiate; (c) quelle relative ai prezzi, come i prezzi dei titoli, i prezzi delle merci, il tasso di interesse.

13.
Ci può anche essere una sovra-produzione generale in due sensi: (a) ci possono essere, in generale, in un certo istante temporale, scorte o merci a magazzino eccessive, o (b) ci può essere, in generale, in un certo intervallo di tempo, un flusso troppo rapido della produzione.
La nozione classica per la quale la sovra-produzione può essere solo relativa, cioè tra prodotti differenti, è errata.
Tralasciando l’abbondanza o la scarsità dei prodotti particolari, degli uni in relazione con gli altri, la produzione nel suo complesso è in relazione con i desideri e le avversioni degli uomini, e può essere nel suo complesso eccessiva o insufficiente rispetto al punto di equilibrio.
In realtà, tranne che per brevi momenti, ci deve sempre essere un certo grado di sovra-produzione complessiva o di sotto-produzione complessiva e in entrambi i sensi – giacenze e flussi.

14.
Però, in pratica, la sovra-produzione, diversamente da come comunemente si pensa, non è mai stata, per quanto ho potuto scoprire, una causa principale di un grande disequilibrio.
La ragione, o una ragione, del luogo comune sulla sovra-produzione è l’errore di scambiare la scarsità della moneta con l’abbondanza delle merci.

15.
Mentre ogni deviazione dall’equilibrio di una variabile economica dal punto di vista teorico può generare, e senza dubbio in pratica genera, delle oscillazioni, la questione importante è: quali variabili hanno generato disturbi così rilevanti da consentire una spiegazione reale delle grandi espansioni e depressioni economiche della storia?

16.
Non ho una sufficiente familiarità con la lunga e dettagliata storia di questi disturbi, né con la colossale letteratura riguardante le spiegazioni avanzate per essi, per aver raggiunto una conclusione definitiva sulla importanza relativa di tutte le influenze esistenti. Sono desideroso di imparare degli altri.

17.
Secondo la mia attuale opinione, che è puramente provvisoria, c’è un grano di verità nella massima parte delle spiegazioni offerte comunemente ma questo grano è spesso piccolo.
Ognuna di esse può essere sufficiente per spiegare piccoli disturbi, ma tutte queste spiegazioni messe insieme sono probabilmente inadeguate a spiegare grandi disturbi.

18.
In particolare dubito dell’adeguatezza, come spiegazioni del cosiddetto ciclo economico, o  dei cicli, quando questi sono davvero gravi, della sovra-produzione, del sotto-consumo, della sovra-capacità, del disallineamento dei prezzi, del mancato aggiustamento dei prezzi tra il settore agricolo e quello industriale, dell’eccesso di fiducia, del sovra-investimento, dell’eccesso di risparmio, dell’eccesso di spesa, e della discrepanza tra il risparmio e l’investimento.

19.
Arrischio l’opinione, soggetta a correzione a fronte della presentazione di nuova evidenza, che nelle grandi espansioni e depressioni economiche, ciascuno dei fattori sopra richiamati abbia giocato un ruolo secondario rispetto a due fattori dominanti, e cioè il sovra-indebitamento all’inizio e la deflazione immediatamente dopo; e anche che quando qualcuno degli altri fattori ha assunto un ruolo rilevante, lo abbia assunto spesso semplicemente come conseguenza o come sintomo di questi due.
In breve, i due grandi e nocivi attori sono i disturbi relativi al debito e i disturbi relativi al livello dei prezzi.
Mentre sono abbastanza pronto a cambiare la mia idea, ho, al momento, una forte convinzione che queste due malattie economiche, la malattia del debito e la malattia del livello dei prezzi (o la malattia del dollaro) siano, nelle grandi espansioni e depressioni economiche, cause più importanti di tutte le altre messe insieme.

20.
Alcuni degli altri fattori generalmente di minore rilevanza spesso assumono una qualche importanza quando sono combinati con uno o entrambi questi due fattori dominanti.
Così il sovra-investimento e la speculazione eccessiva sono spesso importanti, ma essi avrebbero delle conseguenze molto meno gravi se non fossero compiuti con denaro preso in prestito.
In altre parole, il sovra-indebitamento può dare importanza al sovra-investimento e alla speculazione eccessiva.
Lo stesso è vero per quanto riguarda l’eccesso di fiducia. Immagino che un eccesso di fiducia raramente causi un grande danno tranne che quando, in quanto, e se, esso spinge le sue vittime a indebitarsi.
Un altro esempio è il mancato aggiustamento dei prezzi tra i settori agricolo e industriale, che si può mostrare essere il risultato di un cambiamento nel livello generale dei prezzi.

21.
I disturbi in questi due fattori – il debito e il potere di acquisto dell’unità monetaria – causano gravi disturbi in tutte, o quasi tutte, le altre variabili economiche.
D’altro canto, se il debito e la deflazione fossero assenti, gli altri disturbi non avrebbero il potere di condurre a crisi paragonabili per gravità a quelle del 1837, del 1873 e degli anni 1929-1933.


I ruoli del debito e della deflazione

22.
Non può essere fornito un elenco esaustivo delle variabili secondarie influenzate dalle due variabili primarie, il debito e la deflazione; ma esse includono principalmente sette variabili, portando ad almeno nove il numero delle variabili principali, le seguenti: i debiti, la moneta in circolazione, la sua velocità di circolazione, i livelli dei prezzi, i valori netti, i profitti, il commercio, la fiducia degli imprenditori, i tassi di interesse.

23.
Le relazioni principali tra i nove fattori principali possono essere dedotte, assumendo, per incominciare, che l’equilibrio economico generale sia disturbato dal solo fattore del sovra-indebitamento e, in particolare, assumendo che non ci sia alcuna altra influenza, sia accidentale che programmata, che tenda ad influenzare il livello dei prezzi.

24.
Assumendo, di conseguenza, che, in un certo istante temporale, esista uno stato di sovra-indebitamento, questo tenderà a condurre alla liquidazione [dei debiti, cioè alla chiusura delle posizioni debitorie], a causa dell’allarme dei debitori o dei creditori o di entrambi.
Poi possiamo dedurre la seguente catena di conseguenze in nove passaggi: (1) la liquidazione dei debiti [debt liquidation] conduce a vendite in condizioni di difficoltà [distress selling] e (2) alla contrazione dei depositi bancari [contraction of deposit currency], dato che i prestiti delle banche vengono rimborsati, e a un rallentamento della velocità di circolazione.
Questa contrazione dei depositi bancari e della loro velocità di circolazione causata dalle vendite in condizioni di difficoltà,  causa (3) una caduta del livello dei prezzi o, in altre parole, un incremento del dollaro.
Assumendo, come si è detto sopra, che questa caduta non sia contrastata con una reflazione o con altri mezzi, ci deve quindi essere (4) una ancora maggiore caduta del valore netto delle imprese, che causa fallimenti e (5) una simile caduta dei profitti, che in una società capitalista, cioè in una società guidata dai profitti privati, conduce le imprese che conseguono delle perdite a generare (6) una riduzione della produzione, del commercio e dell’occupazione.
Perdite, fallimenti e disoccupazione conducono (7) al pessimismo e alla perdita della fiducia, che a loro volta conducono (8) all’accumulazione della moneta e a un ulteriore rallentamento della velocità di circolazione.
Gli otto cambiamenti elencati sopra causano (9) complicati disturbi nei tassi di interesse, in particolare, una caduta del tasso di interesse nominale, o in termini di moneta, e un incremento del tasso di interesse reale, o in termini di merci.
Evidentemente, il debito e la deflazione vanno molto lontano nello spiegare una grande massa di fenomeni in un modo molto semplice e logico.

25.
La catena di cause descritta sopra, che consiste di nove collegamenti, include solo alcune delle relazioni tra i nove fattori.
Ci sono altre relazioni dimostrabili, sia dal punto di vista teorico che empirico, e senza dubbio ne esistono anche delle altre che non possono, tuttavia, al meno, essere affatto formulate. 1
Devono inoltre esserci delle relazioni indirette che coinvolgono delle variabili non incluse nel gruppo delle nove considerate.

26.
Una delle più importanti di queste relazioni (probabilmente troppo poco evidenziata nel mio Booms and Depressions) è l’effetto diretto della diminuzione della moneta, dei depositi bancari, e della loro velocità di circolazione, nel ridurre il commercio, come è evidenziato dal fatto che il commercio è stato rivitalizzato localmente dall’introduzione di moneta di emergenza senza alcun incremento del livello dei prezzi.

27.
Nella cronologia effettiva degli avvenimenti, l’ordine dei nove eventi è in qualche modo differente dall’ordine “logico” con il quale sono stati presentati sopra, e si verificano reazioni e effetti ripetuti.
Come ho affermato nell’Appendice I di Booms and Depressions:

“la seguente tabella dei nostri nove fattori, che si manifestano e ricorrono (insieme alle vendite in condizioni di difficoltà), dà un’illustrazione abbastanza tipica, anche se ancora inadeguata,  degli avvenimenti incrociati di una depressione nell’ordine approssimativo con il quale si ritiene che essi si manifestino usualmente. (La prima manifestazione di ciascun fattore e le sue specificazioni sono indicate in corsivo. I numeri tra parentesi indicano la loro sequenza nell’esposizione fatta più sopra).
I
(7) Leggera depressione e scossa alla fiducia
(8) Leggero rallentamento della velocità di circolazione
(1) Liquidazione dei debiti

II
(9) Il tasso di interesse nominale sui prestiti più sicuri diminuisce
(9) Ma il tasso di interesse nominale sui debiti più rischiosi aumenta

III
(2) Vendite in condizioni di difficoltà
(7) Depressione più accentuata
(3) Diminuzione dei prezzi dei titoli
(1) Maggiore liquidazione dei debiti
(3) Diminuzione dei prezzi delle merci

IV
(9) Incremento del tasso di interesse reale; I DEBITI REALI AUMENTANO
(7) Maggiore pessimismo e sfiducia
(1) Maggiore liquidazione dei debiti
(2) Maggiori vendite in condizioni di difficoltà
(8) Maggiore rallentamento della velocità di circolazione

V
(2) Maggiori vendite in condizioni di difficoltà
(2) Contrazione dei depositi bancari
(3) Ulteriore incremento del dollaro

VI
(4) Diminuzione dei valori netti
(4) Incremento dei fallimenti
(7) Maggiore pessimismo e sfiducia
(8) Maggiore rallentamento della velocità di circolazione
(1) Maggiore liquidazione dei debiti

VII
(5) Diminuzione dei profitti
(5) Incremento delle perdite
(7) Incremento del pessimismo
(8) Rallentamento della velocità di circolazione
(1) Maggiore liquidazione dei debiti
(6) Riduzione del volume delle azioni scambiate

VIII
(6) Diminuzione delle costruzioni
(6) Diminuzione della produzione
(6) Diminuzione del commercio
(6) Disoccupazione
(7) Maggiore pessimismo

IX
(8) Accumulazione della moneta

X
(8) Corse agli sportelli delle banche
(8) Le banche riducono i prestiti per proteggersi
(8) Le banche vendono le attività nelle quali hanno investito
(8) Le banche falliscono
(7) La sfiducia cresce
(8) Maggiore accumulazione della moneta
(1) Maggiore liquidazione dei debiti
(2) Maggiori vendite in condizioni di difficoltà
(3) Ulteriore incremento del dollaro

Come è stato detto, questo ordine (o un qualsiasi altro ordine, per questo) può essere solo approssimativo e soggetto a variazioni nei diversi tempi e luoghi. Esso rappresenta la mia personale supposizione di come, se non si interferisce troppo con essi, è probabile che i nove fattori selezionati per uno studio esplicito in questo libro si presentino in successione nella maggior parte dei casi.
Ma, come pure è stato detto, l’idea stessa di una singola successione è in sé inadeguata, perché ad esempio mentre il fattore (1) agisce sul fattore (2), esso agisce anche direttamente sul fattore (7) così che davvero avremmo bisogno di una rappresentazione di flussi che si suddividono o, meglio, di una rete di fattori che interagiscono nella quale ciascuno può essere rappresentato come allo stesso tempo influenzante ed influenzato da alcuni o da tutti gli altri fattori.”

Il paragrafo 24 più sopra dà un ordine logico, e il paragrafo 27 uno cronologico, di come le principali variabili divergono in una depressione una volta che questa sia iniziata a causa del sovra-indebitamento.

28.
Occorre tuttavia osservare che, tranne la prima e l’ultima dell’ordine “logico”, cioè quelle riguardanti il debito e l’interesse sui debiti, tutte le fluttuazioni elencate si manifestano attraverso una caduta dei prezzi.

29.
Quando il sovra-indebitamento è da solo, cioè quando non conduce a una caduta dei prezzi, ovvero quando la sua tendenza a provocarla è contrastata da forze inflattive (sia accidentali che programmate), il “ciclo” risultante sarà molto più attenuato e molto più regolare.

30.
Nello stesso modo, quando si verifica una deflazione generata da cause diverse dal debito e senza un grande volume del debito, i mali risultanti saranno molto minori.
E’ la combinazione di entrambi – per prima si manifesta la malattia del debito che poi precipita nella malattia del dollaro – che provoca la più grande devastazione.

31.
Le due malattie agiscono e reagiscono l’una con l’altra. I patologi stanno oggi scoprendo che gli effetti di una coppia di malattie che si verificano contemporaneamente sono talvolta peggiori degli effetti di ciascuna di esse o anche della mera somma degli effetti di ciascuna di esse presa singolarmente, per dire. E tutti noi sappiamo che una malattia minore può condurre a una più grave. Proprio come un brutto raffreddore può condurre alla polmonite, così il sovra-indebitamento conduce alla deflazione.

32.
E viceversa, la deflazione causata dal debito reagisce sul debito.
Ogni dollaro di debito non ancora rimborsato diventa un dollaro più pesante, e se il sovra-indebitamento dal quale si inizia è abbastanza grande, la liquidazione dei debiti non può tenere il passo con la caduta dei prezzi che essa genera.
In questo caso, la liquidazione dei debiti sconfigge se stessa.
Mentre essa diminuisce il numero dei dollari dovuti, la liquidazione dei debiti può non farlo così velocemente come essa incrementa il valore di ciascun dollaro ancora dovuto.
Allora, proprio lo sforzo dei singoli individui di ridurre l'onere dei loro debiti lo incrementa, a causa dell’effetto di massa della corsa precipitosa, simile a una marea, a liquidare ogni singolo dollaro dovuto.
Quindi abbiamo il grande paradosso, che io propongo, che è il segreto principale della massima parte, se non di tutte, le grandi depressioni: più i debitori rimborsano e più devono rimborsare.
Più la barca economica si inclina e più tende ad inclinarsi. Non tende a raddrizzarsi, ma a capovolgersi.

33.
Ma se il sovra-indebitamento non è sufficientemente grande da far sì che la liquidazione dei debiti si sconfigga da sé, la situazione è differente e più semplice.
E’ allora più simile a un equilibrio stabile; più la barca oscilla e più tenderà a raddrizzarsi. In questo caso abbiamo un esempio più veritiero di un ciclo.

34.
Nel caso del “rovesciamento” in particolare, il peggio di esso è che i redditi reali si riducono rapidamente e progressivamente.
Uomini inattivi e macchinari inattivi significano una produzione ridotta e un reddito reale ridotto, il fattore centrale in tutta la scienza economica.
Incidentalmente questa sotto-produzione si verifica proprio nel momento in cui c’è l’illusione di una sovra-produzione.

35.
In questa rapida esposizione, non ho discusso di cosa costituisce sovra-indebitamento.
Sia sufficiente notare qui che (a) il sovra-indebitamento è sempre relativo ad altre variabili, tra le quali la ricchezza nazionale e il reddito e l’offerta di oro, quest’ultima è importante in modo speciale, come è stato evidenziato dalle ricerche recenti di Warren e Pearson; e (b) non è una semplice grandezza unidimensionale che deve essere misurata semplicemente con il numero dei dollari dovuti.
Il sovra-indebitamento deve anche considerare la distribuzione nel tempo delle somme che giungono a scadenza.
I debiti che devono essere pagati subito creano maggiori difficoltà di quelli che dovranno essere rimborsati tra un anno; e quelli che devono essere pagati a richiesta del creditore creano maggiori difficoltà di quelli rimborsabili in modo comodo per il debitore.
Così le difficoltà legate al debito sono maggiori per i prestiti revocabili e per le scadenze ravvicinate.
A fini pratici, possiamo approssimativamente stimare le difficoltà legate al debito nazionale totale considerando la somma totale attualmente dovuta, ad esempio, entro un anno, includendo i canoni di locazione, le imposte, gli interessi, le rate, i fondi di ammortamento, i prestiti che giungono a scadenza e ogni altro impegno di pagamento definito o non modificabile relativo al capitale preso in prestito.


Illustrati dalla depressione degli anni 1929-1933 2

36.
La depressione dalla quale stiamo ora (sono fiducioso) emergendo è un esempio del tipo più grave di una depressione causata dal debito e dalla deflazione.
I debiti nel 1929 erano ai massimi livelli conosciuti, sia in termini nominali che reali, fino a quel momento.
Essi erano abbastanza grandi non solo da “far ballare la barca” ma da avviarne il rovesciamento.
Fino al marzo del 1933, la liquidazione aveva ridotto i debiti del 20%, ma aveva incrementato il dollaro di circa il 75%, così che il debito reale misurato in termini di merci, si era accresciuto di circa il 40% [(100%-20%)x(100%+75%)=140%]. Si osservi la carta V.

37.
A meno che una qualche causa di contrasto intervenga per prevenire la caduta del livello dei prezzi, una depressione come quella degli anni 1929-1933 (cioè una depressione nella quale più i debitori rimborsano i prestiti e maggiore è il debito che devono ancora rimborsare) tende a continuare, approfondendosi sempre di più, in un circolo vizioso, per molti anni.
Non c’è allora alcuna tendenza della barca a smettere di rollare finché essa non si è rovesciata.
Alla fine, certamente, ma soltanto dopo un fallimento quasi universale, l’indebitamento deve smettere di crescere sempre di più e incominciare a crescere di meno.
Allora arriva la ripresa e una tendenza a una nuova sequenza di espansioni e depressioni economiche.
Questo è la cosiddetta via di uscita “naturale” dalla depressione, una via che passa in modo inutile e crudele attraverso i fallimenti, la disoccupazione e la fame.

38.
D’altra parte, se l’analisi precedente è corretta, è sempre possibile economicamente fermare o prevenire una depressione di questo tipo semplicemente incrementando il livello dei prezzi fino al livello medio al quale i debiti esistenti furono contratti dai debitori esistenti e assunti dai creditori esistenti, e mantenendolo fermo a quel livello.

Che il livello dei prezzi sia controllabile non è solo affermato dei teorici della moneta ma è stato anche evidenziato recentemente da due grandi eventi:
(1) la Svezia ha ad oggi mantenuto per quasi due anni un livello stabile dei prezzi, praticamente sempre all’interno di un intervallo del 2% intorno al livello medio scelto e normalmente all’interno di un intervallo dell’1%. Si osservi la carta IV.
(2)  Il fatto che un immediato rovesciamento della deflazione può essere facilmente ottenuto con l’uso, o anche solo con la prospettiva dell’uso, di mezzi adeguati è stato appena dimostrato dal Presidente Roosevelt. Si osservino le carte VII e VIII.


39.
Quelli che immaginano che la reflazione dichiarata da Roosevelt non sia la causa della ripresa ma che “avevamo comunque raggiunto il fondo” si sbagliano di grosso.
Comunque, non hanno fornito alcuna evidenza, per quello che ho visto, del fatto che avessimo raggiunto il fondo.
E se essi hanno ragione, la mia analisi deve essere miseramente errata.
Tutta l’evidenza, sulla base della mia analisi, mostra che il debito e la deflazione, che avevano generato il caos fino al 4 marzo 1933, erano allora più forti che mai e, se non fossero stati contrastati, avrebbero provocato il più grande naufragio di sempre, dopo il 4 marzo.
Se non fosse stata applicata la “respirazione artificiale”, avremmo presto visto il fallimento generalizzato delle compagnie di garanzia dei mutui immobiliari, delle banche di risparmio, delle compagnie di assicurazioni sulla vita, delle ferrovie, delle municipalità, e degli stati.
A quel punto il Governo Federale sarebbe probabilmente divenuto incapace di pagare i suoi creditori senza ricorrere alla stampa delle banconote, cosa che avrebbe costituito essa stessa un tipo molto tardivo e misero di respirazione artificiale.
Ma se anche allora i nostri governanti avessero insistito per “lasciare la ripresa alla natura” e avessero continuato a rifiutarsi di generare inflazione in un qualsiasi modo, se avessero tentato vanamente di portare in pareggio il bilancio e deciso di licenziare ancora più impiegati pubblici, di innalzare le imposte, di favorire, o di tentare di favorire, la concessione di maggiori prestiti, allora molto presto essi avrebbero cessato di essere i nostri governanti.
Perché noi avremmo avuto l’insolvenza dello stesso nostro governo nazionale, e probabilmente una qualche forma di rivoluzione politica che non avrebbe aspettato le prossime elezioni legali.
Gli agricoltori del mid-west avevano già incominciato a sfidare la legge.

40.
Se tutto questo è vero, sarebbe stupido e immorale “lasciare che la natura faccia il suo corso” come per un medico trascurare un caso di polmonite.
Sarebbe anche una diffamazione della scienza economica, che ha le sue terapie proprio come la scienza medica.

41.
Se la reflazione può ora così facilmente e velocemente invertire il corso mortale verso l’abisso della deflazione dopo quasi quattro anni, quando la depressione stava raccogliendo un maggiore slancio, allora sarebbe stato molto più facile, e lo sarebbe stato in un qualsiasi momento di questi quattro anni, fermarla prima.
In realtà, durante il mandato del Presidente Hoover, la ripresa sembrava ben avviata dagli acquisti della Federal Reserve sul mercato aperto, che avevano ravvivato i prezzi e l’attività economica nei mesi dal maggio al settembre 1932.
Gli sforzi non furono mantenuti e la ripresa venne fermata da varie circostanze, inclusa la politica “campagna del terrore”.
Sarebbe stato inoltre ancora più semplice prevenire del tutto la depressione.
In realtà, la mia opinione è che questo sarebbe stato fatto se il Governatore Strong della Federal Reserve Bank di New York fosse rimasto in vita, o se le sue politiche fossero state adottate dalle altre banche e dal Consiglio della Federal Reserve e messe in atto coerentemente dopo la sua morte. 3
In questo caso non ci sarebbe stato nulla di peggiore dopo il primo crollo.
Avremmo avuto la malattia del debito, ma non la malattia del dollaro – il brutto raffreddore ma non la polmonite.

42.
Se la teoria delle grandi depressioni come effetto del debito e della deflazione è sostanzialmente corretta, la questione del controllo del livello dei prezzi assume una nuova importanza; e quelli che siedono al posto di guida – il Consiglio della Federal Reserve e il Ministro del Tesoro, o, speriamo, una commissione speciale dedicata alla stabilizzazione – dovranno in futuro assumersi una nuova responsabilità.

43.
Il controllo del livello dei prezzi, o il controllo del dollaro, non sarebbe una panacea.
Anche con un dollaro stabile in modo ideale, saremmo ancora esposti alla malattia del debito, alla malattia della disoccupazione causata dall’innovazione tecnologica, alla sovra-produzione, al disallineamento dei prezzi, all’eccesso di fiducia, e a molti altri malanni minori.
Trovare la terapia adeguata per queste malattie occuperà gli economisti molto a lungo dopo che avremo sterminato la malattia del dollaro.


Le cause del debito

44.
Il sovra-indebitamento sin qui presupposto deve aver avuto le sue cause. Esso può essere stato avviato da molte cause, tra le quali le più comuni appaiono essere le nuove opportunità di investimento con la prospettiva di grandi profitti, in confronto con i profitti e gli interessi ordinari, opportunità che possono essere legate a nuove invenzioni, a nuovi settori di attività, allo sviluppo di nuove risorse, all’apertura di nuovi territori o di nuovi mercati.
Il denaro facile è la grande causa del sovra-indebitamento.
Quando un investitore pensa di poter guadagnare più del 100% all’anno prendendo in prestito al 6%, sarà tentato dall’indebitarsi, e dall’investire o dallo speculare con il denaro preso a prestito.
Questa fu una causa primaria che condusse al sovra-indebitamento del 1929.
Le invenzioni e i miglioramenti tecnologici crearono meravigliose opportunità di investimento, e così causarono grandi debiti.
Altre cause furono i debiti di guerra rimanenti, sia interni che verso l’estero, pubblici e privati, i prestiti concessi per la ricostruzione all’estero, e la politica di un basso tasso di interesse adottata per facilitare il reingresso dell’Inghilterra nel gold standard nel 1925.
Ogni caso di sovra-indebitamento ha la sua propria causa o insieme di cause.
Le principali cause del sovra-indebitamento che condusse alla crisi del 1837 furono connesse con le opportunità di investimenti lucrativi nel West e nel Southwest nello sviluppo del settore immobiliare, nella coltivazione del cotone, nella costruzione dei canali (innanzitutto il canale Erie), nella costruzione delle navi a vapore e delle strade a pagamento, nelle opere che avrebbero consentito l’attraversamento della catena montuosa degli Appalachi.
Le principali cause del sovra-indebitamento che condusse alla crisi del 1873 furono lo sfruttamento delle ferrovie e delle fattorie occidentali in seguito all’approvazione dell’Homestead Act.
Il sovra-indebitamento che condusse al panico del 1893 fu principalmente dovuto alla base aurea che era divenuta troppo piccola, a causa dell’iniezione di troppo argento. Ma il panico del 1893 sembra avere una quantità minore dell’ingrediente del debito rispetto agli altri casi, mentre la deflazione giocò un ruolo principale.
La causa può, certamente, essere interamente o in parte un movimento contrario simile a quello del pendolo o una reazione verso la ripresa dopo una precedente depressione, come assumono comunemente i teorici del ciclo. Questo, di per sé, dovrebbe però tendere a generare una depressione successiva minore di quella precedente.

45.
Quando la causa consiste in nuove opportunità di investimento straordinariamente profittevoli, la bolla del debito tende a diventare più grande e più velocemente rispetto a quando la causa è una grande miseria che genera solo debiti non legati alla produzione.
L’unica eccezione rilevante è quella di una grande guerra e anche allora principalmente perché essa conduce, dopo che è terminata, a debiti legati alla produzione contratti per la ricostruzione.

46.
Questo è abbastanza diverso dalla comune e ingenua opinione di come la guerra sfoci in una depressione.
Se la mia interpretazione è corretta, la Guerra Mondiale non avrebbe mai dovuto condurre a una grande depressione.
E’ molto vero che molte o la maggior parte delle inflazioni non sarebbero state di aiuto a causa delle esigenze delle finanze pubbliche, ma le successive eccessive deflazioni avrebbero probabilmente potuto essere interamente evitate.

47.
La psicologia pubblica dell’indebitarsi per conseguire un guadagno passa attraverso diverse fasi più o meno distinte: (a) il richiamo della prospettiva di grandi dividendi o guadagni sotto forma di reddito in un futuro remoto; (b) la speranza di vendere con un profitto, e di realizzare un guadagno in conto capitale nell’immediato futuro; (c) la moda delle promozioni irresponsabili, che si avvantaggiano dell’abitudine del pubblico a nutrire grandi aspettative; (d) lo sviluppo di vere e proprie frodi, operate ai danni di un pubblico divenuto credulone e ingenuo.
Quando ormai è troppo tardi, i gonzi scoprono scandali come quelli di Hatry, Krueger e Insull. Almeno un libro è stato scritto per provare che le crisi sono dovute alle frodi di abili promotori.
Ma probabilmente queste frodi non avrebbero mai potuto diventare così grandi senza le cause originali costituite da reali opportunità di investire con un profitto.
C’è probabilmente sempre una base reale per la psicologia della “nuova era” prima che essa tramonti portando via con sé le sue vittime.
Questo certamente fu il caso del periodo che condusse al 1929.

48.
Riassumendo, abbiamo che

  1. i cambiamenti economici includono tendenze stabili e occasionali disturbi instabili che agiscono come iniziatori di oscillazioni cicliche di innumerevoli tipi;
  2. tra i molti disturbi occasionali ci sono le nuove opportunità di investimento, generate specialmente dalle nuove invenzioni;
  3. queste, con altre cause, talvolta cospirano per condurre a un grande volume di sovra-indebitamento;
  4. questo, a sua volta, conduce a tentativi di liquidare il debito;
  5. questi, a loro volta, conducono (a meno che non siano contrastati dalla reflazione) alla caduta dei prezzi o all’incremento del dollaro;
  6. l’incremento del dollaro può essere più veloce della diminuzione del numero dei dollari dovuti;
  7. in questo caso, la liquidazione non liquida affatto ma in realtà aggrava i debiti, e la depressione peggiora anziché migliorare, come è indicato da tutti e nove i fattori;
  8. le vie di uscita sono due, o con il laissez faire (i fallimenti) o con la medicina scientifica (la reflazione), e la reflazione avrebbe potuto benissimo essere applicata fin dall’inizio.

49.
La correttezza generale della “teoria delle grandi depressioni come effetto del debito e della deflazione” sopra esposta è, credo, evidenziata dall’esperienza dell’attuale e delle precedenti depressioni.
Studi futuri da parte di altri senza dubbio controlleranno questa opinione.
Un modo per attuare questo controllo è quello di confrontare differenti paesi nello stesso periodo di tempo.
Se la “teoria del debito e della deflazione“ è corretta, il contagio delle depressioni si trasmette internazionalmente principalmente a causa di un comune standard monetario, aureo oppure no, e devono essere trovate poche tendenze della depressione a trasmettersi da paesi colpiti dalla deflazione a paesi che stanno inflazionando, o che si stanno stabilizzando.


Alcune novità


Come ho affermato all’inizio, diverse caratteristiche dell’analisi precedente sono, per quello che so, nuove.
Alcune di queste sono troppo irrilevanti o evidenti perché le sottolinei.
Quella (Articolo 32, e anche il 36) che mi avventuro a evidenziare maggiormente è la teoria secondo la quale quando il sovra-indebitamento è così grande da deprimere i prezzi più velocemente di quanto non proceda la liquidazione dei debiti, lo sforzo collettivo di tirarsi fuori dai debiti ci affonda ancora di più nel debito. 4
Mi piacerebbe anche enfatizzare l’intera articolazione logica dei nove fattori, tra i quali il debito e la deflazione sono i due principali (Articoli 23, 24 e 28).
Richiamerei anche l’attenzione sulle nuove opportunità di investimento come importanti “iniziatori” del sovra-indebitamento (Articoli 44 e 45).
Infine, enfatizzerei l’importante corollario, della teoria del debito e della deflazione, che le grandi depressioni possono essere curate e prevenute con la reflazione e la stabilizzazione (Articoli 38-42).

Yale University


__________


NOTE

1
Molte di queste interrelazioni sono state mostrate statisticamente, e da molti autori. Alcune, che mi sono state mostrate e che si adattano alla teoria basata sul debito e la deflazione, sono: che i cambiamenti dei prezzi, dopo un intervallo distribuito, causano, o sono seguiti da, delle fluttuazioni corrispondenti del volume del commercio, dell’occupazione, dei fallimenti, e del tasso di interesse.
I risultati, per quanto riguarda il cambiamento dei prezzi e l’occupazione sono contenuti nelle carte II e III.
Si vedano i riferimenti alla fine di questo saggio; e anche la nota numero 2, a proposito delle carte.

2
Si guardino le carte:
La Carta I mostra: (1) il livello dei prezzi (P) e (2) il suo tasso percentuale di incremento o diminuzione (P’). Quando quest’ultimo è ritardato con un ritardo distribuito secondo una curva di probabilità così che i vari P’ si sovrappongono e cumulano abbiamo P', come nelle carte II e III. Questo P' è virtualmente una media ritardata dei P’.
Le Carte II e III mostrano P' confrontato con l’occupazione (E). P' può essere considerato come quella che sarebbe l’occupazione se essa fosse controllata interamente dal cambiamento del livello dei prezzi.
La Carta IV mostra il numero indice settimanale (al dettaglio) ufficiale svedese confrontato con gli indici al dettaglio mensile e all’ingrosso settimanale americani.
La Carta V mostra la stima del debito interno degli Stati Uniti a confronto con la stima del valore nominale totale della ricchezza. Le estensioni non ombreggiate delle barre verso l’alto mostrano quali sarebbero i valori del 1933 se essi fossero incrementati del 75% per convertirli in dollari del 1929 (in accordo con il numero indice dei prezzi delle merci all’ingrosso).
La Carta VI mostra la stima degli oneri annuali “fissi” (effettivamente pagati) a confronto con la stima del reddito nazionale. Le estensioni non ombreggiate delle barre verso l’alto mostrano quali sarebbero i valori del 1932 se essi fossero incrementati del 56% per convertirli in dollari del 1929.
Le Carte VII e VIII mostrano le principali statistiche disponibili prima e dopo il 4 marzo 1933, raggruppate secondo l’ordine indicato nell’Articolo 27.

3
Alla fine, comunque, per evitare la depressione, il gold standard avrebbe dovuto essere abbandonato o modificato (con una svalutazione); perché, con il gold standard del 1929, i livelli dei prezzi di allora non avrebbero potuto essere mantenuti per un periodo di tempo indefinito a fronte (1) della “corsa all’oro” dovuta alla continua estensione del gold standard per includere una nazione dopo l’altra; (2) del crescente volume del commercio, e (3) della prospettiva dell’insufficienza dell’offerta mondiale di oro.

4
Non scoprii questa interazione tra la liquidazione e la deflazione fino al 1931, sebbene, con altri, io abbia sottolineato sin dal 1909 il fatto che la deflazione tendeva verso la depressione e l’inflazione verso l’espansione dell’economia.
Questa teoria del debito e della deflazione fu per la prima volta affermata nelle mie lezioni a Yale nel 1931, e per la prima volta presentata in pubblico alla American Association for the Advancement of Science, il 1 gennaio 1932.
Essa è pienamente esposta nel mio Booms and Depressions, del 1932 […].
[…]


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CARTE


Le otto carte seguenti sono tutte su di una “scala di rapporto” [ratio scale], tranne le Carte II, III, V, VI, e la curva P' della Carta I . La scala di rapporto particolare utilizzata è indicata in ciascun caso.
Si noterà che nelle Carte VII e VIII tutte le curve hanno una scala di rapporto comune, indicata dall’inserto alla destra di entrambe le carte, tranne le curve "Brokers' Loans" nella Carta VII e "Failures Numbers", "Failures Liabilities" e "Shares Traded" nella Carta VIII, queste quattro curve hanno un’altra scala comune “ridotta”, cioè più piccola, indicata dall’inserto alla sinistra della Carta VIII.
Si noterà inoltre che "Money in Circulation", "Failures Numbers" e "Failures Liabilities" sono invertite.
Tutti i dettagli su come P' nelle Carte II e III è derivato da P' nella Carta I e anche su come P' nella Carta I è derivato da P sono dati in "Our Unstable Dollar and the So-Called Business Cycle," Journal of the American Statistical Association, June, 1925.

























  




 [FINE]